CHIETI E VENEZIA: UN TACITO GEMELLAGGIO

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Tra le persone possono nascere sentimenti positivi, quali amore, affetto, amicizia, feeling, fiducia, fratellanza, rispetto, simpatia, solidarietà, etc.

A volte tali sentimenti abbracciano contemporaneamente più persone di un luogo, nei confronti di una moltitudine di individui di un altro luogo ed allora si parla di sentimenti tra comunità o meglio tra nazioni, città o collettività varie. I sentimenti però non sono mai stabili e possono anche trasformarsi in indifferenza o nella loro opposta sensazione, per qualificarsi poi in un vero e proprio tradimento del sentimento originario ed allora si parla di falso sentimento perché il vero sentimento non ammette deroghe e/o contaminazioni che possano inficiare la portata del medesimo ed il suo positivo valore.

Ma come accorgersi se un sentimento è vero o è artefatto? Solo il tempo può stabilirlo e dirci se due persone resteranno, ad esempio, amiche per tutta la vita; in tal caso il giudizio è semplificato dalla relativamente breve esistenza degli esseri umani. Per le collettività il rischio è maggiore e prova ne è il fatto che l’instabilità della pace tra i popoli e la maggior parte delle guerre combattute nel corso della storia del mondo, nascono proprio dai rapporti positivi che vanno poi a deteriorarsi assumendo negative connotazioni, del tutto opposte a quelle originarie, che vanno a manifestarsi, talvolta, nello scontro fisico.

Vi sono però situazioni in cui due collettività, nel corso dei secoli, hanno mostrato sentimenti autentici che hanno registrato picchi di positività, soprattutto in concomitanza di situazioni di necessità dell’una o dell’altra comunità. Nei periodi intermedi si avverte invece una situazione che potrebbe far pensare ad una neutralità di sentimenti ma non è così se poi si assiste ad un ritorno di tali benevoli valori; evidentemente quella apparente indifferenza è una sorta di latenza che può peraltro far riemergere quei buoni sentimenti che storicamente le due comunità hanno dimostrato di condividere.

Quindi solo il tempo e la storia possono dirci se tra due città c’è vera amicizia e, parlando dei sentimenti di amicizia tra Chieti e Venezia, si può tranquillamente affermare, senza tema di smentita, che i buoni rapporti, da cui poi sono scaturiti indubbi vantaggi sotto il profilo commerciale, dei servizi, della difesa reciproca, della protezione, dell’accoglienza e in generale di una alleanza, benigna sotto tutti i punti di vista, nascono da almeno seicento anni e si sono tradotti nei citati vantaggi verificatisi a più riprese nel corso dei secoli.

É attestato, già nel XV secolo, che tra la Serenissima, ormai Regina dell’Adriatico e Chieti, a quell’epoca centro di assoluta rilevanza del Centro Sud della penisola italica, ci fossero ottimi rapporti, che avrebbero apportato vantaggi, non solo a Chieti ma anche a Venezia, per la presenza di una città, quella teatina, situata non lontano dal mare e strategicamente importante, quale capitale dell’Abruzzo Citra che, con le sue coste, si affacciava su un importante settore del Medio Adriatico che faceva comunque parte del Golfo di Venezia di quel tempo.

Prova ne è che il Re di Napoli Alfonso II d’Aragona nel 1460 avesse inviato, quale ambasciatore del regno napoletano a Venezia proprio un chietino, Colantonio Valignano, uomo particolarmente erudito, discendente da famiglia nobiliare teatina,

che poi amministrò, in qualità di arcivescovo, pure la diocesi teatina. Sempre in quegli anni (precisamente nel 1462) si legge in un carteggio dell’accordo tra l’Università (il Comune) di Chieti e la Serenissima, secondo cui i veneziani avrebbero tenuto sgombro dai pirati il Golfo di Venezia, corrispondente alle acque antistanti le coste abruzzesi e in cambio Chieti avrebbe fornito alla città lagunare un nutrito numero di uomini per perseguire tale scopo.

