I FONDI NERI BANCARI AD USO DEI PARTITI. LO STESSO ANCHE NELLA TRANQUILLA CHIETI?

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La nostra prima repubblica è stata costellata da, episodi di corruttela, storie di tangenti e abusi di vario genere in cui la politica entrava in modo deciso nel malaffare, con evidenti ripercussioni nel tessuto sociale italiano che, ignaro, sopportava gli intrecci torbidi intessuti dal potere politico e quello economico, capaci di inghiottire nel buco nero degli scandali finanziari un autentico mare di denaro.

Corruzione, appalti di dubbia regolarità, miliardi di vecchie lire che entravano ed uscivano dai conti con estrema disinvoltura e con la magistratura che indirizzava le proprie indagini all’interno delle segreterie di partito, peccando però di ingenua semplicioneria, nell’investire preziose risorse a cercare l’ago nel pagliaio, quando sarebbe stato più facile andare direttamente alla fonte del potere economico, cioè presso le banche, per scoperchiare il vaso di Pandora. Giovanni Falcone riteneva che la mossa vincente di un magistrato fosse quella di seguire i flussi di denaro; lo stesso voleva intendere di monitorarli non solo nel loro percorso finale ma anche risalendo la corrente fino alla sorgente dei soldi stessi.

E così negli anni ’60 e ’70 accadeva che i partiti politici, almeno quelli che andavano per la maggiore in Italia, avevano i loro forzieri all’interno delle banche ma non con i conti intestati a quel partito o a quel segretario politico, bensì su libretti di deposito al portatore, in un periodo storico in cui non c’erano le limitazioni odierne dettate dalla legge sull’antiriciclaggio e sull’uso del contante. Così, mentre gli inquirenti indagavano per scoprire i conti bancari di quel leader politico o di quella segreteria di partito, non ci si rendeva conto che era la stessa banca a costituire la mente ed il braccio economico-finanziario dello stesso partito. Questo fenomeno era ancor più facile ravvisarlo all’interno delle Casse di Risparmio dove, prima della riforma, i vertici erano di fatto nominati dai partiti politici, in particolare la Democrazia Cristiana. Ma cosa avveniva in concreto? Semplice, all’interno di alcune banche erano costituiti fondi neri degli stessi istituti di credito, cioè soldi che sfuggivano alla loro rappresentazione in bilancio con evidenti vantaggi anche di natura fiscale, alimentati dai destinatari di appalti pubblici, dai beneficiari di fidi facili e da altre manovre poco trasparenti, che retrocedevano alla banca la percentuale dei miliardi che circolavano in dette operazioni. In definitiva la banca fungeva da strumento dei partiti che, tramite i loro uomini, gestivano l’azienda di credito, che forniva il necessario sostentamento finanziario per il funzionamento delle segreterie politiche. Spesso la banca era la principale vittima della frode che si stava compiendo, in quanto, come detto, strumento di potere economico in mano ai soggetti che avevano i propri piedi contemporaneamente nella banca e nel partito di riferimento.

Il denaro veniva depositato presso i citati libretti di deposito al portatore che all’epoca potevano mostrare saldi anche di miliardi di lire. Quando gli inquirenti arrivavano in banca per sapere se erano presenti conti intestati a Tizio o a Caio, non si preoccupavano di sapere se in quella banca fossero stati aperti anonimi libretti a sette/otto zeri ed anche oltre, con le intestazioni più bizzarre come Forza Milan, Viva Garibaldi, Cristo regna, etc. Infatti all’epoca si poteva aprire un libretto al portatore anche per la somma di un miliardo di lire e trasferire questo libretto, senza alcuna formalità, se non con la materiale consegna, ad un’altra persona per cui solo il possesso di tale libretto equivaleva alla titolarità effettiva dello stesso. Spesso accadeva che il medesimo titolo di deposito veniva svuotato dopo alcuni giorni ed il contante si metteva in viaggio per la Svizzera, attraverso la preziosa opera di opportuni faccendieri, per alimentare quell’infinità di conti cifrati presenti nel paese elvetico.

