DUE RICORDI NELLA MEMORIA CALCISTICA CHIETINA

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C’è un modo di dire ripetuto spesso all’interno della tifoseria neroverde, una sorta di intercalare che, più di ogni altro, riesce a rendere meglio il significato di tante delusioni patite, che peraltro non riescono a scalfire un’indissolubile fede nei confronti di un giocattolo che resiste da quasi un secolo nei sogni del mondo pallonaro teatino:

In realtà la Chieti calcistica, così come ha conosciuto le delusioni di mancate promozioni, di spareggi perduti, di cancellazioni per fallimento, di radiazioni per ritiro dal campionato, ha anche assaporato le sue  giornate di gloria, dei suoi  successi, del sorriso e della festa dei suoi tifosi. Si dice che, in un certo arco temporale, si verifichi una sorta di compensazione tra il bene e il male, cosicché il numero delle delusioni risultino poi essere cancellate dalle tante soddisfazioni che si riescono a conseguire. Per la Chieti calcistica forse questa regola non trova ancora riscontro e potremmo dire che l’undici neroverde è in grosso credito, almeno con la dea bendata.

Le delusioni più grandi sono rappresentate da quei  momenti in cui sei in procinto di afferrare la gloria, di avere il tempo di stringerla per le mani ma poi all’improvviso la stessa ti cade dalla presa apparentemente salda, per essere afferrata da qualcun altro. In quasi un secolo di esistenza, mettendo da parte le vicissitudini dovute ad inettitudine societaria (per non dir altro), le delusioni vere, quelle consumate sul rettangolo di gioco, sono state certamente più atroci di quelle compiute in maniera lenta, in cui ci si aspettava certamente un nefasto esito, come quando lo scorso anno la formazione neroverde militante in quarta serie è stata cancellata dalle mappe della federazione calcistica.

Le delusioni fanno però parte della vita e allo stesso modo fanno parte dello sport: qualcuno diceva che la nostra esperienza è la somma delle nostre delusioni. Tra queste, escludendo gli arcinoti due infausti spareggi degli anni ’80, ho scelto di ricordare due episodi avvenuti negli ultimi 50 anni (o poco più) che, a mio modo di vedere, costituiscono quei momenti di massima sofferenza sportiva che il tifoso chietino abbia mai potuto conoscere, quei treni straordinari che sono passati e che i neroverdi hanno fatabilmente perso.

Quanto segue è tratto da un articolo del 2012, a firma del medesimo autore, pubblicato sul sito www.Theate.org.

 

INVASIONE DI CAMPO

Stagione 1963/1964, campionato meridionale di Serie C; viene assunto come allenatore, l’allora giovane tecnico Tom Rosati e si realizza una campagna acquisti in grande economia; in tutto, le spese non superano i quindici milioni!

La formazione del Chieti. Alle spalle la gradinata della Civitella.

Il Chieti può assicurarsi solo giocatori provenienti dalla quarta serie suscitando malcontento tra gli sportivi, ma la squadra a suon di risultati ben presto riesce a conquistare la vetta della classifica; il Chieti partito per evitare la retrocessione, al giro di boa naviga ormai nei primissimi posti della classifica e lotta per il primato con il Trani. Tutto sembra andar nel giusto verso, la promozione in Serie B non è più un sogno e invece giunge la partita Chieti – L’Aquila, una gara che resterà ben impressa nella mente dei teatini dell’epoca e non certo per piacevoli ricordi.

A dirigere la gara, il designatore arbitrale manda uno dei suoi migliori fischietti, Pietro Helzel di Pisa, che a fine stagione verrà premiato come arbitro dell’anno della C.A.S.P. (Commissione arbitrale semiprofessionisti, l’attuale CAN PRO).

L’ingresso in campo.

La partita sin da subito assume le caratteristiche di un assedio alla porta aquilana, col trainer rossoblu che schiera costantemente nove giocatori nella propria metà campo difensiva. Al 12° minuto della ripresa, una rimessa laterale a favore del Chieti viene invece effettuata dai giocatori de L’Aquila. I neroverdi restano fermi a protestare nei confronti di arbitro e guardalinee, mentre il rossoblu Bonfada ne approfitta per segnare il gol per la sua squadra.

