ANNI ’90: UN CANNIBALE IMPERVERSAVA NEL CHIETINO

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Non è agevole raccontare una vicenda che sembra più la sceneggiatura di uno snuff movie con un mostro, a metà tra Dracula e Hannibal Lecter, che assume il ruolo di sanguinario protagonista. La storia riportata in questo articolo è una delle più raccapriccianti del XX secolo avvenute in Italia ed il suo primo attore, con pieno merito, si è guadagnato la poco invidiabile presenza nel pantheon dei serial killer internazionali.

Tutto inizia nel febbraio del 1993, quando nel campo nomadi situato fuori Foggia viene rinvenuto il corpo senza vita della piccola Tamara, che aveva fatto appena in tempo a nascere ma che del mondo non conosceva nulla o quasi, data la sua breve esistenza: appena sei mesi. Ad ucciderla è stato il padre Rudzija Adzovic, uno zingaro ventiseienne di origine slava, senza fissa dimora che si sposta tra il chietino ed il foggiano, in una sorta di transumanza gitana; lui vive di espedienti ed è facilmente intuibile di che genere, mentre nel tempo libero, molto in verità a disposizione, si dedica alla sua vera passione: l’alcool.

Una sera Adzovic rientra tardi nella propria roulotte, quando la sua famiglia è già da tempo a letto; la moglie, nel dormiveglia, pensa che il marito abbia fatto gli straordinari ma è una mera ottimistica illusione perché anche quella sera il suo straordinario non è il particolare mestiere a cui è dedito ma una bottiglia di troppo che si è tracannato, quanto basta per ritirarsi nell’improvvisato caravanserraglio completamente ubriaco ed è in questa circostanza che, fuori di se’, soffoca la figlioletta Tamara.

Il relativo processo lo vede non punibile perché riesce a dimostrare agli inquirenti che coricandosi, stordito dalla sbronza, non si era minimamente accorto di aver sbagliato letto gettandosi sul corpicino della piccola che ne rimase fatalmente soffocata. La giustizia si mostra indulgente verso Rudzija archiviando il caso ma la moglie non glie lo perdonerà mai, firmando così inconsapevolmente la propria condanna a morte.

Un anno dopo la tragica fine della figlioletta, la famiglia di zingari si trova nel campo nomadi di Torino di Sangro, nel chietino e qui, nell’estate del ’94 avviene il fattaccio.
Rudzija, da sua abitudine, rincasa tardi come nelle sere precedenti, ancora una volta ubriaco: si aspetta la solita reprimenda della moglie Branka ma stavolta non torna in roulotte solamente con l’alito che sa di alcol, visto che, nonostante l’ebbrezza, è accompagnato da una rinnovata e lucida consapevolezza che odora di morte. Quella sera entra nella roulotte e la moglie non fa in tempo ad aprire bocca per rimproverarlo, perché è subito investita da una gragnuola di colpi ben assestati al capo ed al corpo, inferti con una mazza da baseball. La donna sarà in agonia per dieci giorni in un letto d’ospedale, dopo i quali spira definitivamente.

A Lanciano si apre il processo contro l’uxoricida e, in attesa dell’esito dello stesso, lo zingaro è incredibilmente fuori dal carcere e non agli arresti, come il buon senso suggerirebbe: sarà un clamoroso errore compiuto dalla giustizia. Infatti, l’unica ad aver visto Rudzija colpire a morte con ferocia la propria moglie è la figlia Jadranka di appena cinque anni: una pericolosa testimone! Il mostro, assolutamente libero, che attende di essere convocato in assise, conduce la piccola nei pressi di un torrente adiacente l’accampamento nomade che in quella tarda estate del ’96 si trovava a Foggia. La piccola Jadranka viene colpita ripetutamente con un bastone, quasi a rivivere un rituale di cui è stata triste spettatrice ma stavolta nei panni di sventurata protagonista che sperimenta, suo malgrado, la stessa esperienza provata dalla madre, per poi essere finita con un cacciavite acuminato conficcato nella schiena.

Ciò che è appena accaduto non è niente rispetto a quello che ancora riserverà la mente malata del padre e che assomiglia tanto ad un film dell’orrore: purtroppo non si tratta di cinema o di un romanzo di Thomas Harris ma di cruda realtà. Lo zingaro va a prendere i suoi due figli Boris e Jasmina, di soli sette anni e si mette ad accendere un fuoco con della legna accatastata, dopo di che apre il cofano della macchina per estrarre un fagotto; Jasmina e suo fratello restano pietrificati dalla paura e dal dolore appena scorgono in quell’involto il corpo senza vita della loro sorellina tra le braccia del padre. Quest’ultimo pone la figlia Jadranka sulla brace, non prima di averle inferto un altro colpo per tagliarne le vene, dalle quali beve avidamente il sangue ancora caldo della piccola. Dopo averla arrostita comincia a tagliare alcuni brani del suo corpicino per cibarsene, offrendo altre porzioni ai due figli che scappano via inorriditi. Saziato dal fiero pasto, Adzovic provvede a bruciare completamente ciò che rimane della sua povera figlia, disperdendone lucidamente le ceneri per distruggere ogni prova del suo efferato gesto.

Stavolta le porte del carcere si aprono ed in maniera definitiva per Adzovic, giusto in tempo per assistere al verdetto dell’Assise frentana che lo condanna a 27 anni per l’omicidio della moglie, mentre alcuni anni dopo è la volta della Corte d’Assise di Foggia che decreta il fine pena mai per il vampiro slavo; unica accusa che gli verrà risparmiata in sede di verdetto è quella di cannibalismo, pur se integrata dalla soppressione e distruzione del cadavere. Nel processo, determinante sarà la testimonianza, che inchioda Rudzija Adzovic, da parte dei bambini chiamati a raccontare l’orrore a cui hanno assistito, rimasto indelebilmente nella loro mente.

Ciò che rimane di questa agghiacciante vicenda è la consapevolezza che la malvagità dell’essere umano ha come limite il cielo e che per certe atrocità non esistono confini di spazio o tempo, potendo ritrovarcele anche ad un passo da casa nostra, mentre in concreto siamo a constatare la distruzione di un’intera famiglia, nel modo più malefico che si possa immaginare, con il diabolico protagonista a scontare una pena che lo vedrà uscire di carcere solo l’ultimo giorno della sua abietta esistenza, con una madre, unitamente alle piccole figlie barbaramente uccise, congiunte da un comune macabro destino e gli altri due figli superstiti, ognuno dei quali continuamente convivrà con i demoni del ricordo di un orrore sempre presente davanti ai propri occhi. Una condanna per questi bimbi, per certi versi, più dura di quella riservata su questa terra al padre orco, che bambini probabilmente non sono mai stati, crescendo troppo in fretta, per via di un destino che ha riservato loro un mondo che attrae solo l’essenza più negativa prodotta dalla società.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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