In pratica, solo se l’autorità giudiziaria procedeva alla perquisizione a casa o in ufficio di qualche politico e saltava fuori il libretto, lo si poteva legittimamente riferire allo stesso ma gli interessati non erano così stupidi da tenere in casa questi titoli, invece conservati nelle casseforti segrete della banca. Da che io ricordi, non c’è stata mai una vera perquisizione all’interno di qualche banca italiana per scoprire tali fondi neri, all’infuori della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, quando un coraggioso maresciallo delle Fiamme Gialle e soprattutto il commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli, vollero andare fino in fondo, scoprendo l’esistenza di denaro occultato dalla banca, con saldi per diversi miliardi, sotto forma di libretti al portatore, in qualche modo riferibili al partito politico che governava in quegli anni. Sappiamo tutti com’è andata a finire per Sindona e per il povero Ambrosoli e che sull’assassinio di quest’ultimo, Andreotti ebbe a commentare dicendo che se l’era cercata, quasi a legittimare un malaffare necessario per gli equilibri politici dello Stato e per la nazione stessa. La vendetta non si fermò all’omicidio dell’avvocato Ambrosoli, visto che anche la Banca d’Italia venne decapitata con l’arresto del Governatore Baffi e del capo della Vigilanza Sarcinelli, in virtù di false accuse di interesse privato in atti, costruite ad arte e mosse alla bisogna, grazie ai potenti uffici del tanto venerabile, quanto immancabile Licio Gelli, preoccupato per il prosieguo delle indagini sulle banche di Sindona e di Roberto Calvi. Non pagarono mai gli intoccabili, quelli del potere politico e del potere massonico, che anzi uscirono rafforzati nella loro onnipotenza da tale vicenda. Infatti dopo il caso Ambrosoli, si assiste ad un modus operandi di Bankitalia meno invasivo nelle ispezioni bancarie e a drastiche misure dell’Istituto di vigilanza solo quando il paziente è ormai moribondo con le metastasi che hanno invaso l’intero tessuto della banca su cui procedere e le recentissime storie di istituti di credito stracotti in cui la Banca d’Italia si decide ad intervenire solo quando i buoi sono scappati dalla stalla, stanno ampiamente a dimostrarlo.

Questa metodologia di corruttela bancaria, collaudata con successo in Italia, poteva funzionare anche in Abruzzo, in particolare nella tranquilla Chieti? Non è possibile dare una risposta certa a tale interrogativo ma, quando la mattina del 3 febbraio 1993, la città teatina fu svegliata dal clamore di arresti eccellenti, riconducibili all’amministrazione comunale targata DC, per quella che la storia di Chieti definisce la tangentopoli teatina e, a distanza di poco tempo, nel corso di una diretta RAI della trasmissione Il Rosso e il Nero, condotta da Michele Santoro, alla precisa domanda dell’intervistatore, un assessore di quell’esecutivo comunale affermò candidamente di appartenere alla corrente democristiana della Cassa di Risparmio di Chieti, più di qualcuno ipotizzò un collegamento tra potere politico democristiano locale e quello bancario della Carichieti, nella gestione degli affari illeciti in città. Del resto la Democrazia Cristiana aveva storicamente messo i piedi da almeno una trentina d’anni nell’Isituto teatino, vero feudo di quel partito, soprattutto con la presidenza del gaspariano ex sindaco di Chieti professor Capozucco e lo scudo crociato nelle ultime elezioni, quelle del 1990, aveva raccolto quasi il 65% dei consensi (la più alta tra tutti i capoluoghi di provincia d’Italia), assicurando a giunta e consiglio comunali una discreta rappresentanza della Cassa che aveva di fatto formato una “corrente” all’interno dell’assise civica teatina. La magistratura del capoluogo chietino, forse avrebbe dovuto approfittare di quell’inconsapevole quanto imbarazzante assist del bancario assessore, cercando di approfondire meglio i termini della tangentopoli teatina, indagando anche all’interno della banca locale, in considerazione del fatto che non pochi assessori e consiglieri comunali del maggior partito locale erano anche dipendenti della Cassa. Per la cronaca, i vertici della Carichieti, pochi giorni dopo, come era lecito attendersi, presero nettamente le distanze dalle affermazioni dell’assessore, che era pure funzionario di quella stessa banca e l’autorità giudiziaria valutò come attendibile la formale smentita dell’istituto di credito ed evidentemente sottovalutò le affermazioni di un influente uomo politico della banca teatina, senza così iniziare minimamente uno straccio di indagine parallela. Peccato, avremmo avuto la possibilità di dirimere molti dei dubbi che si ingenerarono in diversi cittadini e, in caso affermativo, avremmo potuto scoprire molte verità legate agli intrecci tra il potere bancario e quello politico locali. In caso contrario invece, anche la Banca avrebbe avuto la possibilità di uscirne completamente pulita agli occhi della perplessa opinione pubblica ma si scelse di non saperne.

