L’ OSPEDALE A CHIETI

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Nei tempi passati e almeno fino ad un secolo fa Chieti veniva identificata come una città pullulante di militari ed ecclesiastici per la presenza di numerose caserme e conventi sia maschili che femminili. Tuttavia di un’altra presenza possiamo ben parlare: quella dell’ospedale che operò fin da secoli remoti.

Chiesa della SS. Annunziata dei Crociferi (Crocelle)

Pare infatti che già nel XIV secolo un piccolo ospedale fosse annesso alla chiesetta dell’Annunziata, proprio dietro la Cattedrale. Inoltre abbiamo una documentazione sufficiente a farci affermare che dal Cinquecento l’Ospedale consisteva di poche casette annesse alla predetta chiesetta. Non è improbabile che la cura dei malati fosse affidata allora all’Ordine Ospedaliero Fatebenefratelli. Il 10 luglio del 1603 in città fecero la loro comparsa i Ministri degli Infermi, gli appartenenti al nuovo Ordine fondato da S. Camillo de Lellis.

Gli ospedali di quel periodo erano qualcosa di ben diverso da come ora intendiamo queste strutture. Non c’era un vero e proprio organico di infermieri e medici; questi infatti prestavano volontariamente e saltuariamente le proprie cure ai pazienti poveri, che erano i soli a dover fare ricorso a queste strutture in quanto i ricchi si curavano nelle proprie abitazioni!

Chiesa delle Crocelle e parti dell’antico Ospedale

Ai Camilliani o Crociferi fu quindi assegnata la chiesetta dell’Annunziata con le costruzioni annesse. Essi dopo solo due anni avevano ampliato la chiesa e si erano sistemati in una delle casupole attigue. Sorse subito  la necessità di riorganizzare il complesso con la realizzazione di un corpo unico comprendente Ospedale e Convento. L’ubicazione di quest’ultimo corrispondeva molto probabilmente all’edificio che oggi ospita la casa del Clero in Via Crociferi, mentre quella del corpo principale che ospitava i malati era sulla via Arniense.

Il 1656 segna per la città l’insorgere dell’epidemia di peste più disastrosa della storia cittadina. Il lazzaretto, allestito nel locali del SS. Annunziata, si rivelò presto insufficiente. In aiuto vennero i Frati Cappuccini che organizzarono un lazzaretto presso il Convento di S. Giovanni Battista. Furono essi i veri martiri dell’epidemia. Diciotto frati morirono prestando le loro cure alla popolazione colpita. L’epidemia fu sconfitta solo a primavera del 1657. La città, per ringraziamento, fece costruire la chiesetta di S. Michele, nell’attuale Piazza Matteotti, abbattuta negli anni 30 del secolo scorso.

Sul finire del XVII secolo l’ospedale era ormai ridotto in povertà tanto da non riuscire ad assolvere al suo compito. Mons. Radulovich, l’arcivescovo del tempo, tanto si prodigò per cercare una soluzione, così come i suoi successori, in modo da assicurare rendite tali da soddisfare i fabbisogni degli ammalati poveri. Fu necessario attendere la seconda metà del Settecento perché l’ospedale potesse risollevare le sue grame sorti. Ciò avvenne attraverso l’opera di un ecclesiastico benemerito ma purtroppo poco conosciuto: il canonico Giovanni Antonio Nolli, appartenente a una delle principali famiglie di Chieti.

Seconda sede del SS. Annunziata in via Valignani

Questo giovane sacerdote a soli 28 anni cominciò ad occuparsi del malridotto nosocomio cittadino di cui nel 1754 iniziò la riedificazione grazie soprattutto alle elemosine che riuscì a reperire. Dopo circa 20 anni i lavori terminarono. Alla sua morte Nolli fu sepolto nella chiesa e una lapide fu murata sulla sua tomba, a sinistra di dove era posto l’altar maggiore. Un’altra lapide, che ne ricorda l’infaticabile opera, oggi purtroppo praticamente illeggibile, si trova sul muro dell’ospedale in via Arniense. Una terza lapide è stata posta nel 1970 nella sede dell’ospedale SS. Annunziata, ubicato allora in via P. Alessandro Valignani.

