A CHIETI NACQUE LA CARBONERIA.

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Sulla Carboneria, fenomeno dell’inizio del 19° secolo, ossia un’organizzazione segreta anti-governativa con obiettivi repubblicani e costituzionali, si è portati a ritenere che, sulla base di elementi di oggettiva interpretazione, la sua nascita sia avvenuta nel mezzogiorno d’Italia, in considerazione della grande floridità e del veloce propagarsi del fenomeno per tutta la Penisola.

Come è noto, la Carboneria sorse dal seno della Massoneria, con riti, simboli e formule pressoché uguali e in questo articolo si vuole ribadire che la terra d’Abruzzo fece da innesco al fenomeno carbonaro, che darà poi vita ad una moderna concezione della massoneria, visto che lo stesso venne introdotto partendo proprio da Chieti, l’allora capoluogo dell’Abruzzo Citeriore.

L’idea di aver introdotto la Carboneria nel Mezzogiorno d’Italia è da tutti gli storici accreditata a Pierre Joseph Briot, la cui vita va di pari passo coi primordi e lo sviluppo degli eventi carbonari in un quadro storico i cui si intreccia la complessa vicenda di questo personaggio francese; i libri ci consegnano Briot quale figura minore in un periodo particolarmente fecondo di avvenimenti straordinari che hanno caratterizzato la Storia ma, per lo studio particolare della materia oggetto di questo articolo, tale personaggio si rivela decisamente significativo anche perché la sua vita rispecchia abbastanza fedelmente la parabola rivoluzionaria, con i suoi eccessi, i suoi eroismi e le sue molte contraddizioni, elementi che si rinvengono nel fenomeno carbonaro.

Nato a Besançon nel 1771 da famiglia agiata, dopo una sofferta crisi spirituale, Briot si lanciò con giovanile entusiasmo nell’attività politica allo scoppio dei primi eventi rivoluzionari. Buon oratore, abile polemista, di intelligenza pronta e sveglia, ottimo conoscitore ed ammiratore degli autori classici latini e degli illuministi (Rousseau in particolare), divenne ben presto il punto di riferimento dei patrioti di Besançon.

Schierato per la Gironda, fu scelto per rappresentare le istanze dei suoi concittadini alla Convenzione; giunto a Parigi a ventitrè anni, fu spettatore del colpo di stato giacobino (estate del 1794) e tornato a Besançon, fece professione di sincera fede ai nuovi padroni della Francia. Incarcerato per qualche tempo all’indomani di Termidoro, fu eletto dal dipartimento del Doubs al Consiglio dei Cinquecento nelle tormentate elezioni dell’anno VII.

Qui ebbe modo di legarsi a Luciano Bonaparte e, nel triennio giacobino di espansione francese in Italia, fu il principale partigiano della necessità di favorire l’unificazione politica della Penisola: lesse infatti al Consiglio, accompagnandoli con veementi discorsi, tre pamphlets inviatigli dai patrioti italiani esuli in Francia dopo la caduta delle repubbliche sorelle. Fu l’amicizia di Luciano a salvarlo dalla deportazione dopo il 18 brumaio e sempre per l’intercessione dell’allora ministro dell’Interno, dopo circa due anni di relativa inattività ottenne l’incarico di commissario governativo all’Isola d’Elba.

I contrasti con il generale corso Rusca (il governatore dell’isola d’Elba con la presa di Portoferraio da parte francese) non gli fecero riconoscere dal governo gli indiscutibili meriti del suo operato, anzi ne determinarono l’inopinata destituzione cui seguirono ancora due anni di “relegazione” controllata a Besançon. Caduto in disgrazia Luciano Bonaparte, suo vecchio protettore, a Briot non restò che far valere i suoi appoggi massonici e alla fine ottenne l’interessamento del ministro dell’Interno Chaptal che, nel marzo del 1806, lo segnalò al consigliere di Stato André Miot per un incarico nel ministero dell’interno del regno di Napoli, appena passato sotto lo scettro di Giuseppe Bonaparte, dove peraltro era già giunto in qualità di ministro della polizia Cristoforo Saliceti, suo sodale giacobino.

Briot nel 1806 fu nominato intendente e destinato ad una provincia relativamente tranquilla, come quella dell’Abruzzo Citeriore, a Chieti, nella città capoluogo dove strinse solidi legami personali e politici col gruppo di intellettuali teatini. La vita tormentata ed avventurosa di questo giacobino di provincia che il vento rivoluzionario portò a inculcare il nuovo regime, condusse ad un duro scontro con il decurionato di Chieti, sede dell’intendenza, ed a determinarne il trasferimento ad altra sede, quella della difficile Calabria citeriore.

