ABRUZZO, TERRA DI MIGRANTI.

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L’Abruzzo, come del resto l’intera Italia, grazie soprattutto al Meridione, si è ritagliato nel mondo una caratteristica fondamentale, come uno dei segni distintivi che dalla seconda metà del XIX secolo in poi l’hanno contraddistinta: il fenomeno migratorio. Fino al 1880 gli abruzzesi si ponevano al decimo posto nazionale per frequenza migratoria, fino al 1900 risalivano alla quinta posizione e al 1925 erano già al quarto posto.

Il migrare degli abruzzesi, già immortalato in forma stagionale in una poesia dannunziana, è stato particolarmente avvertito dalla fine dell’800 alla prima metà del XX secolo e oggi sembra riprendere vigore ma, in questo nuovissimo secolo, assistiamo ad una migrazione all’incontrario: siamo cioè, come il resto del Paese, destinatari di tale fenomenologia, soprattutto quella proveniente dal continente africano.

Importanti cariche istituzionali italiane, come il premier e la presidente della Camera tra tutti, accomunano l’attuale emigrazione di massa nel nostro paese a quella dei nostri avi nel citato periodo, verso le Americhe, parlando di medesime condizioni di vita in entrambe le situazioni. Non credo possa avallarsi tout court tale affermazione, in quanto l’emigrazione odierna che oggi noi subiamo (mi si passi il verbo), come paese di destinazione, viene in un certo senso motivata per ragioni umanitarie, sociali e di asilo, ma lo stesso certamente non può dirsi per quell’epoca, allorquando il movimento migratorio venne sfruttato sia dal paese di origine, giacché il Regno d’Italia si pose la priorità di come risolvere il problema della questione meridionale, ma soprattutto se ne servì il paese di destinazione, che aveva da poco dichiarato illegale lo schiavismo, pur avendo sempre esigenza di braccia a buon mercato che potessero svolgere lavori certamente non graditi alla popolazione locale.

Infatti, In seguito all’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti (stabilita a livello federale nel 1865 con il XIII Emendamento della Costituzione) e al conseguente rifiuto dei neri, già schiavi, di sopportare penalizzanti condizioni di lavoro, economiche e ambientali, per le aziende americane si ravvisò il grattacapo di trovare nuova forza lavoro che potesse evitare il rallentamento, se non il blocco, della produzione, soprattutto nelle miniere, negli estesi terreni adibiti all’agricoltura e nelle tante industrie in cui si svolgevano mansioni particolarmente usuranti e/o in condizioni disumane.

Italiani all’ingresso della miniera di Monongah (USA)

Questa grana comportava inevitabili ripercussioni anche sull’economia dell’intero Paese ma si riuscirono a trovare nuovi schiavi (mi si consenta questa ulteriore licenza terminologica) legalizzati, che si pagavano pure il biglietto del lungo viaggio, negli italiani del nostro Meridione, quelli che fuggivano da una Patria, un nuovo regno loro imposto, devastato dai cambiamenti, per loro in peggio, susseguenti all’unità d’Italia.

In realtà il Sud d’Italia era, preunitariamente, un Paese adeguatamente industrializzato soprattutto in Campania ed in Sicilia ma dopo il 1861, a seguito di una deindustrializzazione dei territori ex duosiciliani, buona parte degli opifici era stata trasferita al Nord, con l’annessa manovalanza specializzata; financo le rotaie delle ferrovie erano state smontate per essere traslocate in Piemonte e regioni limitrofe. Al sud restavano le terre da coltivare ed i pascoli, peraltro penalizzati da una politica di sdemanializzazione che aveva colpito, in particolare, i pastori abruzzesi, in tal modo impediti nella loro pratica transumante; inoltre si constatava la mancanza di operai specializzati.

In buona sostanza, a Italia unificata, anziché migliorare, le cose peggiorarono decisamente e così nacque il fenomeno dell’emigrazione, dei grandi flussi migratori che porteranno nel mondo milioni e milioni di italiani a varcare i propri confini per trovare fortuna in una nuova patria che potesse abbracciarli ed accogliere il lavoro che gli stessi riuscissero ad offrire: qualsiasi lavoro, anche il più pesante.

