DALLA CONURBAZIONE ALLA CITTÀ METROPOLITANA

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Conurbazione, area metropolitana, città metropolitana, Grande Pescara, Nuova Pescara e finanche metropoli del Medio Adriatico, sono tutti termini che già da tempo risuonano nelle nostre orecchie e/o che si prestano alla nostra lettura sui quotidiani abruzzesi. Ma cosa c’è di vero, cosa c’è di amministrativamente reale e cosa c’è di concreto nel momento in cui  questo articolo viene pubblicato?

Innanzitutto va detto che si parla d’Abruzzo e precisamente di quella parte d’Abruzzo coincidente con la città di Pescara e comuni confinanti o comunque ad essa vicini. È anche sacrosanto che ci troviamo di fronte ad una conurbazione, cioè una superficie urbana comprendente alcune città che, attraverso la crescita della popolazione e l’espansione urbana, di fatto si sono saldate tra di loro e hanno formato un’area uniforme e continua. Questo è quello che appare geograficamente, mentre amministrativamente certi politici e certi media vanno ben più avanti, parlando di area metropolitana ma sappiamo bene che siffatte aree, per meglio dire le città metropolitane, sono quelle che la legge ha già statuito, istituzionalizzandole. Pur tuttavia in Abruzzo si continua a parlare di questo falso amministrativo ricomprendente diversi comuni, tra cui due città capoluogo di provincia. Tale accezione la ritroviamo sulla stampa locale, forse per aumentare il numero delle pagine dei propri quotidiani, ma anche la politica istituzionale abruzzese, l’Ente Regione, ha accolto certo lessico, quando parla senza mezzi termini di area metropolitana inducendo in equivoco l’opinione pubblica che ha erroneamente recepito cambiamenti che la legge non ha mai decretato.

Se vogliamo entrare nel merito letteral-giuridico dei termini, potremmo affermare che una città metropolitana rappresenta l’intenzionale volontà, amministrativamente parlando, di creare un’agglomerazione di più comuni, dove c’è una città, la maggiore di tutte sotto un profilo territoriale e/o demografico, che va, via via, ad inglobare gli altri centri limitrofi.

È anche opportuno riesumare storicamente l’argomento, sotto un punto di vista terminologico, quando inizialmente si parlava di conurbazione, poi di Area metropolitana Chieti/Pescara, dopo di Area metropolitana Pescara/Chieti, quindi di Area metropolitana di Pescara, in  seguito di Grande (o Nuova) Pescara (con l’accorpamento di Spoltore e Montesilvano) e in questi giorni si comincia pure a parlare di metropoli del Medio Adriatico (nell’ipotesi di città che possa raggiungere i 250 mila/300 mila abitanti).

Ê opportuno esaminare se e in che modo questi stravolgimenti urbani apporteranno vantaggi concreti alla nuova città, alla Nuova Pescara che, nelle intenzioni di molti, fagociterà, oltre a Montesilvano e Spoltore, anche i centri maggiori di Chieti, Francavilla Al Mare e forse pure Ortona, per citare solo i centri maggiori. Sì, perché per aprire le porte giuridiche della città metropolitana, alla nuova metropoli serve dannatamente raggiungere la cifra di almeno 250 mila abitanti. Vediamoli allora questi vantaggi: maggiori risorse da destinare agli investimenti, all’occupazione o all’abbattimento delle tasse; preferenza rispetto alle altre aree della regione, nella politica degli investimenti; taglio di un buon numero di assessori e consiglieri comunali; l’idea di far nascere una grande metropoli del medio adriatico fa sì che si possano creare le condizioni per rendere il  sistema territoriale nuovamente competitivo e capace di attrarre gli investimenti pubblici e privati non più a vantaggio di Bari e di Ancona.

Questo è almeno ciò che, più o meno, si legge sul portale internet appositamente creato per sostenere le ragioni dell’unione dei comuni di Pescara, Montesilvano e Spoltore. Altri vantaggi riguarderebbero la deroga al patto di stabilità e l’esonero dai limiti per le nuove assunzioni di personale. Vista così, l’unione di comuni rappresenterebbe una ghiotta occasione dettata, più che da motivi di opportunità, da ragioni di opportunismo. E’ naturale, infatti che, per consentire un maggior afflusso di contributi e finanziamenti a queste realtà allargate, ci saranno altri comuni e città che dovranno assumersi maggiori oneri e sacrifici, soprattutto quando in un territorio regionale c’è già chi assorbe il maggior numero di investimenti e fondi e si vedrà, in tal modo, accresciute le sue già notevoli capacità di ricevere denari pubblici ed opportunità.