A questo punto occorre spiegare meglio qual sia, nel periodo teatino, la particolarità di Briot, personaggio vanitoso, permaloso e collerico, oltre che impavido e sarcastico, che amava fare le “vasche” lungo le vie principali di Chieti, mettendosi in bella mostra, ostentando il suo vestire ricercato ed esibendo il codino tipico dei rivoluzionari.

In base a documenti privati che sono stati visionati dopo la sua morte, Briot sarebbe stato nientemeno che il fondatore ed il capo della carboneria napoletana e perciò avrebbe segretamente cospirato contro lo stesso Napoleone. Anche le fonti più autorevoli francesi danno per certa l’origine francese della carboneria napoletana, attribuendola al giacobino di Besancon, rilevando per la fondazione della setta nel Mezzogiorno alcune significative coincidenze: la diffusione nel Regno di Napoli della carboneria a partire dal 1806, data in cui Briot vi giunse in qualità di intendente dell’Abruzzo Citra mentre risiedeva nella città teatina e il fatto che i primi moti carbonari scoppiarono in Abruzzo e in Calabria e cioè proprio in quelle terre dove il giacobino attese alle sue pubbliche funzioni, gettandovi il seme della carboneria.

Un’altra chiave di testimonianza a suffragio della origine teatina della carboneria, è offerta dallo storico Giovanni Pansa che, nel riportare la raffigurazione del sigillo segreto della vendita carbonara di Chieti (la VENDITA, secondo il gergo degli adepti che utilizzavano un vocabolario cifrato per non destare sospetti nella polizia, erano le sezioni locali composte di 20 affiliati che equivale all’odierno nome di Loggia), segnala che intorno vi si legge “Loge de la parfaite union à l’Orient de Chieti”. Una delle prime vendite carbonare di Chieti recava il nome della vecchia loggia massonica-giacobina dell’Isola d’Elba, della quale uno dei capi, a partire dal 1803 fu proprio Pierre-Joseph Briot. Chi dunque avrebbe potuto dare quel nome alla vendita se non Briot stesso?

Briot, pur sottomettendosi all’Impero, non avrebbe mai abbandonato i suoi ideali, anzi avrebbe segretamente cospirato contro di esso preparando la sua caduta. Lungi, dunque, dal “convertirsi” all’Impero, Briot si sarebbe “mimetizzato” nell’Impero per combatterlo al suo interno.

Pertanto, nata a Chieti, la carboneria si estese dapprima alla Calabria e successivamente all’intero Regno di Napoli, per poi espandersi all’Italia settentrionale e, da qui, in seguito varcare i confini della penisola, trovando simpatie in Francia e pure in Spagna.

Chieti, città ricca di storia, è stata non solo spettatrice ma ha anche creato quei presupposti affinché eventi eccezionali che hanno segnato intere epoche, siano risultati significativi per le sorti politiche nazionali ed anche internazionali. Nel suo unico anno teatino, l’intendente Briot riuscì peraltro a dimostrare il suo grande talento di amministratore, cercando di sviluppare i lavori pubblici, l’istruzione, le opere di carità, e fondando pure un giornale locale.

Non si può sottovalutare l’importanza storica di talune fenomenologie politiche e sociali che hanno coinvolto il nostro Paese, interessandolo tuttora, pur rilevando che certe logge massoniche così come le sette segrete, hanno di fatto avvelenato il tessuto morale e politico del nostro popolo (visto che tali organizzazioni, la cui sola fedeltà a potenze o lobby anti italiane è chiara e conclamata, sono state da tempo ritenute corresponsabili di omicidi e stragi in Italia).

Come si fa ad ignorare nel 21° secolo questo notevole patrimonio di memoria storica che Chieti ha offerto (come non solo nel caso di Pierre Briot), nonostante gli altrui tentativi di calpestarne le testimonianze storiche, disprezzando, minimizzando, evitando e ignorando subdolamente e dolosamente tutto ciò che è avvenuto e che ancora avviene nella città teatina?

Il complesso di vicende storiche che costituiscono un evolversi culturale, attraverso il quale una società civile va sviluppandosi, ci suggerisce di far tesoro del passato per analizzare e capire al meglio il film che rappresenta quel flusso di immagini senza fine ed esperienze di cui la città è stata talvolta spettatrice e talaltra protagonista. Comprendere al meglio questo film significa conoscere maggiormente questa città, sforzandosi di intuirne anche quale possa essere il suo futuro, perché non è assolutamente vero, come spesso si sente dire tra il Corso ed i portici, che guardare indietro impedisca a Chieti di andare avanti.

 

 

 

 

 

 

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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