I GIARDINI DI SEMIRAMIDE : BABILONIE D’ABRUZZO E MERAVIGLIE MAI CONDIVISE

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Celebriamo, come è in uso fare in tempi attuali, le magie del passato. Un nuovo Decadentismo, noncurante della necessità di un cambio di passo, si affaccia alla società dei media, indottrinata da riferimenti e icone utili all’amplificazione del concetto di un passato felice, senza dubbio rassicurante e a tratti epico.

La fascinazione proviene da icone e miti non sfatabili, quelli che si tramandano al pari di un codice genetico universale. Le sette meraviglie del mondo antico. Una delle prime cose che incontri nella storia dell’arte divulgata nelle scuole di ogni ordine e grado. Accolgo la smorfia ironica che disegna con un automatismo collaudato l’espressione sarcastica di chi sta per scrivere quello che sta per scrivere.

Noi alimentiamo il culto di immagini mentali che sembrano aver garantito nei millenni la riproduzione della specie (umana; pensante). E il bello è che non sappiamo se siano mai state tutte reali.

Il faro di Alessandria. Il colosso di Rodi. La piramide di Cheope. La statua di Zeus a Olimpia. Il tempio di Efeso. Il mausoleo di Alicarnasso. I giardini pensili di Babilonia. E’ qui che volevo fermarmi. Fermata obbligatoria. Chi mi accusa di creare parallelismi al limite del sopportabile, avrà le sue ragioni.

courtesy of Dario Di Luzio

Una delle immagini più radicate del mio periodo francese, e fa figo definirlo in tal modo, è senz’altro legata al parco sopraelevato aderente all’Avenue Daumesnil, la cosiddetta Promenade Plantée. Da Place de la Bastille fino al Boulevard périphérique, un parco lineare lungo quasi 5 km sul tracciato ferroviario dismesso della linea per Vincennes.

Il progetto di riqualificazione del troncone in disuso è stato avviato nel 1980, fino al ripristino delle arcate del Viadotto delle Arti (Viaduc des Arts) avvenuto nel 1989, e all’apertura del giardino della stazione di Reuilly nel 1995. Progetto non unico nel suo genere nella capitale francese, ha però il merito di aver colto e tracciato un’idea di futuro replicabile con successo in altri luoghi affini per gli stessi processi di trasformazione urbana. Ne è un parente stretto il parco lineare newyorkese a tutti conosciuto come High Line New York, ottenuto negli stessi anni dalla dismissione del tronco ferroviario meridionale della West Side Line, per un tratto di lunghezza quasi dimezzata rispetto alla promenade parigina.

Il treno delle trasformazioni va. Prima veloce, poi lento. E dalle locomotive si passa alle persone. La città viene restituita al passeggio man mano che si fa più densa. L’immagine dei giardini di Babilonia è un’istigazione a rileggere il cliché di paesaggio, di verde come spazio ideale dove i soggetti privilegiati vivevano il rapporto idilliaco con l’ambiente esterno. Un cliché antidemocratico di bellezza riservata a pochi. Ed è questa la fermata, inopinatamente quella definitiva, che si rende obbligatoria. Capolinea. E’ ora di scendere. All’epoca della regina assira Semiramide un sistema di giardini pensili, orti botanici e giochi d’acqua caratterizzava i terrazzamenti del palazzo reale. Un’inedita vegetazione rigogliosa, per la gioia della regina, cingeva le mura della cittadella malgrado il clima arido babilonese.

courtesy of Dario Di Luzio

Una delle più famose sette meraviglie arriva ai giorni nostri ammantata da un’aura di bellezza di difficile emulazione. Si parla di landscape design, e di green building in maniera generalizzata, ma la verità è che 2600 anni di storia non hanno abbattuto la barriera dei privilegi che ancora spettano a taluni. La condivisione c’è, ed è relativa ad un ideale, mitico ed incorruttibile, ma si ferma a questo e non va oltre. Il limite invalicabile è tra l’ideale e la sua trasposizione nel mondo reale, e di questo soffrono le realtà di provincia abruzzesi. Un gap non recuperabile tra l’idea guida e il suo ricalco, improbabile, impervio, impossibile. Così come è ridotta l’estensione dei nostri distretti e comprensori, tanto più sembra rimpicciolirsi la portata del sogno, e nell’assoluto realismo e pragmatismo annegano opportunità e si abbassa il tasso di innovazione urbana. Dove finiscono le idee? Le idee non di grandezza, ma le grandi idee.

Nella città in cui resto esistono spazi mai usufruiti dal cittadino. Sono giardini segreti ammantati da un’aura speciale, quella della sacralità tramandata di generazione in generazione. L’ultimo baluardo di una presenza che più che spirituale può essere definita, in modo poco ortodosso, patrimoniale. Giardini sopraelevati dove generazioni di uomini di fede hanno meditato e rinnovato equilibri con se stessi e con il loro credo. Giardini che si estendono al pari del parco pubblico che corre al di sotto. I soli, autentici, orti urbani ancora esistenti in una città che ha fatto della vita monastica una delle sue fonti di ricchezza nei secoli. Il punto è questo. La bellezza ha valore per se stessa? E’ autoreferenziale? Come si può dare un giudizio di valore ad un qualsiasi luogo, ad una qualsiasi creatura che siano fini a se stessi? C’è qualche differenza con il paradiso in terra creato ad uso e consumo di Semiramide?

courtesy of Dario Di Luzio

E nel repertorio iconografico il paradiso in terra spopolerà sempre, che si tratti della Babilonia antica o che si tratti dei nuovi criteri di bioarchitettura, di “avant gardening” o di “paysage”, perché se l’inglese accende il marketing, il francese regala l’allure. Il punto è: in che rapporto ciascuno può porsi nei confronti di ciò. Il punto è: chi fa la parte di Semiramide. Chi passeggia nel giardino incantato?

Al cittadino dei luoghi come il mio l’incanto è negato tout court. Passeggia al piano strada, perché il piano nobile non è destinato a lui. Persino se fosse disabitato, o quasi, com’è. Il parco di un luogo come il Seminario Regionale. Il piano nobile degli istituti religiosi che affacciano sul corso principale. Questi luoghi sono da proteggere. Eccesso di protezionismo sulle scatole, sui contenitori, sui muri di cinta. Scatole vuote. Contenitori non usa e non getta. Muri di cinta contro l’assedio del silenzio.

courtesy of Dario Di Luzio

Ultima fermata. Fine corsa. Si prega di scendere tutti dal convoglio. La linea “paradiso in terra” viene dismessa per estinzione regine, frati e reverendi. I restanti passeggeri proseguano a piedi, e si facciano bastare essenze in vaso, composizioni verdi Ikea e le fantastiche creazioni di tutt’altro re. Meno epico, meno lirico. Le roy. Merlin.

annalisa di luzio

Annalisa Di Luzio
Cittadina del mondo nell'anima, nasce a Chieti nel 1980. Immersa nel mondo di libri, quadri e stelle dalla giovane età, si laurea cum laude in architettura a Pescara nel 2007, una volta conclusa la borsa di studio Erasmus presso l'Ecole Nationale d'Architecture de Paris-Belleville. Avvia con il marito il connubio 'progetto vs cantiere', studio professionale ed impresa edile nel 2008. Fondatrice di associazione culturale, collabora con enti pubblici e promuove progetti inter-istituzionali volti alla connessione di persone e luoghi. Sine qua non: la bellezza resa concreta.
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