LA CITTÀ DELLA CAMOMILLA.

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Chieti, da oltre 90 anni, è definita con l’epiteto di Città della camomilla e questo grazie al processo Matteotti   ivi celebrato nel marzo del 1926, definito il processo farsa del XX secolo.

Intanto va detto che il processo, per un delitto che la stampa evidenziava di matrice politica, rivestì particolare importanza, non solo in Italia suscitando sin da subito preoccupazioni di ordine pubblico: si volle perciò evitare di creare agitazione nella capitale, optando così per un’altra sede per lo svolgimento del procedimento. Si fecero avanti, proponendo la propria candidatura, L’Aquila e Chieti e la scelta alla fine privilegiò la città teatina.

Il termine farsa non emerse tanto per le condanne, che pure ci furono a carico degli esecutori materiali, quanto per il fatto che lo stesso procedimento giudiziario non evidenziò la responsabilità penale diretta di Benito Mussolini, quale mandante dell’uccisione di Giacomo Matteotti. Diciamocelo chiaramente, l’aspettativa dell’opinione pubblica verso il processo di Chieti non era rivolta verso coloro che avevano rapito ed assassinato il politico socialista ma era tutta concentrata ad attendersi che uscisse fuori il nome di Mussolini. Quel nome non uscì fuori e il teorema del delitto politico, assurto a dogma nella percezione di molti, non potè che sminuire la valenza della decisione del tribunale teatino, riducendola a barzelletta o appunto farsa.

Tuttora, a distanza di quasi un secolo, sono ancora in molti quelli che ritengono che sia stato proprio il duce ad ordinare alla ceka di sequestrare e uccidere l’esponente politico dell’opposizione in Parlamento. Ciò può accadere quando, alle rilevanze del diritto si antepongono le ragioni ideologiche e la ferma affermazione del proprio credo politico, che spesso significa demonizzazione dell’altrui, rifiuta aprioristicamente l’evenienza di un’altra possibile soluzione al caso concreto. Pertanto ancora oggi la vulgata è portata ad escludere il delitto di matrice non politica, se non ad accettarla in esigua forma, cioè che il parlamentare socialista, il giorno del suo rapimento, mentre si recava alla Camera per svelare un grave caso di corruzione e di tangenti prese, non da Mussolini ma addirittura dal re e da esponenti del potere politico italiano sia stato proprio per questa ragione sequestrato e poi ucciso.

Ma c’è ancora dell’altro; Mussolini, dopo le denunce di brogli lanciate dai suoi oppositori (Matteotti in testa), si apprestava a fare una decisa apertura a sinistra, nominando quali neo ministri, alcuni membri dell’opposizione, in un’operazione di liberal-socialismo senza precedenti nell’epoca fascista. Al tempo stesso il capo del Governo, che pure si era già reso mandante di gravi atti di violenza, tramite le squadracce (come nel caso dei bastonati Amendola e Gobetti), non voleva dare l’impressione di un regime al limite dell’autoritarismo, fatto di violenze gratuite, che fosse inviso alla popolazione e pertanto si apprestava a ridimensionare il ruolo della polizia segreta, un organismo creato sulla falsariga della ceka sovietica.

Perciò ci fu chi intese prendere con una fava due, anzi tre piccioni, perché mal sopportava che nel governo si aprisse una breccia a favore dell’opposizione, fatto che avrebbe svelato le sue attività poco lecite ma voleva altresì  continuare a beneficiare dei preziosi uffici della polizia segreta che, coi suoi modi spicci, era più efficace di qualsiasi altro mezzo democratico persuasivo. L’atto corruttivo proveniva da una compagnia petrolifera americana, la Sinclair, di cui era azionista, pur senza cacciar fuori una sola lira, nientepopodimeno che Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele III. Ma le tangenti sull’oro nero le presero, come detto, anche noti esponenti dell’Italia fascista come, Emilio De Bono, comandante della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, il sottosegretario agli Interni Aldo Finzi, il segretario amministrativo del PNF Giovanni Marinelli, il Ministro dei Lavori Pubblici Gabriello Carnazza, il capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio Cesare Rossi e il giornalista Filippo Filippelli direttore del “Corriere Italiano”.