I fautori della Nuova Pescara parlano di opportunità non solo per la città aggregatrice e per i comuni incorporati ma anche per l’intera regione che diverrebbe più competitiva a causa della principale città abruzzese che cresce tanto quantitativamente, quanto qualitativamente. Ma sarà proprio così? Se parliamo in termini di attenzioni delle politiche di investimento abruzzese, vediamo che, in proporzione, v’è una netta predilezione per le aree pianeggianti regionali: quella piccola percentuale pari ad appena l’1% dell’intero territorio abruzzese, costituito dalla striscia costiera che va da San Salvo fino a Martinsicuro, mentre il restante 99%, in prevalenza montano (65% monti, 34% collina) langue ormai da tempo immemore e prova ne è il suo progressivo abbandono da parte di cittadini che hanno dato vita ad una emigrazione tanto interna verso la costa, quanto esterna verso altre regioni e l’estero. Questa peraltro è storia comune all’intera nazione, una tendenza che va avanti almeno dagli inizi del ‘900 e ha fatto sì che i territori montani, che costituiscono quasi i tre quinti della superficie nazionale, ospitino oggi soltanto un quinto della popolazione italiana ma per l’Abruzzo tale “consuetudine” è del tutto esplosa, complici pure gli eventi sismici che non danno tregua ai centri delle nostre catene appenniniche ma pure altri fenomeni come la desertificazione sociale, i tagli ai servizi, la fuga dei giovani per mancanza di opportunità e la cronica carenza di risorse da riservare a questi territori.

Se solo riuscissimo ad accettare che gli “aiutini” di Stato ai comuni che si uniscono, trovano la ratio nell’assoluta esigenza di creare quei presupposti affinché l’aspettativa della miriade di piccoli comuni sotto i 5 mila abitanti presenti in Italia (oltre 5.500), ben il 70% del numero totale di comuni italiani (in Abruzzo oltre l’81%), potesse trovare concretezza nell’adagio l’unione fa la forza e sopravvivere allo strapotere dei grandi agglomerati che attraggono presso abitanti e risorse per investimenti ed infrastrutture, sarebbe tutto un po’ più chiaro. Invece in Abruzzo, nella regione verde d’Europa, si ragiona all’opposto, in maniera tale che si amplifichi il fenomeno dell’esodo dai piccoli paesi, un  fenomeno che porta con sé conseguenze economiche, ambientali e sociali di assoluto rilievo. L’abbandono dell’interno corrisponde ad un chiaro indebolimento delle attività economiche, soprattutto l’agricoltura e l’allevamento, su cui fino a non pochi decenni fa poggiava buona parte dell’economia regionale ma anche il turismo o meglio la penalizzazione da mancanza di attrattive turistiche nel cuore della regione fa la sua parte. Nondimeno, non sono solo questi gli handicap per cui dobbiamo pagar dazio: il territorio abbandonato e non più curato si espone a rischi ambientali come gli incendi e il dissesto idrogeologico, problemi purtroppo ben noti all’Abruzzo che si ripercuotono sull’intera collettività. Dal punto di vista sociale poi, si rendono più costosi alcuni servizi essenziali per i cittadini, dai trasporti alle comunicazioni, dai servizi sanitari a quelli scolastici ed è emblematico il caso dell’abbandono a se’ stesso del territorio interno della Provincia di Chieti situato tra il fiumi Sangro e Trigno, in cui si registra una vera e propria diaspora e i dati demografici stanno ampiamente a testimoniarla.

Al di là degli svantaggi che si creerebbero ad un’intera regione, anche i comuni accorpati non sarebbero immuni da criticità, permanendo altre ragioni che indurrebbero a opinare sulla (in)opportuna scelta di unire più comuni, almeno quelli della fascia alta, oltre i 50 mila abitanti. Tali svantaggi riguardano principalmente la soppressione dei Comuni preesistenti che determinerebbe la conseguente perdita d’identità della relativa popolazione (politico-istituzionale, sociale, storica e culturale) ma di non poco conto è pure la perdita di autonomia da parte delle comunità locali originarie, con la conseguente più bassa (rispetto al comune accentratore, quello con maggior numero di elettori) rappresentatività in seno alla nuova entità amministrativa che va a sostituirsi a quella dei singoli comuni; va poi detto che, in caso di incorporazione di comuni nella città in cui si individuerebbe il nucleo accentratore, è inevitabile che i comuni della cerchia circostante, che vanno ad aggregarsi alla città madre che mantiene anche il nome del nuovo comune, non potranno che costituire le varie periferie della nuova città, costituendone il relativo hinterland con l’assunzione di tutti quei rischi che ne possono derivare, in tema di criminalità e degrado urbano e sociale, tipici delle periferie delle grandi città.

Gli “unionisti”, quelli che ragionano col pallottoliere economico, sottovalutando i propri valori identitari (per assumere definitivamente quelli altrui), accusano i contrari, di essere vittimisti e/o campanilisti, dimenticando che il campanilismo forse è l’unica rilevanza che rimarrà agli ex comuni, quelli soppressi e retrocessi al ruolo di quartieri, (pure periferici ahimè), visto che le feste paesane, almeno quelle, resteranno ma, purtroppo, spesso non si riesce o non si vuole distinguere ciò che è campanilistico da ciò che invece costituisce mera difesa della propria identità che altri vogliono sopprimere. Semmai ci sarà questa unione, i più felici saranno di certo quelli della lobby del mattone (tra palazzinari e professionisti del settore), considerato che lo stravolgimento amministrativo comporterà una necessaria rivisitazione in chiave urbanistica ed è facile prevedere un oceano di soldi e cemento che invada l’allargata Nuova Città.

Marino Valentini

 

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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Una risposta a “DALLA CONURBAZIONE ALLA CITTÀ METROPOLITANA”

  1. chiara e bella analisi, specialmente nella parte di apertura.
    ma con la difesa ” d’identità della relativa popolazione ” non si mangia. nè si riesce a gestire un’ area urbana con i personalismi dei singoli comuni.

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