CHIETI NELLA BATTAGLIA DI LEPANTO

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E’ il mese di luglio del 1566, da poco è morto Nostradamus e nei paesi delle coste abruzzesi risuonano ancora terribili le sue profezie che preannunciano la nefasta irruzione dell’Islam direttamente dall’Adriatico, per giungere fino a Roma e in Europa.

C’è chi ritiene trattarsi di false predizioni di un visionario ma al termine dello stesso mese deve ricredersi perché i saraceni vengono proprio avvistati al largo di Pescara con oltre un centinaio di galee. Lo sbarco invasore non avviene perché la fortezza pescarese riesce a rintuzzare l’attacco ottomano a colpi di artiglieria ed allora la flotta turca comandata da Pyalì Pashà decide di ripiegare poco più a sud per invadere la vulnerabile Francavilla.

Sbarcano alla foce del fiume Foro ben settemila saraceni col preciso obiettivo di rifornirsi d’acqua ma soprattutto di saccheggiare i territori che incontrano. Nella cittadina adriatica catturano mezzo migliaio di cittadini allo scopo di incatenarli ai remi delle galee turche, poi profanano la locale chiesa per asportarvi l’urna d’argento contenente le spoglie di San Franco e, prima d’incendiarle, depredano le case di cibo e animali, le residenze dei ricchi sono saccheggiate degli oggetti preziosi, le donne vengono brutalmente fatte oggetto di stupri.

Il giorno successivo, messi al sicuro sulle imbarcazioni i prigionieri, il cibo e i preziosi, l’orda ottomana si dirige verso l’interno percorrendo la val di Foro per attaccare Tollo, Ripa e Villamagna ma non hanno vita facile per le fortificazioni che incontrano a difesa di questi paesi e così sono costretti a scendere più a sud, via mare, per assaltare le città litoranee di Ortona, San Vito e Vasto, cittadine dove riescono a penetrare per volgere le loro predatorie attenzioni sulle chiese, per razziarle e poi incendiarle.

L’esperienza dell’aggressione subita dà modo di comprendere la vulnerabilità di quei borghi non predisposti di torri d’avvistamento e fortificazioni, al contrario di quanto accaduto invece a Pescara, città dotata di buona protezione fortilizia, con bastioni provvisti di armigeri e pezzi di artiglieria.

Pertanto, considerato che l’Adriatico costituisce per le orde ottomane un’agevole porta d’entrata nell’Occidente europeo, in Abruzzo si decide di costruire lungo la costa, dal Tronto al Trigno, numerose torri di avvistamento disposte in modo da poter comunicare facilmente tra loro e dare così l’allarme con sufficiente anticipo. Le stesse vengono dotate di adeguate guarnigioni in modo da respingere qualsiasi tipo d’attacco dal mare.

Lo stratagemma difensivo sembra funzionare e pertanto le armate di mare turche, in vista dei nuovi insediamenti militari, decidono di battere in ritirata e abbandonano anche l’idea di impadronirsi delle isole Tremiti, temendo l’immediato invio dalla costa abruzzese di navi a difesa delle stesse. L’intenzione era infatti quella di mettere, dapprima fuori combattimento la costa adriatica, per rivolgersi poi contro le isole, nella certezza di poter poi operare senza problemi.

Se l’Abruzzo pare aver ritrovato una sufficiente tranquillità, lo stesso non può dirsi di Venezia, città che vanta il monopolio dei commerci marittimi, che è minacciata dagli atti di pirateria da parte dei turchi ma è soprattutto preoccupata per i suoi possedimenti lontano dalla laguna. In particolare l’isola di Cipro.

Cinque anni dopo, le città di Famagosta e Nicosia cadono in mano turca dopo un lungo assedio ed i rispettivi comandanti vengono orribilmente uccisi, nonostante la falsa promessa di aver salva la vita.

Nel frattempo diverse potenze cristiane, sotto il nome di Lega Santa, dopo aver preso contezza delle atrocità perpetrate a Cipro, decidono una buona volta di allearsi contro la preoccupante minaccia dell’avanzata dell’impero ottomano e dell’Islam in generale e così 210 navi salpano dai rispettivi porti per incontrarsi il 24 agosto 1571 nei pressi Messina, per poi muovere il 16 settembre verso oriente nel Mar Ionio davanti la Grecia.

In soccorso di Venezia viene armato uno scafo tutto teatino, al comando dei capitani Giuseppe Persiani e Pietro Gasbarri. La nave, una galea veneziana, è composta da duecento cittadini di Chieti e trecento della sua provincia (Abruzzo Citeriore), tutti volontari. Va precisato che i teatini, non vantando attitudini marinare, sembrerebbero penalizzati dall’imminente scontro ma così non sarà e non pochi dei volontari sono famigliari congiunti di quei cittadini che cinque anni prima sono stati barbaramente uccisi o catturati dai saraceni nell’incursione dell’estate del 1566 e sono perciò animati da spirito di rivalsa verso i nemici, nondimeno è il resto dell’equipaggio che nutre un particolare senso di solidarietà nei confronti delle vicine popolazioni, colpite dalle orde musulmane.

