60 ANNI FA NASCEVA IL PRIMO VERO REALITY TELEVISIVO GRAZIE AL REGISTA TEATINO ANTON GIULIO MAJANO

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Pochi sanno che il teatino Anton Giulio Majano, universalmente riconosciuto come il padre del teleromanzo italiano, precursore delle odierne fiction e serie tv, ha diretto il primo vero reality della storia televisiva.

Tutto accadde in rigorosa diretta televisiva sul Programma Nazionale (l’odierna Rai1) il 9 giugno 1959, quando una giovane Nicoletta Orsomando annunciò la messa in onda della prima puntata dell’originale televisivo “I figli di Medea” con la protagonista Alida Valli nelle vesti della maga della mitologia greca. Dopo sei minuti, la trasmissione dello sceneggiato venne bruscamente interrotta dalla ricomparsa dell’annunciatrice Rai che comunicava un fatto grave da poco avvenuto e che aveva colpito la Valli. Nuccio, il figlio dell’attrice, affetto da una rara patologia, per il cui trattamento si rendeva necessaria l’assunzione ogni sei ore di farmaci indispensabili per la sua sopravvivenza, era in pericolo di vita, perché rapito dall’attore Enrico Maria Salerno, padre del bimbo frutto di una relazione extra coniugale con la collega Alida Valli. La Orsomando, nel lanciare un appello ai telespettatori, passava immediatamente la linea al locale commissariato di zona dove, sempre in diretta, il commissario di polizia ed uno psichiatra, in relazione al trascorrere delle ore, più del tempo previsto per l’assunzione dei farmaci da parte del bambino, rivolgevano un accorata supplica a quei telespettatori che avessero visto l’attore nelle ultime ore, in compagnia del bimbo, chiedendo agli stessi di chiamare sollecitamente al numero telefonico 696, in una sorta di Chi l’ha visto ante litteram.

Ad un certo punto veniva rintracciato il padre all’interno di un bar vicino il commissariato, dove era prontamente accorsa una troupe televisiva e qui comincia un lungo e folle monologo di Enrico Maria Salerno sull’uso distorto dei mass media, immortalato dalla diretta tv ma la recita dell’attore viene interrotta perché la trasmissione si sposta nuovamente al commissariato dove il funzionario di polizia annuncia il felice ritrovamento del bambino, al quale sono state assicurate le immediate cure e non manca il commento dello psichiatra che si mette a spiegare da cosa possano nascere episodi di menti turbate, come quello che, per fortuna, sta avendo un felice esito. Colpo di scena: ancora una volta il corso della trasmissione viene interrotto perché nel vicino bar sta andando in onda un altro dramma; il rapitore chiede di dire la sua in diretta e, in preda ad un raptus, dichiara che se non verrà esaudito non esiterà a suicidarsi con una pistola che ha appena estratto dalla tasca. Panico all’interno del bar, dove c’è la polizia intervenuta per arrestare l’attore, al quale viene concesso di continuare il suo monologo; prima di parlare chiede, ottenendolo, un bicchiere d’acqua ma non si accorge che nel liquido viene versato un potente sonnifero che in breve tempo gli fa perdere i sensi, consentendo agli agenti di portarlo via.

Dopo circa un’ora l’inquadratura torna sulla Orsomando che annuncia candidamente ai telespettatori: “Abbiamo trasmesso, I figli di Medea”, elencando tutti i personaggi dello sceneggiato, da quelli in costume mitologico dei primi sei minuti ai successivi in giacca e cravatta del commissariato e solo allora, i milioni di telespettatori incollati alla tv ed i tanti che, nel corso della diretta, avevano telefonato al 696, un numero che rispondeva al centralino di un ospedale torinese, si resero conto di aver assistito ad un teledramma shock, piuttosto che ad uno sceneggiato tv. Va detto che, nella tragedia greca, i figli di Medea vengono uccisi dalla stessa madre, nonostante gli appelli inascoltati di Cassandra che ne aveva previsto la tragica fine, mentre nel simil tragico-reality andato in onda nel ’59, poco ci manca che muoia il figlio dell’attrice che impersona la figura mitologica, stavolta per colpa del padre ed il ruolo dell’oracolo troiano viene assunto dall’interruzione della trasmissione con un appello che però sortisce il benefico esito ma è tutta una finzione, come pure questo bambino, mai nato, perché la relazione tra i due attori che non c’è mai stata. Il video integrale della burla è disponibile a questo link.