La storia ci racconta che negli anni ’90 vengono finalmente introdotte le norme sull’antiriciclaggio che impongono gli obblighi di identificazione della clientela e, pertanto, quei libretti bancari intestati a tifosi di calcio, a nostalgici del Risorgimento o a devoti del Cristianesimo, devono per legge essere riferiti a soggetti reali, cioè persone fisiche o giuridiche e qui è facile presumere che quei libretti nati per creare fondi neri, con intestazioni farlocche, siano stati anagraficamente associati a uno o più soggetti della governance bancaria degli istituti di credito interessati, in ossequio agli obblighi di identificazione imposti dalla legge. Le cose si sono poi ulteriormente complicate negli anni del secolo attuale con le restrizioni sul trasferimento del contante e col conseguente abbassamento del limite di saldo sui libretti al portatore e, successivamente, esattamente al 31 dicembre 2018, con l’obbligo di estinzione di tutti i libretti al portatore sul territorio italiano.

Come detto, anziché cercare il classico ago nel pagliaio nel corso di questi ultimi trenta/quarant’anni, sarebbe stato più facile per l’autorità giudiziaria, andare in banca e farsi dare i tabulati dei libretti al portatore per rilevare dapprima quelli con saldi elevati, cercando di saperne di più, per verificare da chi fossero stati materialmente movimentati allo sportello e poi, con l’entrata in vigore della normativa più rigorosa, verificare come mai uno o più soggetti riferibili a quella banca fossero formalmente intestatari di libretti movimentati nel corso degli anni per miliardi di vecchie lire. Ciò che è assolutamente certo è che, con gli avvicendamenti avvenuti nelle varie banche, nel corso di cinquanta/sessant’anni di Consigli d’Amministrazione, amministratori delegati, direttori generali e dirigenti vari, quando si è trattato di liquidare tali fondi neri, i beneficiari che hanno materialmente incassato le somme sono stati quei soggetti, a cui negli anni ’90 le banche hanno riferito la relativa titolarità e questa manna insperata piovuta dal cielo sulla testa di pochi fortunati, se da un lato ha cancellato in modo definitivo un particolare modus operandi del malaffare bancario, dall’altro non ha annientato del tutto un’attività potenzialmente corruttiva, tale da innescare fenomeni criminogeni in cui si concentrano odierni interessi per svariati miliardi di euro. Va peraltro detto che nel ’93, dopo la lunga stagione dei processi di Mani pulite, il colpo di grazia alle indagini su finanziamenti ai partiti e fondi neri bancari arrivò direttamente dal governo con il decreto Conso (dal nome dell’allora Guardasigilli), attraverso il quale, in un’Italia dove gli scandali finanziari si erano allargati in maniera diffusa, si depenalizzava, anche retroattivamente, il finanziamento illecito ai partiti.

I vecchi libretti al portatore, quali strumenti di corruzione e di gestione dei fondi occulti, oggi cedono il passo alle consulenze fasulle, alle assunzioni in banca di figli di papà potenti ed influenti, all’apertura di fittizi contenziosi che legittimano il corrotto ad ottenere risarcimenti stragiudiziali accomodati, alla creazione bancaria di trust o di fondazioni di diritto estero in paradisi fiscali. oltre che alla più che consolidata prerogativa bancaria di creare denaro dal nulla, attraverso la concessione milionaria di affidamenti agli “amici”, anche in assenza di merito creditizio e garanzie adeguate.

Oggi molti di questi potenziali reati, se mai vi sono stati, risultano immunizzati dall’intervenuto termine prescrittivo ma, al di là di veder condannato questo o quel politico, banchiere, bancario, imprenditore, etc., l’esigenza primaria del cittadino è pur sempre quella di pervenire all’effettiva verità, prima di assistere all’esito sanzionatorio del reato commesso. Conoscere come stanno realmente le cose ci aiuta a capire meglio anche il perché degli attuali crack bancari, per cercare di risolverli prima che sia troppo tardi, onde evitare che il salvataggio degli istituti in difficoltà per colpa di pochi personaggi senza scrupoli, corrisponda ad un prezzo che la collettività è poi chiamata a pagare.  Non è tempo sprecato, né un insieme di risorse buttate, l’azione che, di fronte ad un’indagine dallo scontato esito risolvibile dall’avvenuta prescrizione, si ponga come obiettivo principale quello di aprire uno squarcio di luce di verità nell’immenso velo di oscurità che caratterizza la storia della nostra società, fin troppo profanata da misteri e scandali, per i quali l’esigenza di insabbiare evidentemente è stata più forte di qualsiasi altra rilevanza. Forse un giorno ci diranno come e perché la corruzione, le ruberie, i tanti scandali coi misteri che dovevano restare tali, tutti più o meno corrispondenti ai principali vizi che affliggevano e tuttora deprimono la società civile italiana, siano stati in realtà un male necessario per lo Stato, costituendone la salvezza della nostra nazione: chi vivrà vedrà!

Marino Valentini
Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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