IL BELLO DEL DIALETTO

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Quando giunsi in Abruzzo, nel lontano dicembre dell’83, il mio primo impatto ed impaccio fu dialettale. Per noi toscani, definiti da sempre gli eredi di Dante, adattarsi ai dialetti altrui non è così facile. Infatti, se è sostanzialmente vero che anche il nostro dialetto, pur nella sua semplicità ed essenzialità, nasconde a volte parole astruse o difficoltose (becio, bischero, tarpone, ghiozzo, grullo, ecc.), è altrettanto vero che, rispetto ad altri, risulta più facilmente comprensibile e decifrabile.

Arrivai a Chieti dalla Sanremese, dalla provincia di Imperia, ed anche lì, spesso, tra un belin ed un baban mi ero spesso arenato ed insabbiato… ma in Abruzzo, all’inizio, andò ancora peggio!! Il mio primo contatto con i nuovi compagni di squadra avvenne a tavola, e lì, tra pasta e carne, acqua e pane, non riuscii a capire quasi nulla. Sentivo spesso dire ‘frechete frechete’, come una sorta di esclamazione o di intercalare, quasi una parolaccia, ma non seppi dargli una spiegazione, una logica.

E poi ‘Quand ve’, ‘Quand jeme’ ,’Li vu’, ‘Lu rosce’, ‘Lu bardasce’…nienteeeeeee, non capivo niente!! Passai presto, però, dall’iniziale sbalordimento e scoraggiamento alla curiosità, all’interesse, e ,nel giro di qualche giorno, cominciai a districarmi nei vari grovigli dialettali. Cominciai a capire, per es., che il mio stesso nome, Fabio, non era più tale, ma, nel dialetto abruzzese, ed in quasi tutti quelli del centro-sud, diventava Fabbio, sì, con due B, come del resto Robberto, Fabbrizio, Fabbiana, Fabbiola, così come la bbarca, la bbarba, la bbriscola, la bbotta, la robba, il tubbo, il cubbo, il debbito, l’Abbruzzo, ecc.

A questa caratteristica, il rafforzamento ed il raddoppio della B, mi abituai prestissimo; d’altra parte c’era proprio il mio nome a sottolinearlo costantemente, nel campo, nello spogliatoio, nel corso, nei vicoli o dorante le cene, ovunque io venissi chiamato, ero ormai Fabbio….e …’Fabbio Fiaschi alè alè’, urlava la curva. Oltre alla doppia B mi abituai presto anche ad un’altra consonante raddoppiata, la G, sì proprio quella G che noi in toscana strascichiamo leggera leggera, non così aspirata e sottintesa come la C ma quasi……pigiama…mogio..regina…magico…tragico…qui, a Chieti, si rafforzava anch’essa, raddoppiandosi e rinforzandosi vistosamente…piggiama…moggio…reggina…maggico….traggico…e, ovviamente, si raddoppiavano pure le G di quelle paggine dei ggiornali dove noi ggiocatori leggevamo le paggelle!!

Una ggirandola di G!! Una ggiostra di G!! Oltre alle consonanti raddoppiate mi districai ben presto anche con gli articoli, o meglio con l’articolo. Perchè sì, in Abruzzo, ce n’era soprattutto uno…LU…lu cane..lu pane..lu papa..lu pepe..lu sale..lu sole…. E, dopo un po’ di esitazioni, mi ci trovai abbastanza bene…LU era facile, veloce, vivace, scorrevole, meno rigido ed impegnativo di IL, meno ampolloso di LO, ed anche tutti i termini calcistici che mi riguardavano e che mi accompagnavano per gran parte della giornata sembravano abbinarsici bene ;..lu campo, lu stadio, lu pallone, lu mister, lu tacco, lu tunnel, lu palo, lu cross, lu gol.

Poca variazione c’era sull’indeterminativo, che a Chieti da UN diventava NU…nu paese…nu palazzo..nu pacco..nu pazzo… Non immediato ed accattivante come LU, NU era più farraginoso, più ostico, meno scorrevole, meno agile, meno armonico. Mi piacque di meno. E poi la C che diventava G…pangia, langia, anghe, angora, stango, Frango, Frangesca, ecc…la T che diventava D…monde, ponde, condo, gende, parende, Andonio, ecc. Ma soprattutto c’erano, nei meandri del parlare dialettale, alcune sequenze, alcune frasi che mi facevano impazzire, briose, rapide, musicali, scorrevoli, quasi uno scioglilingua…….gna fi, gna vi, gna sti, , ndo sti, ndo vi, che sti ddi…come fai..come vai..come stai..dove stai..dove vai…che stai dicendo……..fantastici!!!!!! Dopo qualche settimana capivo quasi tutto, dopo qualche mese cominciava ad uscirmi qualche parola abruzzese…jamme…fa lu fredd…ci vedemm…stapposto..