Alcuni fotogrammi de I figli di Medea

Nella trasmissione del regista teatino, molti videro un remake del precedente scoop di Orson Welles, nel celebre fake radiofonico La guerra dei mondi”, quando il regista statunitense prese in giro l’intera America, facendo credere ai suoi connazionali che gli Usa erano sotto attacco alieno. Nella Medea di Majano, lo scopo di quest’ultimo era quello di istruire i cittadini sull’uso/abuso del quarto potere, in particolare dell’ultima nata, ossia la televisione, mettendo in guardia gli stessi sui rischi che si corrono quando i mass media vengono usati in modo scorretto ed ingannevole; l’intento di Majano non si fermava solo a tale rilevanza, volendo testare anche l’esperienza di far uscire, non solo materialmente, la telecamera dagli studi televisivi, tentando di integrarla nella realtà quotidiana di tutti noi, Qualcosa di simile avvenne, a distanza di 22 anni, a Vermicino vicino Roma, quando la tragedia, purtroppo stavolta autentica, del piccolo Alfredino, entrò nelle case di tutti gli italiani, attraverso una drammatica diretta tv.

Due anni dopo la messa in onda de I figli di Medea, la Rai, con la regia di Marcella Curti, iniziò a trasmettere Non è mai troppo tardi, una sorta di corso di alfabetizzazione e di istruzione elementare per l’insegnamento della lingua italiana, a cura del professor Antonio Manzi, che in breve tempo venne eletto a maestro degli italiani. É proprio in questo periodo che in Majano si avverte una sorta di conversione dal grande al piccolo schermo, visto che in quegli anni aveva alle spalle già una quarantina di film proiettati in sala, in cui figurava nel ruolo di regista o di sceneggiatore, mentre da poco si era accostato alla televisione con i primi teleromanzi. Sulla scorta dell’esperienza della televisione come mezzo di formazione, ben collaudato dal maestro Manzi, il regista teatino vide la grande occasione di concepire la tv come strumento di cultura accessibile a chiunque, arrivando a trasformare l’ultimo nato tra i mezzi di comunicazione di massa in una sorta di scuola di letteratura, fornendo al telespettatore una biblioteca audiovisiva, per mezzo di cui riuscire nell’intento di far conoscere buona parte dei classici della letteratura mondiale; le storie raccontate dai libri di autori noti o poco conosciuti come Brontë, Alcott, Schiller, Gautier, Stevenson, Dumas, Cronin, Dostoevskij, Dickens, Thackeray, Alianello, Serao, Piasecki ed altri ancora, entrarono nelle case degli italiani, invogliando gran parte degli stessi a leggere i libri, anche solo per approfondire quanto avevano visto in tv.

Si potrebbe dire che, in un’epoca in cui non c’era l’attuale ampia scelta di programmi televisivi, essendo esistenti solamente due canali, i telespettatori fossero obbligati a vedere solo quello che quotidianamente passava il convento. Eppure lo sforzo di Majano si diresse anche verso l’interesse del telespettatore, tenuto vivo con la tecnica della suspense, tipica del feuilleton letterario dell’800. Al riguardo, la formula vincente prospettata da Majano ben si concretizza nella seguente sua affermazione rilasciata in un’intervista: “Il feuilleton, cioè il romanzo sceneggiato, è una storia che si articola in puntate, ma è una storia univoca che non si ispira quasi mai alla realtà concreta, quella attuale. Infatti, in generale, il romanzo sceneggiato si ispira ad opere preesistenti, che in genere poi sono di un altro secolo. Quali caratteristiche debbono avere le puntate? Devono avere un interesse che aggancia, che serve di gancio, come le maglie di una catena che si legano. La puntata di un romanzo sceneggiato deve essere di un’ora e un quarto, compresi i titoli. Il pubblico con la puntata del romanzo sceneggiato deve avere la sensazione che si trova di fronte a un pranzo completo. Se non ha questa sensazione, considera la puntata del romanzo sceneggiato unicamente come un telefilm.” Infatti Majano riteneva che di un telefilm si potesse anche vedere qualche episodio e perderne un altro, senza avvertire la sensazione di essere mancato all’appuntamento, mentre nello sceneggiato di Majano si percepiva l’esigenza di non perdere la puntata che seguiva quelle precedenti, già viste con interesse, la cui trama incollava alla poltrona.