Questi lavoratori senza una concreta esperienza lavorativa, se non quella della coltivazione di piccoli terreni e/o della pastorizia, erano in grado di offrire solo la forza delle loro braccia. Fu la salvezza per quelle aziende americane che non sapevano più a chi destinare certe penalizzanti onerose mansioni, disdegnate da altri migranti e anche dai neri, che furono invece accettate dagli Italiani.

Dal 1876 al 1915 furono 14 milioni gli italiani, soprattutto meridionali, che abbandonarono le terre natie, lasciando lì le proprie cose e i propri affetti, solo per cercare una buona sorte che in patria era loro negata. Prima del 1886 i nostri nonni preferirono i più prossimi paesi dell’Europa ma, a partire da quell’anno, complici anche le compagnie di navigazione che avevano fiutato il lucroso business, gli italiani cominciarono a conoscere il mare, anzi l’oceano, imbarcandosi sui numerosi piroscafi che, da lì a poco, avevano iniziato di colpo a moltiplicarsi, per raggiungere le Americhe, diretti prima in Argentina e poi anche in Brasile e Stati Uniti.

Pure in Brasile, ma solo nel 1888, venne abolito lo schiavismo e non è un caso se anche il paese sudamericano avesse individuato negli italiani la soluzione di rimpiazzo dei negros. Difatti il Brasile ha oggi la più grande popolazione italiana fuori dell’Italia. Secondo l’ambasciata d’Italia a Brasilia, vivrebbero nel paese circa 25 milioni di italiani o discendenti di immigrati italiani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel paese sudamericano si sarebbe fatto anche peggio rispetto agli Usa, con l’adibizione di intere famiglie di italiani, bambini compresi, nello svolgimento di quei lavori che solo qualche decennio prima erano assolti dalle famiglie di schiavi importati dalle coste orientali africane.

A suffragare tale assunto, val la pena ricordare come, verso la fine dell’800, i nostri connazionali venivano reclutati dalle associazioni industriali dell’America Latina (ad esempio la Sociedad de promocion de Sao Paulo), per sostituire gli schiavi nelle piantagioni e nelle miniere. Pagavano loro anche il viaggio, fino a che nel 1902 il governo italiano mise la pratica fuori legge.

La discriminazione verso di noi era allora all’ordine del giorno. Gli italiani meridionali sbarcati a New York erano considerati più vicini ai neri che ai bianchi, in una geografia razziale che li metteva agli ultimi posti tra gli stranieri. Eravamo brutti, sporchi, scuri di carnagione, piccoli e pure puzzolenti: qualche altro paese in cui emigravamo ci accomunava finanche alle bestie.

 

A trattarci  in maniera disumana non erano solo i nostri sfruttatori ma pure il governo italiano e non parlo del periodo immediatamente post unitario, ma dell’ultimo dopoguerra, quando l’Italia aveva firmato con il Belgio un accordo che prevedeva il trasferimento di cinquantamila lavoratori sotto i 35 anni in cambio del carbone.     Bruxelles chiedeva manodopera a basso costo disposta a scendere

numero delle vittime italiane di Marcinelle, per regione.

sotto terra, cosa aborrita dagli spaventatissimi operai belgi. E ne avevano ben donde perché in quelle condizioni furono proprio gli italiani a rimetterci, quei nostri connazionali che avevano accettato di trasformarsi in uomini carbone, solo per inviare ai loro famigliari a casa in Italia, qualche spicciolo in più. Nella catastrofe di Marcinelle, il prezzo pagato dagli italiani fu pesantissimo e sostenuto in misura maggiore dagli abruzzesi, che ovunque li chiami sono lì a fare un passo avanti, anche a costo della loro vita.

