LA CURIOSA STORIA DELLA CHIESA DELLA VITTORIA

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Qualche giorno fa Marino Valentini ci ha raccontato dei chietini che parteciparono con successo alla battaglia di Lepanto.

I nostri concittadini trionfanti furono certamente accolti in città come degli eroi se consideriamo che in onore a questo successo si decise di edificare una chiesa intitolata, appunto, alla Madonna della Vittoria.

La chiesa, posta lungo una delle vie che univa Chieti alla vallata in uno dei due punti di attraversamento del fiume, oggi passa un po’ inosservata, defilata rispetto alla (relativamente) nuova strada che scende a Santa Filomena. O santo Megalò, se preferite.

Edificata, come si narra, nella seconda metà del ‘500 dai crociati francesi commilitoni dei teatini nella citata battaglia, rimase pressoché inalterata per quattro secoli aldilà di piccoli interventi effettuati nel 1744 con la realizzazione di una nicchia per accogliere la statua della Vergine.

Riferimento non solo per i (pochi) abitanti della contrada ma anche per i viandanti e contadini che, attraversato il Ponte delle Fascine si recavano ai mercati cittadini.

Accadde poi, nel secondo dopoguerra, che, un po’ per l’incuria, un po’ per la vetustà, un po’ perché l’interesse si concentrò sulla realizzazione della nuova chiesa parrocchiale del quartiere in grande espansione di Madonna degli Angeli, l’edificio subì un grave degrado e venne chiuso al culto.

Intanto in quegli anni un bimbo si ammalava. Non si trattava di un morbo leggero ma di qualcosa che minacciava di strappare la vita al povero piccolo. La disperazione colse i genitori tanto che il padre fece voto, malgrado le difficoltà economiche, di ristrutturare e restaurare la piccola chiesa della Vittoria affinché fosse riaperta al culto nel caso il figlio fosse guarito. Ed il miracolo avvenne. Il bimbo guarì.

Passarono gli anni. La chiesa, pericolante, fu transennata. Il bimbo ormai grande era nel frattempo diventato un importante imprenditore. E non aveva dimenticato la promessa del padre. Così un giorno, messe in moto le ruspe, senza preoccuparsi troppo della burocrazia e delle conseguenze della sua inosservanza, “ristrutturò” la chiesa.

Una benna cominciò a graffiare l’antica muratura. Il graffio diventò una breccia.  La breccia diventò un rudere.  Il rudere diventò un grande vuoto.

Una muratura di blocchi forati di laterizio ripercorse velocemente le antiche strutture di fondazione e si elevò prendendo, almeno nella forma esterna, le approssimate sembianze dell’edificio preesistente. La Soprintendenza non gradì molto questa iniziativa, anzi, si arrabbiò parecchio e portò in tribunale il costruttore ed il parroco.

Ma la nuova chiesa era già in piedi. La frittata oramai era fatta. E gli abitanti della contrada ne andavano orgogliosi.

Quindi il vescovo Menichelli finanziò la copertura. Con i contributi degli operatori economici della città e degli abitanti della contrada, con la loro attiva partecipazione, si completò la costruzione.

Pochissimi degli arredi recuperati dalla vecchia fabbrica. Tra essi una tela datata 1774 recentemente restaurata raffigurante la Madonna.

Dalla fine del secondo millennio la copia di quella che fu la storica chiesa fa bella mostra di se sul crinale della “Strada Vecchia” grazie all’opera degli abitanti della contrada e del coraggioso strappo alle regole dettate dalla burocrazia.

E, naturalmente, alla guarigione di un bimbo.

Fatti e personaggi di questo racconto provengono dai racconti degli abitanti della contrada di Madonna della Vittoria. Il riferimento a persone ed avvenimenti quindi non è casuale.

DARIO DI LUZIO

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