IL MITO DI ACHILLE NELLA FONDAZIONE DI CHIETI

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La storia, ma sarebbe più opportuno parlare di leggenda, vuole che Chieti sia una città antichissima, fondata prima di Roma, addirittura dall’eroe greco Achille nel 1181 a.C. che volle chiamarla Teate in onore di sua madre, la ninfa Teti.

Già da questa premessa si rileva un evidente anacronismo visto che la guerra di Troia, in cui cadde, ferito a morte, il semidio Achille, ebbe fine già nel 1184 a.C., tre anni prima della supposta fondazione della città teatina.

Tuttavia parliamo di mitologia e leggenda che si intrecciano con la storia e ciò che interessa questa indagine è capire quando e in che modo sorge quello che rimane pur sempre un mito legato a Chieti.

Destò entusiasmo all’inizio del 2018, l’intenzione di erigere un monumento dedicato ad Achille alla villa comunale di Chieti ma destò anche scalpore, nello stesso anno, la tombale decisione di una secca bocciatura, da parte della Soprintendenza per i beni archeologici, secondo cui la leggenda della fondazione di Chieti da parte dell’eroe acheo non avrebbe alcun fondamento storico ma sarebbe solo frutto di una leggenda messa in piedi nel sedicesimo secolo da qualche prezzolato storico, tra cui Alfonso Ceccarelli, per compiacere alcune nobili famiglie teatine. Pertanto, in ossequio ai principi generali sanciti dalla convenzione Unesco del 2003, che escludono la possibilità di creare dal nulla delle radici inesistenti che non tutti i cittadini sentono proprie, utilizzando in modo tendenzioso fonti letterarie di nicchia, l’Ente teatino avrebbe giustificato il no all’idea di un nuovo monumento ad Achille (visto che le due precedenti sculture erano state trafugate in epoche diverse).

Quindi la neo soprintendente di Chieti, in appena un anno di permanenza nella sede teatina, avrebbe avuto la possibilità di chiarire meglio la questione parlando, senza mezzi termini, di fantarcheologia, cioè di un mito che non appartiene alla popolazione di Chieti. Ma i miti non si diffondono forse nella coscienza popolare consolidandosi nella memoria collettiva, come nel caso di Chieti, nel corso dei secoli?

Chi glie lo dice adesso al comune di Chieti che da sempre ha sbagliato a porre nel proprio stemma l’immagine dell’Achille a cavallo?

Ma anche la buonanima del monaco benedettino Giovanni Berardi si starà rivoltando nella tomba consapevole di aver preso un clamoroso abbaglio? Infatti il religioso, prima della fine del XII secolo, era riuscito a raggruppare nel suo Chronicon Casauriense, preziosissima fonte storica ad uso degli studiosi posteriori, le cronache medievali di quanto accadeva in questa parte d’Abruzzo, Chieti compresa, tra gli anni 866 e 1182 e, nel capitolo riguardante la città di Chieti, la cui cronaca narrata inizia dal IX secolo, a pagina 31 spiegava l’etimo della particolare denominazione cittadina: «Tetis fuit quaedam dea mater Achillis, a qua totus comitatus sic nominatur, eo quod ibi habitavit».

Chronicon Casauriense

Quindi i miti teatini di Teti e/o Achille resistevano almeno prima del 1200 e forse già nel nono secolo, stando a quanto ci hanno lasciato i benedettini, a meno che il medico bevanate Ceccarelli non sia riuscito a manomettere anche questo antico manoscritto.

Va inoltre riportata anche un’altra suggestiva ipotesi: tutto nasce dalla supposizione scaturita nella prima metà del ‘900 di alcuni storici che parte dall’assunto che le origini troiane di Roma siano state messe in circolazione niente meno che da Pirro, desideroso di far intendere la sua campagna militare contro Roma, come ideale prosecuzione della guerra di Troia, dove evidentemente lo stesso si identificava negli achei, nemici dei troiani, quale diretto discendente di Pirro Neottolemo e pertanto di Achille (Neottolemo era figlio di Achille). Circa duecento anni più tardi, nel corso della guerra sociale, Teate avrebbe analogamente mutuato dal re epirota la stessa idea di marketing bellico per sfruttare l’antagonismo verso la “troiana” Roma, creando la leggenda della propria origine achillea. Peraltro siamo sempre nel campo delle congetture.