All’anagrafe di Chieti, dove Majano nacque il 5 luglio del 1909 (secondo alcuni, tra cui Aldo Grasso, l’anno sarebbe il 1912), da Odoardo Majano e Agata Maraschini, entrambi impiegati nella Direzione provinciale delle Poste di Chieti, l’atto di nascita del regista reca il vero nome di Antonio Luigi Nicola Majano. Lo stesso, dopo i primi studi nella città teatina, si trasferì a Roma dove conseguì la laurea in scienze politiche, quindi entrò nell’Accademia militare di Modena che lo iniziò alla carriera nel Regio Esercito come ufficiale di cavalleria. In famiglia si viveva già l’aria militaresca, in quanto il nonno paterno, che pure si chiamava Antonio, era sottotenente presso il Distretto militare teatino. Nel corso della seconda guerra mondiale, Majano partecipò alla campagna d’Africa, comandando, col grado di capitano, un reparto di cavalleria coloniale libica del Corpo d’Armata di Manovra, meritandosi la promozione al grado superiore e gli apprezzamenti di Rommel che, si dice, lo abbia personalmente decorato con la croce di guerra, mentre è assolutamente certo che sia stato premiato con la medaglia d’argento al valor militare per un’ardita azione contro gli inglesi nella battaglia di Bir El Gobi in terra nordafricana, nel tardo autunno del ’41: tale circostanza è sfuggita alla maggior parte delle biografie realizzate sul regista di Chieti, nonostante risulti chiaro, da un documento risalente al tempo della seconda guerra mondiale, l’avvenuta attestazione dell’onorificenza ricevuta, come si evidenzia dal Bollettino Ufficiale delle promozioni e ricompense, pubblicato dal Ministero della Guerra in data 3 dicembre 1942.

Dopo l’8 settembre ’43, Majano si congedò per fare ritorno in Italia, dove partecipò alla guerra di liberazione, comandando dapprima un reparto partigiano nella sua terra d’Abruzzo e poi realizzando, insieme ad altre personalità del giornalismo e dello spettacolo, una trasmissione radio, dal titolo Italia combatte, che dal Sud Italia diffondeva i comunicati sull’attività della lotta partigiana, sulla propaganda anti nazista e, sulla falsariga dei comunicati di Radio Londra, diramava messaggi in codice destinati alla lotta armata contro l’invasore. Majano, abbandonate le armi convenzionali, abbracciava in pieno il principio della comunicazione di massa, quale mezzo particolarmente efficace al servizio della società, nei suoi molteplici ambiti, anche come strumento bellico. L’esperienza militare, in particolare l’appartenenza al corpo di cavalleria corazzata, lo ispirerà nella sceneggiatura e regia del film ( le cui riprese iniziarono nel ’43 ma non furono mai ultimate) La carica degli eroi che, nelle intenzioni del regista teatino, voleva onorare i prodi soldati italiani protagonisti della carica di Isbuscenskij. A guerra finita, Majano entrò in Rai per iniziare la sua attività di regista che gli porterà in dote una quarantina di film per il cinema e altrettanti sceneggiati diretti per la televisione. Anton Giulio Majano morì nel 1994, al’età di 85 anni ed è sepolto a Roma nel cimitero del Verano: la sua tomba è nei pressi di quelle di Vittorio De Sica, di Vittorio Gassman e di Aldo Fabrizi.

La sua eredità artistica è stata raccolta dalla figlia Paola Majano, nata nel 1962, pure a Chieti, affermata doppiatrice, specialmente dei film d’animazione.

Marino Valentini

La traccia audio ad inizio articolo, composta da Riz Ortolani, è il tema musicale dello sceneggiato La Freccia Nera diretto da A. G. Majano.


Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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