…CONTINUAVANO A CHIAMARLA TRINITÀ

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Dopo un’alluvione, in prossimità di ostacoli naturali o artificiali, troviamo accumuli di ogni sorta di oggetti, relitti, baracche, veicoli, trascinati in ordine sparso dalla violenza delle acque.

Allo stesso modo, trascinate dalla violenza dell’inconsapevolezza umana, si sono accumulate in prossimità di quel luogo denominato Piazza Trento e Trieste, anche se continuano a chiamarla Trinità, quantità di paccottiglia urbana da destabilizzare anche il più distratto degli osservatori.

Tanto che la storica chiesa dal campanile a cipolla (elegante malgrado il giallo improbabile delle pareti laterali) e la sua ingombrante cappella circolare (già torre delle mura cinquecentesche), paiono essere entità estranee.

Non che altri luoghi cittadini siano esenti da questa patologia ma in questo, sarà per la sua storia, il fenomeno è estremamente interessante.

La storia appunto. Partiamo da lontano.

Elaborazione di immagine Street View

Da quando, si ritiene, esso fu luogo di ingresso alla città romana della via Tiburtina Claudia Valeria (o del suo “diverticolo urbano” come gli amici archeologi amano definirlo).

Da quando, nelle epoche successive, la porta delle Tre Croci, divenuta poi Porta S. Andrea, accoglieva le mercanzie provenienti dalle campagne circostanti ed i viandanti trovavano rifugio presso l’ “Ospedale dei Pellegrini” (oggi Palazzo Lepri).

Da quando, abbattute le mura urbiche, divenne luogo di confluenza di tante (troppe) vie dal territorio meridionale, prima percorse da carri ed animali, oggi da veicoli a motore di ogni dimensione.

L’essere luogo di accesso, di traffico, di caos è quindi un carattere che questo luogo si trascina da millenni. E gli ingenui e goffi tentativi di governare questi flussi, questi vortici, queste dinamiche socio-urbane nonché gli ancor più grotteschi ideali di “decoro urbano”, hanno riempito lo spazio di squallido ciarpame.

Scorrendo lo sguardo mi imbatto nelle baracche a ridosso del bar del buon Christos, in scooters velati in sosta perenne, nel caotico girotondo di veicoli intorno ad una ciotola piena di terra, nelle anacronistiche cabine telefoniche, nell’edicola errante, nelle inutili ed agricole cancellate dell’ex OND.

Foto di Dario Di Luzio

E poi ancora nell’infilata di vasi in plastica simil-cotto, in ipocrite lanterne su pali simil-ottocento, in panchine in cemento simil-granito, nella schizofrenica gradinata della chiesa, nella Madonnina pergolata controllata a vista dall’occhio severo della telecamera, nella mappa della città “voi siete qui” sponsorizzata dalle pompe funebri, nelle insegne commerciali appese come le lenzuola nei quartieri spagnoli in compagnia di compressori e parabole.

Mi fermo. Lascio a voi il piacere di ulteriori “scoperte”. Magari il venerdì quando il clima da Jamaa el Fna si esprime in tutta la sua essenza.

Si può migliorare questo luogo?

Foto di Dario Di Luzio

Certamente si, ma non con interventi populisti che rischiano di defraudare lo spazio dalle sue peculiarità più profonde, né tanto meno con interventi tampone come finora effettuato.

Un progetto unitario che restituisca definizione spaziale alla piazza conservandone i valori peculiari, funzionali e storici ma che al tempo stesso abbia un carattere innovativo e contemporaneo è possibile.

Superando qualche ostacolo. Culturale più che economico.

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