Il sei ottobre 1571 la flotta della Lega Santa è riunita davanti al Golfo di Patrasso per intercettare l’armata turca che, salpata dai diversi porti dell’impero, fa rotta verso il piccolo porto di Lepanto, nello stesso golfo, ma non rimane lì preferendo scontrarsi in mare aperto: sarà un grande errore per i turchi. Ci si accorge subito che la flotta turca supera quella cristiana per numero di uomini e imbarcazioni ma il numero di cannoni e la loro qualità sono decisamente a favore della Lega Santa e questo particolare farà poi la differenza.

Va ancora rilevato che gli armamenti individuali dei due schieramenti sono del tutto diversi: all’equipaggiamento leggero dell’ottomano, armato di spada, arco con frecce, balestra e mazza ferrata, fa da contraltare l’armamento del combattente cristiano che, difeso da corazza metallica, dispone di archibugio; pertanto i turchi sembrano avvantaggiati solo in caso di combattimento ravvicinato, ancor meglio nel corpo a corpo, circostanza che non avviene, se non di rado, data l’impossibilità di abbordare le pesanti ed alte galeazze, disposte nel conflitto a breve distanza di tiro proprio al centro della flotta turca. Quello delle galeazze, vere e proprie fortezze acquatiche che possono sparare da ogni lato, al contrario delle più piccole galee la cui artiglieria è posta solo a poppa e a prua, rappresenta una novità per tutti, alleati e nemici, visto che il tipo di nave è stato varato in gran segreto nell’arsenale veneziano.

E’ un escamotage per spostare l’attenzione del grosso delle imbarcazioni turche contro queste sei navi più grandi, mentre le altre galee cristiane possono aver vita facile nel cannoneggiare i musulmani.

La galea teatina non arriva alla lunghezza di cinquanta metri, dotata di un centinaio di remi a ognuno dei quali vengono impiegati 3 o 4 uomini (una ventina in totale sono condannati prelevati dal carcere teatino), è equipaggiata da cannoni di piccolo/medio calibro posti nella parte anteriore e in quella posteriore dello scafo. La nave comandata da Persiani, battendosi con impeto travolgente, si distingue a supporto della parte sinistra dove prende le redini dello scontro l’ammiraglio veneziano Barbarigo. Ogni archibugiere teatino, al ferire mortalmente un ottomano grida ad alta voce il nome di un conterraneo catturato o ucciso nell’estate del ’66. Ciò dà sprone all’equipaggio chietino che trova accresciuto stimolo e forza nel morale per il prosieguo dello scontro.

Sono le quattro pomeridiane del sette ottobre 1571, la sanguinosa battaglia con oltre trentamila uomini, tra morti e feriti, ha da poco avuto termine e l’epilogo della battaglia arride alla flotta cristiana. Il comandante in capo della Lega Santa, il giovane don Giovanni d’Austria, innalza sull’albero maestro della sua ammiraglia lo stendardo della vittoria della cristianità sull’Islam, ossia un drappo rosso damascato, su cui è dipinto il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo. Dalle galee vincenti si alza un’unanime invocazione divina rivolta alla Cristiana Vittoria al grido di Viva Maria! Anche dall’imbarcazione teatina, a voce alta, si leva la medesima esclamazione, intervallata dal grido Viva Giustino!, a ricordo dell’assedio turco alla città di Chieti avvenuto più di 500 anni prima, risoltosi con l’affermazione chietina, grazie all‘intercessione miracolosa di San Giustino. Tutte le galee della flotta vincitrice issano sui propri alberi i loro  vessilli d’appartenenza; tra i tanti, di colore rosso, giallo e bianco, se ne distingue uno di colore azzurro che garrisce al vento della tempesta in arrivo, stagliandosi nell’orizzonte vittorioso delle nubi di Lepanto: esso reca l’immagine di Achille a cavallo.

Marino Valentini

 

 

 

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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Una risposta a “CHIETI NELLA BATTAGLIA DI LEPANTO”

  1. Ritrovare lo spirito (o Spirito?) di Lepanto. Questo dovremmo fare noi tiepidi cristiani di inizio millennio, ormai “pecoroni invigliacchiti”, come direbbe Don Bastiano (interpretato dall’immenso Flavio Bucci ne “Il marchese del Grillo”. Cominciando dalla consapevolezza, che ormai ci è stata annacquata da 50 anni di pervicace propaganda tesa a destrutturarla. Sarebbe come chiedere un atto di coraggio ad un bambino, ma la storia ricorda San Tarcisio, Gennaro Capuozzo o l’ormai scotomizzato Balilla, bambini-eroi. Solo Lui può aiutarci, ed infondere ardimento in spiriti e membra che – ahinoi – somigliano di più a quelle di zombie che non di “cristijane”. Attendiamo un miracolo. Non ci sono altre parole per descrivere per antitesi lo squallore attuale e l’ottundimento di mente e spirito che contraddistingue l’occidentale odierno, distrutto dal climax luciferino che hanno creato dal ’68 in poi. Che avvenga questo miracolo, magari con l’aiuto delle anime sante dei Teatini che, armi in pugno, impedirono al tiepido gregge odierno di parlare turco e di pregare con il deretano in aria. Viva Giustino.

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