Nel 1571 si verificò uno dei principali atti di solidarietà attiva di Chieti nei confronti della Serenissima. Per l’esattezza, si tratta di fatti d’arme che hanno visto i teatini combattere al fianco dei veneziani nella celebre battaglia di Lepanto e di cui si rimanda al precedente articolo pubblicato.

Su Lepanto va rilevato che, a supporto dei veneziani, mezzo migliaio di volontari partì dalle terre chietine e di questi, più di duecento erano proprio della città capoluogo e molti di essi ritornarono a Chieti accolti dalla festante popolazione come eroi; una quarantina di combattenti teatini invece perì nelle acque delle Curzolari. Una delle micce che accese il conflitto navale tra cristiani e ottomani fu la presa, da parte della mezzaluna, della città di Famagosta, possedimento veneziano a Cipro. Fu un assedio durato un anno e la città dovette alla fine capitolare (7 mila ciprioti/veneziani contro 200 mila turchi!), non prima di aver ottenuto l’assicurazione musulmana di risparmiare la vita di tutti i superstiti cristiani all’interno della fortificazione. Mustafà Pascià però tradì la parola data e provvide a fare strage nella città e a scorticare vivo il comandante del presidio veneziano Marcantonio Bragadin.

Il supplizio di Bragadin.

Gli ufficiali superiori, insieme al console veneziano, rei di non aver abiurato la fede cattolica, vennero invece squartati nella piazza principale di Famagosta, in presenza delle loro mogli. Il console era un certo Luigi Mezzanotte che aveva sposato una cittadina di Chieti. Da Luigi Mezzanotte derivò poi una discendenza di veneziani che si stanziarono nella città teatina con incarichi consolari per conto della Serenissima, il primo dei quali fu un tal Antonio Mezzanotte da cui poi si generò una stirpe di personalità che in Chieti ebbero cariche, funzioni ed uffici di assoluto rilievo.

Infatti sin dal 1555 era stato istituito a Chieti uno dei tre consolati generali della Repubblica di Venezia nel Regno di Napoli (più precisamente il viceregno spagnolo di Napoli). Gli altri erano nelle città portuali di Napoli e Bari. Fatto notevole se si pensa che la Serenissima aveva rappresentanze diplomatiche per lo più nelle città di mare.

L’amicizia tra le due città si consolidò nel corso della prima guerra mondiale e qui le vicende storico belliche si intrecciano con quelle calcistiche e sono meglio rappresentate nell’articolo che tratta l’origine teatina dei colori calcistici neroverdi.

Accanto a questi avvenimenti che fanno parte della storia delle due città, si racconta pure una leggenda narrataci da Gerolamo Nicolino, uno dei maggiori storici teatini, nella sua Historia della città di Chieti metropoli della provincie d’Abruzzo, quando nel 1657 scriveva che: “il corpo di San Marco Evangelista si conserva in una cassa dentro il tesoro della Chiesa Metropolitana di Chieti; e come sia stato trasferito questo glorioso corpo da Venetia a Chieti essendo stato richiesto da persona devota della stessa città e anche da altri, che io dovessi in questa mia historia farne di ciò menzione, per quello però, che per antica tradizione si tiene in essa città, mi è parso soddisfare a tal pia domanda. Ritrovandosi la città di Venezia da una gran carestia e per il gran concorso delle genti straniere, anche da peste molestata, determinò quella Repubblica, per bando pubblico, che sotto pena della vita, tutti quei poveri che non erano nativi di quella città, fra un certo termine uscissero fuori di Venezia. Il glorioso evangelista San Marco apparve ad una devota donna venetiana e le disse che da sua parte andasse da quel Senato e li dicesse di revocar dovesse tal bando, come molto inumano e crudele, altrimenti anch’egli come povero, che professato aveva la povertà di Christo, sarebbe stato necessitato partirsi dall’istessa città; non diede credito il Senato alla donna ma volle che prevalesse il bando fatto e l’ordine dato infallibilmente. Mirabil cosa (e efficacissima prova, quanto dispiaccia a Iddio e a fanti suoi l’empietà), in un subito quel corpo santissimo si levò dal suo deposito e da se’ stesso si pose dentro una barca sfornita di remi, di vela e d’ogni altra cosa necessaria alla navigatione e felicemente da se’ sola, spiccatasi dal porto prese velocemente il cammino per mare alla volta di Ancona, Nell’istesso tempo avvenne che un mercante venetiano, il quale tornava dalle parti d’Abruzzo, con una barca di grano in Venetia, s’incontrò con il suddetto legno e vedendolo così quasi volare per l’acqua e tuttavia accostarsi alla sua barca, temendo che non vi fossero corsari di dentro e che con inganno avessero abbassate le vele, cominciò a far gridare le genti di barca, come sogliono fare i marinai, acciò quelli dessero segno o d’amici o di nemici. La barca del Santo vieppiù s’accostava e avvicinatasi, ben videro quelli dell’altro legno che ivi dentro non vi era persona alcuna, intanto sentirono una fragranza grande uscire da quella barca e udirono una voce che disse: <Andate e date nuova al Senato Venetiano, che per il rigoroso bando fatto, che tutti i poveri escano da Venetia, io ancora me ne son partito, come quello che in vita ho professato la povertà del Salvatore>”.