Nella prima metà del successivo secolo le condizioni del nosocomio si mantennero complessivamente dignitose per la cura degli ammalati, specie in occasione delle epidemie di colera del 1854 e del 1867 a cui si seppe far fronte efficacemente. Inoltre nel 1859 iniziarono il loro servizio in ospedale le Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli, la cui venuta era già stata sollecitata nel secolo precedente dal canonico Nolli. Tante benemerenze erano destinate a guadagnarsi queste suore in città. Esse non prestarono servizio solo nell’ospedale civile ma anche nel ex convento Sant’Andrea, da poco diventato ospedale militare; inoltre un gruppo di queste impiantò un orfanotrofio e convitto femminile nel palazzo Fieramosca di Corso Marrucino, al tempo Corso Galiani. Tuttora queste suore, un tempo definite “cappellone” per l’originale velo inamidato che ne copriva il capo, sono presenti in città dove, tra le altre attività, gestiscono la mensa dei poveri nell’Istituto San Camillo.

All’inizio del XX secolo i locali dell’Ospedale cominciarono a diventare insufficienti in rapporto alle aumentate necessità e anche alla crescita della popolazione (all’epoca c’erano solo 144 posti letto). Si cercò quindi di razionalizzare gli spazi esistenti nel complesso del SS. Annunziata ma, nonostante l’apertura di un altro padiglione, lo spazio era drammaticamente insufficiente. Nel 1935 si cominciò ad ipotizzare la possibilità di creare una nuova struttura in una zona a valle di Via Quarantotti. Questo progetto però non andò in porto. Si pensò allora di costruire una nuova sede, abbattendo la sede del Convitto Dante Alighieri in via P. Alessandro Valignani. Il progetto fu commissionato agli ingegneri Giuseppe Desiderio e Carlo Munoz. I lavori, iniziati prima dell’ultimo conflitto mondiale, proseguirono anche durante lo stesso fino a quando, nel 1949, si poté completare il trasferimento di tutti i reparti.

Il resto è storia recente e riguarda l’istituzione della Facoltà di Medicina, il trasferimento dei reparti nella nuova sede di Via Vestini, l’abbandono dell’Ospedale San Camillo, costruito fra le due guerre per i malati di tubercolosi, la dismissione della struttura dell’ex brefotrofio di Via Discesa delle Carceri che aveva ospitato vari raparti ospedalieri. Ma il nome di SS. Annunziata, preservato per le tre storiche sedi, sembra ricordare la continuità del servizio di amorevole cura ai malati della nostra città.

Paolo Rapposelli

 

Paolo Rapposelli
Nasce nel quartiere storico di Santa Maria a Chieti nel 1957. Studia nel Liceo Classico G.B. Vico e si laurea a pieni voti nella Facoltà di Scienze Politiche a Teramo. In seguito consegue il Diploma in Scienze Religiose presso l’ISSR di Chieti. Vive e lavora a Chieti dove insegna da oltre 30 anni nell’ITCG “Galiani- de Sterlich” presso il quale svolge anche mansioni di collaborazione col Dirigente Scolastico. È sposato e ha tre figli. Fin dall’adolescenza ha coltivato il suo forte interesse per la storia locale, ereditata dal padre, e la passione per l’automobilismo degli anni 60 e 70. Ha pubblicato una parte della sua tesi di laurea su Filippo Masci e ha collaborato con diversi autori nella ricerca del corredo iconografico di alcuni volumi sia di storia locale che di storia dell’automobilismo. Da qualche anno si è impegnato in un lavoro di ricerca delle foto di Chieti e ne ha divulgato i risultati sia attraverso diverse conferenze tenute in città sia attraverso i social network.
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2 risposte a “L’ OSPEDALE A CHIETI”

  1. Vedere questa foto dove c’era il famoso lazzaretto la prima palazzina dove venivano ricoverati per l’epidemia, con gli anni successivi periodo degli anni 1950 la Provincia fece un piano in più dove attualmente ci sono le rimesse delle auto dell’Amministrazione prov. Di cui mio padre era autista e noi nel 1958 ci siamo andati ad abitare al 1°piano fino al 1991

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