A proposito di abruzzesi, esiste un altro Abruzzo, fatto di 1,3 mln (la stessa attuale popolazione residente in Abruzzo) di corregionali sparsi nel mondo. La parte del leone la fanno gli USA ma i 300 mila abruzzesi divenuti argentini, non costituiscono certo un numero ininfluente. L’Abruzzo è oggi la sesta regione italiana con il tasso di emigrazione più alto, preceduta solo da Lucania, Calabria, Molise, Sicilia e Friuli Venezia Giulia. Già, perché il fenomeno migratorio in partenza dall’Abruzzo non è solo una caratteristica di fine 800 ed inizio 900, poiché anche negli ultimi anni oltre 180 mila nostri corregionali hanno lasciato la terra d’origine per stabilirsi all’estero e qui emerge un dato sorprendente, qual è quello di Chieti (provincia) che con circa 75 mila partenze supera nettamente tutti gli altri territori abruzzesi: L’Aquila con 40 mila, Teramo e Pescara entrambe con 33 mila emigranti.

Non è un caso che l’Abruzzo ed in particolare Chieti e la sua provincia,  sia una terra che si sta poco a poco spopolando e le ragioni vanno ricercate nel fatto che la nostra regione ha un territorio in prevalenza montuoso (65%) e collinare (34%) ed è proprio l’Abruzzo montano quello che va a svuotarsi a vantaggio di quello pianeggiante (solo l’1%), costituito dalla costa, verso cui si dirigono in maniera preponderante le attenzioni politico-istituzionali e le attrazioni turistiche, oltre alla cura del territorio e lo sviluppo economico che porta nuovi posti di lavoro. A tali evidenze di natura economica, va poi ad aggiungersi un tasso di natalità decisamente basso, anche rispetto ad altre regioni, mentre i giovani in cerca di lavoro preferiscono espatriare per avere più chances. Un Abruzzo che si spopola significa una regione meno produttiva e non è un caso che un recentissimo rapporto Svimez collochi l’Abruzzo in fondo alla classifica per PIL, l’unica, tra le regioni meridionali, a mostrare il segno meno.

Eppure, secondo l’Huffington Post, l’Abruzzo sarebbe la quinta tra le 12 migliori regioni al mondo in cui andare a vivere o ritirarsi in pensione. Sembra un paradosso e invece lo spopolamento, già da tempo in atto, è la realtà.

Per dire la verità i dati demografici sarebbero ben più preoccupanti se non fosse per una discreta fetta di stranieri che invece prediligono la nostra regione come meta della loro migrazione ed anche qui il paradosso risiede nel fatto che, in una regione dove è cronica la mancanza di lavoro, andare ad intasare ulteriormente gli uffici che si occupano di ricerca ed offerta di personale, sembra quasi una guerra tra poveri, dall’esito drammatico per tutti. Invero, per tanti emigranti che vengono da noi, parrebbe che il problema del lavoro sia solo l’ultima delle preoccupazioni, risollevati come sono nel fisico e nello spirito, dalle provvidenze stanziate dal nostro governo per il loro sostentamento, circostanza che a noi italiani di ogni epoca, in giro per il mondo, per necessità, è stata sempre considerata un inaccessibile lusso.

Gli ingressi nel nostro paese aumentano a vista d’occhio, sia quelli legali sia quelli clandestini ed un rapporto statistico, relativo agli ultimi 6 anni (dal 2011), parla di oltre 625 mila arrivi di stranieri regolari da dover mantenere a spese di uno Stato in cui sono sempre più i cittadini nativi che fanno invece fatica a sostentarsi. Per gli abusivi è pure peggio perché gli stessi, pur di sopravvivere nel nostro paese, in assenza di mantenimento di Stato, sono costretti a delinquere ed i comparti criminali in cui operano sono sempre gli stessi, ossia droga, prostituzione e commercio illegale.

 

 

Pertanto, in riferimento al tema iniziale, forse è improvvido parlare, come invece affermano quelle eminenti figure istituzionali dello Stato, di similitudini tra l’emigrazione di massa degli italiani di un secolo fa e quella odierna nel nostro paese: sono circostanze del tutto diverse e forse occorrerebbe trovare una nuova terminologia per distinguere opportunamente i due fenomeni certamente dissimili.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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