Costoro, facendo uccidere Matteotti, avrebbero impedito quell’apertura a sinistra che li avrebbe certamente smascherati. Matteotti stava recandosi alla Camera portando con se’ la cartella contenente le preziose carte che avrebbero svelato il malaffare del re e del gruppo di maggiorenti e quando il cadavere del deputato socialista venne rinvenuto, della sua borsa non v’era più alcuna traccia. E’ importante ricordare che, all’epoca, faceva parte delle colonie italiane la Libia coi suoi ricchi giacimenti petroliferi, pur tuttavia, inspiegabilmente si decise di non sfruttarli perché evidentemente alla Sinclair, che agiva per conto della Standard Oil della famiglia Rockfeller, andava bene così, per non intralciare i suoi già ricchi affari con un ulteriore produttore in circolazione. Inoltre un Regio Decreto aveva statuito lo sfruttamento del petrolio esistente in Italia (Emilia Romagna e Sicilia), guarda caso proprio a favore della Sinclair.

Sul petrolio libico Mussolini, evidentemente poco avvezzo nel particolare settore, si fece irretire dai suoi consiglieri che gli suggerirono la vantaggiosa scelta di comprare il petrolio dall’estero piuttosto che spendere più soldi per estrarlo. Ad ogni modo l’omicidio di Matteotti, riuscì a scongiurare un’apertura del governo alle sinistre, visto che l’indignazione creatasi subito dopo il fatto, presso questa parte del Parlamento aveva causato la secessione dell’Aventino con la totale astensione dell’opposizione dai lavori parlamentari e figuriamoci se in quel clima poteva parlarsi di ingresso delle sinistre nel governo. Era proprio ciò che volevano coloro che si erano resi protagonisti di una bieca storia di tangenti ad alto livello dove figurava pure il nome di Sua Maestà, non curandosi che l’episodio dell’uccisione di Matteotti corrispose al momento più drammatico di crisi nell’era fascista: quella che creò nell’Italia intera uno sdegno che l’opposizione volle poi strumentalizzare per indurre il Re a persuadere Mussolini a rassegnare le dimissioni. Di ciò avrebbe potuto giovarsi anche l’ala più oltranzista del fascismo che meditava di sostituire Mussolini con Gabriele D’Annunzio.

La crisi venne risolta con la scelta del pugno di ferro, piuttosto che di un democratico dialogo ed è così che nel 1925 verrà instaurata la Dittatura. La storia poi dirà che i tangentisti non avranno un futuro felice e Mussolini prima o poi l’avrebbe fatta pagare a ciascuno di loro: infatti De Bono e Marinelli finiranno giustiziati, quali traditori del fascismo, in seguito al noto processo di Verona del ’44, Finzi morirà per mano nazista, mentre il ministro Carnazza sarà espulso dal PNF nel 1928, Rossi sarà condannato nel 1929 dal Tribunale Speciale Fascista per la difesa dello Stato a 30 anni di carcere e il giornalista Filippelli fu espulso dal Partito Nazionale Fascista e sottoposto a vigilanza da parte della polizia per poi essere arrestato più volte per reati diversi.

Il 3 gennaio 1925, alla Camera dei Deputati, nel discorso di Mussolini sul delitto Matteotti, che aprì praticamente la Dittatura, lo stesso, pur assumendosi la responsabilità morale, politica e storica di quanto accaduto, disse di non esserne stato certamente il mandante, affermando che nessuno gli avrebbe potuto negare queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro. Intelligenza nel non essere così inopportuno (nel discorso userà la parola cretino), in un momento molto delicato della legislatura, ad ordinare l’omicidio di un avversario politico con tutto ciò che ne sarebbe conseguito; il coraggio e la fermezza di far fronte ad una situazione di emergenza come quella della secessione aventiniana, fatto grave ed incostituzionale che già stava creando disordini a Roma e in tutta Italia; il disprezzo per il vile denaro era evidentemente un tirarsi fuori da qualsiasi sospetto di situazione di scandalo economico e/o di tangenti che più tardi esploderanno come vera causa dell’attentato. Quanto alla responsabilità morale, politica e storica, l’impressione è che Mussolini non volesse nascondersi negando che quella rivoluzione, che va sotto il nome di fascismo, sia stata di fatto generatrice, oltre che di tante ed importanti innovazioni, anche del clima di violenza in cui maturò il delitto, ma ciò non sta certo a significare che Mussolini debba per forza esserne il diretto responsabile.