A quel punto le veementi proteste dei giocatori neroverdi nei confronti della terna arbitrale hanno il potere d’innescare una reazione violenta sugli spalti, con gli spettatori accecati di rabbia in un crescendo d’ira che avrà conseguenze drammatiche. Il terminale delle contestazioni è uno solo che saltella lungo il terreno di gioco indossando la sua casacca corvina, il sig. Helzel di Pisa, il miglior arbitro sulla piazza, designato per quel derby regionale, anch’egli in odore di promozione per dirigere le gare di serie B nell’anno successivo. Helzel viene accusato di aver continuato per tutta la gara a danneggiare i neroverdi e, all’anticipato triplice fischio, per intemperanze dentro e fuori il terreno di gioco avviene il finimondo, con la folla della Civitella stracolma che si riversa in campo per la caccia all’uomo in nero. La Lega poi comminerà la sconfitta del Chieti a tavolino per 0-2 e squalificherà il suo campo per nove giornate, punizione in seguito ridotta a sette, mentre dell’inopinata battuta d’arresto del Chieti se ne avvantaggia il Trani che, pur sconfitto a San Benedetto del Tronto, evita il sorpasso in classifica. Nell’ultima giornata si incontreranno proprio Trani e Chieti ma la partita, nonostante il vantaggio iniziale dei neroverdi, termina 1-1 con i pugliesi che possono così festeggiare il salto in seconda serie nazionale. Nella storia del calcio neroverde, quell’annata rappresenta il momento in cui Chieti ha visto più da vicino il passaggio nell’agognata serie B.

Assedio alla porta rossoblu.

Resta, di quel maledetto 12 aprile 1964, senz’altro la consapevolezza di aver vissuto il più lungo giorno del calcio neroverde;, infatti dopo il gol del vantaggio aquilano, ingiustamente convalidato da Helzel, la stessa giacchetta nera, in preda ad autentica trance di protagonismo, comincia a fischiare a senso unico in vero segno di sfida verso l’imbufalito pubblico teatino, mentre i ripetuti attacchi degli avanti neroverdi non sortiscono il meritato pareggio, grazie alla bravura del portiere aquilano Bellagamba, ex neroverde, ha evidentemente un conto in sospeso con i teatini ed è in vena di miracoli quella domenica, negando la gioia del gol in più d’una occasione, soprattutto all’avanti neroverde Feliciano Orazi. Riti, Trapella e Rosati II, vanno vicino al gol ma a salvare il portiere aquilano sono i pali e la traversa. Finalmente un tiro di Riti risulta imparabile e la palla sta entrando in rete ma interviene il pugno di un difensore aquilano sulla linea di porta a salvare il gol. Rigore! Stavolta Helzel interviene correttamente per assegnare la massima punizione ai neroverdi ma incredibilmente anche il tiro dai nove metri si stampa sul palo: è una giornata storta e una partita maledetta.

I tifosi, recatisi alla Civitella come semplici spettatori, decidono, per la prima volta nella storia del calcio neroverde, di trasformarsi loro stessi in protagonisti domenicali, non accettando che tale parte sia interpretata da chi sta dimostrando di voler essere a tutti i costi la primadonna di quell’evento sportivo, ossia Helzel.

L’arbitro Helzel.

Non ci vuol molto affinché la terra battuta della Civitella si trasformi  rapidamente in campo di battaglia: il la all’invasione lo dà un giovane che sembra la caricatura del genovese Balilla. Il Balilla teatino, scavalcando in un niente la recinzione, percorre di corsa in pochi secondi metà del terreno di gioco per sferrare un calcio in stile kick boxing in pieno petto a Helzel ed in un attimo il prato (inteso come l’ultimo ordine di posti degli spettatori) si catapulta sul terreno di gioco, mentre l’arbitro, che probabilmente starà pensando di avere esagerato col suo fare indisponente, corre come un centometrista per raggiungere gli spogliatoi ma invano perché riesce solo nell’impresa di prendenrci un solenne mazziatone con calci e cazzotti che gli arrivano da ogni punto cardinale.

I pochi carabinieri presenti si guardano tra loro consci della propria impotenza ad intervenire adeguatamente per arrestare quell’orda dagli occhi iniettati di sangue. La preoccupazione raggiunge i massimi livelli quando è il turno della immensa gradinata a riversarsi sul terreno di gioco come una muta di cani famelici in cerca del fiero pasto; ormai si teme il peggio: c’è chi parla di linciaggio del pisano, qualcun altro pensa di usare la traversa della porta come forca. Fortunatamente i giocatori aquilani e la terna arbitrale riesce a stento a raggiungere gli spogliatoi e da questo momento inizia l’assedio della Civitella! Nel frattempo arriva la celere con le camionette che fanno una sorta di carosello sul rettangolo di gioco: inizia un fuggi fuggi con i mezzi della Polizia che, a scopo intimidatorio, fingono di investire gli sportivi più iracondi ma, salvo un momento di sbandamento iniziale, quasi tutti i facinorosi restano all’interno del perimetro.

La celere all’interno del terreno di gioco.

