CHIETI, VENEZIA E UNA CASSA: STORIA DI AMICIZIA TRA LE DUE CITTÀ.

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La storia che di seguito viene narrata evidenzia un episodio, certamente non molto conosciuto, avvenuto un secolo fa, che costituì un momento molto significativo per Chieti poiché, traendo spunto da un fatto sportivo, suggellò consolidandola, un’amicizia di lunga data tra la città teatina e quella di Venezia.

In ambito calcistico e più in generale sportivo, è risaputo che le squadre mutuino i propri colori da quelli dello stemma cittadino ma non è sempre così e la squadra di calcio teatina è l’eccezione che conferma questa regola.

Com’è noto, ciò che è presente sullo stemma della città di Chieti è l’Achille a cavallo, con scudo biancorosso e lancia, su uno sfondo azzurro. Se pensiamo che il gonfalone teatino, che reca al centro lo stemma, è blasonato di rosso (per i puristi di cremisi), ci verrebbe da dire che c’azzecca il neroverde con Chieti?

La risposta risiede nel colore della squadra di calcio della città di Venezia e la Chieti pallonara l’adottò 100 anni fa,  sebbene ancora non vi fosse una società di calcio teatina affiliata all’allora federazione sportiva di riferimento.

Prima di spiegare le ragioni di questo singolare connubio, è opportuno parlare del quadro storico politico in cui la città di Venezia, anzi l’Italia intera, vennero a trovarsi un secolo fa ed anche prima.

Va innanzitutto detto che Venezia, al culmine delle tre sanguinose guerre d’indipendenza, era stata ormai annessa al Regno d’Italia, a seguito del plebiscito del 1866. Va precisato che il Veneto e Venezia appartenevano all’Austria ma l’esito della terza guerra d’Indipendenza comportò il passaggio di questi territori all’Italia per il tramite della Francia, visto che l’Austria non volle trattare direttamente con gli italiani, vincitori della guerra insieme a francesi e prussiani ma di fatto perdenti sul campo, nella maggior parte delle battaglie (Custoza e Lissa su tutte).

L’accordo (trattato di Praga) prevedeva che Venezia (insieme agli altri residui territori del Lombardo Veneto) passasse alla Francia per poi venire annessa al Regno di Vittorio Emanuele II, previa consultazione popolare che fu pari al 99,99% favorevole all’annessione. Si tralascia di descrivere le modalità in cui si svolsero tali plebisciti che avevano già interessato l’intera penisola ed in particolare l’ex Regno delle due Sicilie.

Poco più di quindici anni dopo, nel 1882, l’Italia, ormai interamente unita, decise di stringere un patto con l’Austria e la Germania, sotto il nome di Triplice Alleanza, che comportava la difesa dei singoli territori delle nazioni contraenti e l’intervento delle stesse in soccorso di ciascuna, in caso di attacco militare della Francia o anche della Russia.

Non di rado però capita che alcuni trattati vengano disattesi da una o più parti ed infatti allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914, l’Italia si dichiarò dapprima neutrale per poi decidere di aderire alla Triplice Intesa (Francia, Regno Unito e Russia) in cambio della promessa di ottenere territori nell’Adriatico; fu così che l’esercito italiano entrò nel 1915 in conflitto contro l’Austria.

A questo punto si sgonfiò la relativa tranquillità dei veneziani, certi di non essere teatro di conflitti bellici, per la stipula dell’accordo di difesa italo-austriaco, contro un potenziale attacco francese, che si sarebbe comunque manifestato dall’altra parte del nord Italia. La rottura del patto faceva invece emergere la preoccupazione di Venezia, visto che la stessa si sarebbe trovata proprio al centro, militarmente parlando, di un nuovo conflitto austro-italiano, mentre sotto un profilo geopolitico, la città lagunare, che da sempre rappresentava la porta che da oriente si apriva all’occidente, costituiva ancora una volta lo snodo fondamentale tra l’Europa centrale e quella dell’Est, ancor di più strategicamente parlando, se pensiamo che il posto dell’Italia, nella Triplice Alleanza, fu assunto dall’impero ottomano. Le preoccupazioni dei veneziani non tardarono a manifestarsi.

Venezia venne bombardata dal cielo e dal mare e le difese antiaeree poterono ben poco contro gli esili ed agili velivoli austriaci che partivano da Pola, mentre lo spostamento dello scontro sul fronte marino aumentava le inquietudini giustificate dal tragico precedente di Lissa.

Gli austriaci si accanirono sulla città con particolare violenza e ogni incursione aerea durava non meno di mezzora, quasi sempre al tramonto o nelle prime ore del mattino. Arrivavano aerei distanziati fra loro, in rapida successione, che dopo aver compiuto una serie di virate sganciavano le bombe.