Come da stessa ammissione di Matteo Matteotti, figlio del politico assassinato, l’omicidio del deputato socialista fu un delitto affaristico più che politico e tale affermazione scaturisce da un’indagine dello stesso figlio che ha poi rivelato nel corso del 1978. E Chieti? Chieti da allora venne descritta in modo ingeneroso come città che non aveva il coraggio di indignarsi, di fronte a siffatto esecrabile delitto, verso il reale mandante di un assassinio di stampo politico; il giornalista del Resto del Carlino Alberto Maria Perbellini la descrisse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

come “città camomilla”, mentre in tutta Italia si pensò indecorosamente a Chieti come luogo ideale per manipolare i processi. In realtà non va sottaciuto che la città teatina, nei giorni del processo, venne messa in un vero stato d’assedio; ovunque si vedevano uomini armati in divisa, agenti di polizia, carabinieri, militari del regio esercito ed anche la milizia piantonavano giorno e notte il Palazzo di Giustizia, il carcere di San Francesco, dov’erano reclusi gli imputati, ma anche la stazione ferroviaria, mentre posti di blocco e di controllo furono istituiti lungo le vie di accesso alla città; le case degli antifascisti teatini vennero controllate e sorvegliate h. 24. Finanche la chiesa di San Francesco di Paola, attigua al carcere, non potè essere visitabile dopo mezzogiorno perché la zona era ritenuta off limits. Alla faccia della città della camomilla!

Il poco nobile vezzeggiativo, da allora a tutt’oggi, rimane per definire questa città ma va detto che nel successivo processo Matteotti, tenutosi stavolta a Roma nel dopoguerra, quando il fascismo era stato reso ormai illegale, la Corte d’Assise della capitale non riuscì, al pari del tribunale teatino, a rinvenire elementi di colpevolezza a carico del Duce. Un altro processo farsa, stavolta senza la presenza fascista?

C’è ancora un altro elemento molto importante che si basa su una testimonianza indiziaria e su una prova fotografica pubblicata su “Tempo illustrato” il 16 giugno 1962. Si tratta delle carte sottratte a Matteotti che provano le mazzette degli alti funzionari fascisti e del Re. Le stesse erano in possesso di De Bono e quest’ultimo le aveva consegnate a Mussolini, nella vana speranza di aver poi salva la vita quando fu condannato a morte a Verona. Queste carte furono poi sottratte a Mussolini, quando lo stesso venne arrestato dai partigiani a Dongo, nel tentativo di raggiungere la Svizzera. Tali carte, insieme alle altre contenute nella borsa di Mussolini, al momento del suo arresto, che proverebbero la non colpevolezza del Duce nel delitto Matteotti, non sono mai state rese pubbliche.

La figura della città di Chieti, col suo tribunale, andrebbe rivalutata, anche alla luce di un altro importantissimo processo ivi celebrato poco più di cinquant’anni dopo, nel 1980, quando la Corte di Chieti, applicando le ragioni del diritto e senza alcun ammorbidimento o manipolazione del procedimento, di fatto fece violare un patto che l’Italia aveva segretamente stipulato coi feddayn palestinesi, il famoso Lodo Moro. Ma il diritto, almeno nelle aule di Tribunale, non può che prescindere da accordi con terroristi, soprattutto se si corre il rischio di pregiudicare i principi basilari dello stesso diritto e Chieti non si è tirata certo indietro nell’esprimere tale concetto.

Chieti da sempre ed almeno fino all’inizio del novecento si è caratterizzata come centro importante sul piano nazionale e di assoluto primario riferimento per quel che concerne l’Abruzzo. E’ curioso invece rilevare come dal dopoguerra in poi gli elementi di una passiva sufficienza, quasi di una rassegnata arrendevolezza, si sono manifestati in maniera sempre più preponderante, probabilmente anche a causa di un’attività politica espressa dai rappresentanti cittadini che nel corso di tanti decenni hanno di fatto creato uno squilibrio con le altre città, a scapito di Chieti. La politica, peraltro, non deve costituire un alibi deresponsabilizzante per Chieti e per la sua cittadinanza, unica legittimata ad esprimere i propri rappresentanti nelle stanze del potere politico ma probabilmente ne rappresenta una delle principali concause. Forse solo oggi e non certo all’epoca del ventennio, vista la pericolosa involuzione di questa città, potrebbe a ragion veduta parlarsi di città della camomilla.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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