Diverse persone vengono prese e manganellate e non pochi sono quelli sanguinanti al capo, i fermi si susseguono con l’andirivieni dei mezzi della forza pubblica che fa la spola tra Questura e campo ma serve a poco perchè la battaglia continua fino a tardi, con l’arbitro e i suoi assistenti ancora assediati. Al termine si conteranno dodici feriti, tra i quali il guardalinee, proveniente dalla provincia aquilana, che non aveva segnalato l’inversione nella rimessa laterale incriminata. Solo a notte fonda carabinieri e questurini riescono a far desistere quella moltitudine e la calma viene ristabilita con Helzel ed i suoi, scortati all’interno di una jeep della polizia fino a Sulmona, in modo che possa tornare incolume a casa. Si narra però che la vicenda abbia avuto un seguito, poichè qualche tifoso inviperito ed insospettitosi della gran cura attorno ad una delle camionette, abbia inseguito la stessa fino a salire sullo stesso treno di Helzel e lì malmenare il protagonista di una domenica da dimenticare.

 

FINALE DELLA COPPA ANGLOITALIANA

Il secondo episodio porta la data del 25 aprile 1979.  Nel 1979 la SS Chieti partecipa, grazie all’intraprendenza del suo abile D.S., Carmine Rodomonte, per la prima ed unica volta (finora) nella sua storia, ad una competizione internazionale, il torneo Anglo-Italiano (Alitalia Challenge Cup), competizione ideata da Gigi Peronace nel 1969 tra squadre semipro dell’Italia e dell’Inghilterra, che si incrociano con due partite in Italia ed altrettante in terra inglese. Quell’anno partecipano per l’Italia il Chieti, il Pisa, la Juniorcasale e la Cremonese, mentre per gli inglesi sono presenti il Sutton, il Matlock, il Nuneaton ed il Barnet.

La squadra neroverde, che, nel campionato di quell’anno, naviga in posizioni di retroguardia (terminerà al dodicesimo posto), riesce a compiere il filotto di quattro vittorie su quattro partite vincendo sia a Chieti che in Inghilterra. La formula prevede due classifiche per ciascuna nazione che stabilisce poi le due finaliste con una partita secca da disputarsi in Italia; la classifica italiana viene vinta dal Chieti con l’en plein, mentre tra gli inglesi prevale il Sutton, squadra londinese, che pure era stata sconfitta a domicilio per 1-0 dai neroverdi solo undici giorni prima.

Manifesto della Finale del Torneo.

La finalissima si disputa nel giorno della Liberazione in una meravigliosa cornice di pubblico allo Stadio Marrucino in festa, ma nei giorni immediatamente precedenti avviene un fatto assolutamente inusuale. É il decimo anno dell’Anglo Italiano e nelle edizioni precedenti ha prevalso sempre una formazione semiprofessionista italiana, pertanto gli atleti inglesi, prima della partenza alla volta dell’Italia, vengono inusualmente convocati al quartier generale della nazionale di calcio inglese, dove l’allora coach della nazionale, Ron Greenwood, catechizza motivandoli adeguatamente, quei ragazzi che si apprestano a giocare la partita più importante della storia del loro club. Per tale ragione ogni atleta del Sutton riceve la maglia bianca della nazionale inglese con la quale sarebbe sceso in campo a Chieti, ricordandosi che in quella partita avrebbe dovuto difendere l’orgoglio di un’intera nazione che si sarebbe aspettato il ritorno in Patria con l’ambita coppa. Infatti il Sutton scende in campo, non con la solita tenuta giallo marrone (la squadra ha proprio questi strani colori sociali), bensì con le maglie di Keegan, Mariner, Shilton, Hughes, Mc Dermott & C. e con la ferma volontà di giocare la partita della vita, per la patria ed onorare al massimo la divisa della squadra nazionale.

25/04/1979, l’ingresso in campo.
Locandina della finale 1979 dell’Anglo Italiano.

I risultati si vedono immediatamente poiché già dal primo minuto gli inglesi prendono possesso dell’incontro correndo come pazzi dopati segnando il gol del vantaggio e, non paghi, si riversano nuovamente nell’area teatina segnando anche il secondo gol ed è solo il primo tempo. Nella ripresa gli inglesi, che non possono mantenere quel ritmo per 90 minuti, tirano un po’ i remi in barca, consentendo ai teatini, scesi in campo con un inusuale casacca biancoverde, di avere un maggior possesso di palla che si concretizzerà solo con l’unica rete neroverde grazie ad Antignani e con la festa degli inglesi a fine partita per il trofeo vinto. L’allenatore del Sutton, Keith Blunt, l’anno successivo verrà ingaggiato dal Malmoe per affrontare il massimo campionato svedese.

Marino Valentini

 

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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4 risposte a “DUE RICORDI NELLA MEMORIA CALCISTICA CHIETINA”

    1. Grazie Enio, comunque non disperiamo per la nostra squadra: forse nel corso del suo secondo secolo di vita conoscerà quei traguardi finora negati.

  1. Riconosco nella foto il portiere Milan Otello e l’ala destra Trapella Gianni (nella vita cognati) miei grandi amici ora sepolti nel cimitero di Porto Viro

    1. Alberto, grazie per l’opportuna precisazione, ad integrazione degli elementi conoscitivi riportati nell’articolo. Saluti.

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