Priorità assoluta nella difesa della città, oltre l’incolumità dei cittadini, fu quella di preservare le opere d’arte e i monumenti mentre, subito dopo la disfatta di Caporetto, nell’autunno del ’17, quando era forte il timore che le città venete potessero presto cadere in mano austriaca, ci si preoccupò di far traslocare i documenti e gli altri beni trasportabili, per i quali le città di Chieti e di Firenze diedero la loro disponibilità ad aiutare Venezia, facendosi carico di conservare il materiale cartaceo di quest’ultima. Infatti i documenti del Comune vennero trasferiti a Chieti, mentre il patrimonio della Biblioteca della Marciana andò a Firenze.

Peraltro Chieti non si limitò a tenere solo i documenti dell’anagrafe comunale veneziana, ma decise pure di accogliervi il distretto militare della città lagunare che trovò sede nel teatro vecchio, poi ribattezzato Palazzo dei Veneziani e diede altresì ospitalità sia ai veneti profughi, sia ai veneziani sfollati dalla città martoriata dai bombardamenti. In Abruzzo ne furono accolti 13.300 di cui 4.800 veneziani, in larga misura ospitati nella città di Chieti. La storia dell’amicizia teatino-veneziana ha origini antiche, visto che già all’epoca della Serenissima, i dogi avevano inteso stabilire proprio a Chieti una loro rappresentanza consolare, memori e grati del contributo chietino per la vittoriosa battaglia di Lepanto, dove il contingente di Chieti si distinse sotto la bandiera dell’Achille a cavallo guidato dal comandante teatino Persiani.

Quella dell’ospitalità teatina in tempo bellico avrà poi un seguito, visto che si ripresenterà in forme ben più consistenti per numero, in occasione della seconda guerra mondiale quando Chieti nel marzo 1944 venne dichiarata Città Aperta e quindi libera da cannoneggiamenti di artiglierie e di bombardieri da ambo gli schieramenti. In quell’occasione l’accoglienza chietina fu davvero commovente se pensiamo che si rilevò benevolmente contagiosa anche per le truppe tedesche presenti in città che, in molti casi, si privarono di buona parte delle riserve destinate al proprio rancio per offrirlo ad una popolazione affamata che era arrivata a sfiorare il numero di circa duecentomila unità. Casi isolati di profittevole speculazione sullo stato di necessità degli sfollati sono stati ingiustamente generalizzati, al solo scopo di creare gratuitamente delle stupide connotazioni campanilistiche di Chieti verso alcune città limitrofe.

Torniamo al periodo della Grande Guerra e della relazione tra le due città per raccontare che la gratitudine dei tanti veneziani presenti a Chieti portò a donare ai teatini una copia in bassorilievo del leone alato di San Marco, riproducente l’opera presente sulla facciata della porta dei Santi Quaranta a Treviso. L’opera venne realizzata da un famoso scultore veneto di quel tempo, Annibale de Lotto, anch’egli sfollato a Chieti, che al leone alato volle aggiungere l’aureola e la spada.

Il leone marciano donato a Chieti è oggi presente al lato sinistro dell’ingresso che conduce all’atrio di Palazzo d’Achille (casa comunale), a testimonianza dell’accoglienza resa dai teatini ai veneziani per gli eventi bellici di un secolo fa e sulla sua sommità reca la seguente iscrizione:

I VENEZIANI

ALL’ABRUZZO FRATERNAMENTE OSPITALE

NEI GIORNI DI LOTTA PER I DESTINI DELLA PATRIA

E DELL’UMANITÀ

A guerra ultimata, il distretto militare veneziano e i serenissimi documenti comunali, così come i profughi, fecero ritorno in Veneto ma lasciarono una cassa di legno che i teatini pensarono fosse stata dimenticata. I veneziani, tra le cose più care che non vollero che potessero cadere in mano straniera, avevano portato al sicuro anche il simbolo dell’identitarietà calcistica veneziana, a testimonianza che il senso di appartenenza ed il legame con la propria città si riconoscono anche con l’atto sportivo. I veneziani, quale segno di duratura amicizia, dissero che si trattava di un piccolo ma significativo omaggio a memoria dell’ospitalità ricevuta e quando i nostri concittadini aprirono il baule, vi rinvennero le divise originali neroverdi della squadra di calcio veneziana che, fondata nel 1907 coi colori sociali rosso e blu (dal colore delle due palestre cittadine che si erano fuse per costituire la squadra di calcio), aveva deciso nel 1911 di cambiare i colori della propria maglia in nero e verde per non confondersi con le divise del Genoa.

Quelle maglie vennero subito utilizzate dalla squadra chietina che muoveva i primi calci in città, a dimostrazione di un ideale connubio sportivo e sociale con la città lagunare ed i colori neroverdi vennero poi definitivamente adottati, qualche anno più tardi, dalla prima squadra calcistica teatina affiliata alla federazione; era il 1922 e da quell’anno iniziava ufficialmente l’epopea del calcio a Chieti.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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