A sconfessare ulteriormente la tesi che vuole il mito di Achille creato dal falsario Ceccarelli, va detto che almeno dieci anni prima che l’impostore si affacciasse a Chieti, nella baia di Lepanto, al termine della vittoriosa battaglia contro i turchi, già garriva il vessillo teatino, peraltro diverso da quello attuale giacché era di colore azzurro ma in comune con lo stemma odierno recava pur sempre l’effige dell’Achille a cavallo. A memoria del successo della Cristianità, sullo scudo di Achille nello stendardo azzurro, fu posta una croce recante quattro chiavi, a simboleggiare le altrettante porte medievali della città. Pertanto la storia di Achille era già precedente all’avvento del Ceccarelli.

L’impressione che si trae da questa vicenda è quella di una rigorosa aderenza alla verità storica che vuole impedire di perpetuare la memoria legata ad un mito che resiste da diversi secoli ma andrebbe pur evidenziato che la storia, è nient’altro che una retta parallela alla leggenda: entrambe viaggiano di pari passo ma non si incontrano mai, né possono fondersi tra loro. Il mito si nutre della fantasia popolare, trascende l’ordinario fino ad abbracciare il favolistico e la sua vera forza è rappresentata, non tanto dallo stabilire la veridicità del contenuto ad esso legato o la sua esatta datazione, quanto dall’accettazione popolare di quella leggenda che la elegge come carattere identitario della comunità a cui appartiene, divenendone tradizione e peculiarità culturale.

L’Italia, e non solo, è ricca di miti legati all’origine delle città, il cui comune denominatore è spesso rappresentato da leggende dal tenore fantastico: Roma con la lupa che allatta Romolo e Remo, Taranto fondata da Taras, figlio di una ninfa e di Nettuno, Milano che viene fondata dal nipote del re dei Galli che s’imbatte in una scrofa di cinghiale che gli indica il luogo dove costruire una città, questo suino aveva metà del corpo ricoperto di lana, cioè in latino era medio-lanum, da cui l’antico nome milanese, Napoli, il cui vecchio nome è Parthenope, nasce grazie all’astuzia di Ulisse che non si lascia irretire dal canto della sirena Partenope e quest’ultima, affranta, si suicida lanciandosi contro uno scoglio nei pressi del quale viene fondata la città di Partenope che in seguito, distrutta dagli etruschi, è riedificata dai greci con il nome greco di Neapolis (nuova città).

Napoli, monumento alla sirena Partenope.

Premesso che nessuno crede a queste favole che non possono aver alcun fondamento storico, sembrerebbe che il discrimine, finalizzato alla validità di un mito, sia costituito forse da una data che sia il più possibile coincidente con un fatto (fondazione di una città, battaglia, nascita di un personaggio storico, etc.) al quale il mito si riferisce determinandone la sua origine? Ed al popolo, che accetta tale verità e lo fa da tempo immemore ormai, non va concesso di esprimere alcun giudizio di merito sul fatto che il mito, in cui ha da sempre creduto, debba continuare ad esistere o piuttosto debba essere cassato definitivamente con una altrui decisione tombale? Posto che tali leggende vanno confinate in quell’ambito ben delimitato che mai potrà sconfinare nella verità storica e quindi senza correre il rischio di contaminare quest’ultima, ci si chiede se sia giusto annientare in un sol colpo quell’atteggiamento soggettivo di assenso popolare verso l’achilleo mito che in ogni caso non ha l’ardire di implicare la validità oggettiva del riscontro storico.

Forse la questione è di natura squisitamente terminologica: mito, leggenda, tradizione, credenza e chi più ne ha più ne metta ma ciò probabilmente non basterà a cambiare radicalmente quella percezione del cittadino sullo specifico tema. Come nei citati esempi sulle città suindicate, parrebbe allora che il mito legato ad un luogo o una città potrebbe rappresentare una mera immagine identificativa: una bandiera, un’insegna o altro ancora che alimenti quella fisiologica esigenza di riconoscersi in una comunità tipica.

Loggia dei Mercanti a Milano (particolare della scrofa medio-lanum)

Allora ben venga questo rinnovato spirito di teatinità, ormai fatalmente dimenticato negli ultimi anni, un periodo coincidente con un decadimento cittadino a livello sociale, economico, politico, etc. e che la posa di un marmoreo busto riesca a risvegliare e rinvigorire quegli animi dimessi e rassegnati dei teatini, in modo che possano trovare nuovo entusiasmo per far progredire questa città anche nella “Cocce d’Achille”!

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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