Ma le straziavo, le contorcevo, insomma si sentiva che non ero del posto, che erano forzature. Quando smisi di giocare e cominciai a lavorare come podologo, i meccanismi del dialetto continuarono a manifestarsi quotidianamente. Ma stavolta ero preparato, pronto, allenato…lu callo..lu dito..nu dolore..nu buco..lu bisturi..lu dottore..lu tallone..lu camice..nu cerotto…ormai capivo e comprendevo tutto. O meglio, quasi tutto. Perchè, negli angoli più oscuri del dialetto, qualcosa di incomprensibile, per me, rimaneva. Una volta una mia paziente di non-mi-ricordo-dove, mi disse che il suo dito s’era abburrutato e dolava (credo intendesse che s’era attorcigliato e doleva, faceva male). Un’altra, invece, mi indicò il terzo dito e disse:” Mi fa male lì, lappa lappa”(cioè tutt’intorno al perimetro dell’unghia). Un’altra ancora, tutto d’un fiato mi sussurrò che aveva i piedi cuncallati e callarosi ( forse riscaldati e callosi, boh!!)

E poi là, nella mia sala d’aspetto, dove arriva gente da tutto l’Abruzzo, e quindi anche dialetti meno consoni e frequenti, senz’altro più ermetici, sentii frasi come ‘Si ita allo viniricolo o alla si ita alla piazza?’ (ossìa, sei andata dall’ortolano o alla piazza?) , oppure ‘Steng stracc’ (Sono stanco), oppure ancora ‘Pozza fa bu bu gna lu cane’ (possa fare bu bu come il cane), ‘Gross e cazzone’ (Grande e sciocco),’Ridenn e schirzenne’ (Ridendo e scherzando), ‘Accimentà’ (Stuzzicare, dare fastidio),ecc. Ormai le conosco a memoria queste frasi tipicamente dialettali e,anche se non tutto capisco, però quasi tutto intuisco. Adesso so bene che lu mantile è la tovaglia, che lu cetrone è l’anguria, che lu sparatrappe è il cerotto, che il bambino è lu cetele, che i ganzi e i furbi si definiscono fregni, e che se vuoi augurare a qualcuno una cattiva sorte devi dirgli ‘Pozza schiatta!!’ Ma talvolta esce ancora qualcosa di sorprendente!! Poche settimane fa, un vecchio signo alla moglie, straordinariamente loquace, urlò contro: ‘ Mo’ se non ti sti zett ti ci mett nu iommere a la vocche!!’ (Adesso se non ti stai zitta ti ci metto un gomitolo dentro la bocca!!”). Adesso che sono in Abruzzo da più di 30 anni, praticamente non parlo né toscano, né abruzzese, ma un qualcosa di ibrido, di incrociato, che non rende grazia né all’uno né all’altro lessico, ma dopo tanti anni di stadi e di studi, di ambulatori e spogliatoi, di strade e di campi, una cosa ho capito.

Che l’uso della lingua italiana, importantissimo ed imprenscindibile (Perchè due italiani si devono capire e comprendere, sempre!!), non può cancellare ed eliminare l’uso del dialetto, in quanto esso è tradizione, senso di appartenenza, folclore, familiarità, memoria, usanza, consuetudine, storia, Diceva il famoso maestro Marcello D’Orta:”Io, modesto maestro elementare, dissento da glottologi, filologi e professori universitari. Il dialetto nasce dentro, è lingua dell’intimità, dell’habitat, ‘coscienza terrosa’ di un popolo, sta all’individuo parlante come la radice all’albero; nasce nella zolla, si nutre nell’humus, si fonde nella pianta stessa. È, insomma, l’anima di un popolo”. E così pure sosteneva il critico letterario Ernesto G. Parodi: ”Il dialetto è come una lingua che abbia il privilegio di possedere espressioni che le altre lingue non conoscono; e possa quindi rivelarci il segreto di una parte di realtà, che rimarrebbe, senz’esso, misteriosa e celata.” E, per finire, anche G.K. Chesterton, famoso scrittore inglese, rincarava la dose :”Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia”. Buona giornata a tutti quanti…anzi, visto che siamo a Chieti……Bona iurnata a tutti quende ! L’ho detto bene?

 

Fabio Fiaschi

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