La leggenda narrata dal Nicolino continua, precisando che la barca del santo proseguì il suo viaggio, senza essere governata da alcun vivente, sino ad approdare a Pescara dove l’odore inebriò l’intera cittadina; qui gli abitanti portarono in processione il corpo santo fino alla loro Chiesa madre. Nel frattempo i mercanti veneziani tornarono nella loro città riferendo al Senato ciò che avevano udito e visto. Il Senato si accorse che effettivamente il corpo di San Marco era sparito ed allora venne organizzata una missione con l’intento di raggiungere Pescara, dove recuperare le sacre spoglie. L’azione riuscì ma per poco tempo, perché una volta preso il mare con il corpo del Santo, i predoni furono devastati da un’insolita tempesta che li seguiva per le acque, mentre tutt’attorno c’era bonaccia. Resisi conto che quella era la volontà divina, decisero di tornare a Pescara e confessare il peccato restituendo il corpo di San Marco. I pescaresi ritennero allora che fosse più opportuno portare a Chieti quelle spoglie, in quanto nella città teatina sarebbero state più al sicuro. Ma a Venezia non demordevano ed organizzarono una nuova spedizione stavolta a Chieti con l’aiuto di alcuni lombardi che, corrotto il sagrestano della cattedrale teatina, riuscirono ad asportare il corpo dal giaciglio in chiesa ma qui avvenne un prodigio per cui furono tutti presi da improvviso tramortimento e caddero a terra privi di sensi, quasi morti. Il mattino dopo i chietini che si erano recati in chiesa a pregare, videro quelle persone che giacevano a terra insieme al loro sagrestano e capirono che avevano tentato di trafugare la salma che venne poi riposta nel luogo santo del duomo.

Nicolino non ci dice come poi queste sacre spoglie siano tornate in Venezia ma la leggenda è indicativa per sottolineare il legame tra le due città.

Insomma è indubbio che quanto sin qui scritto stia a testimoniare l’esistenza di un legame tra Venezia e Chieti che, nel corso dei secoli, ha mostrato le sue indissolubili connotazioni amicali; l’esigenza di formalizzare, istituzionalizzando tale rapporto di amicizia, ormai consolidato nel tempo, vuole porsi a fondamento di un riconoscimento ufficiale qual è quello del gemellaggio tra le due città che si auspica sia raggiunto.

Marino Valentini

                                                   

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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2 risposte a “CHIETI E VENEZIA: UN TACITO GEMELLAGGIO”

  1. Un eccellente ed interessantissimo articolo che rivela particolari inediti o, comunque, sconosciuti alla maggior parte dei concittadini di questa città che vanta tremila anni di storia ed, ahimé, oggi è affannata nel trovare gli spazi minimi di sopravvivenza ….

    1. Grazie Sig. Franco, se naviga nel blog, troverà tanti altri articoli che riguardano la nostra città, sconosciuti ai più. Saluti.

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