LA FAVOLA TRISTE DELLA PRINCIPESSA MAFALDA INIZIÒ DA CHIETI

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Sin da bambini, abbiamo imparato ad associare la vita delle principesse alla maggior parte delle fiabe dallo scontato lieto fine. Ciò che invece non è avvenuto per la secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, il cui destino ha riservato solo una triste favola dal tragico epilogo.

Il caso di Mafalda di Savoia assume connotazioni inusuali se solo si pensa che ad una principessa si siano potuti riservare trattamenti solitamente non convenzionali per gli appartenenti a famiglie reali. Ciononostante la giovane Muti, com’era soprannominata dai suoi famigliari, non aveva mai fatto mistero di evitare di volersi giovare della sua privilegiata condizione, cercando sempre di porsi al medesimo livello del prossimo, forte delle sue convinzioni ispirate ai cristiani valori caritatevoli, anche quando l’etichetta suggeriva ben altro.

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Sposatasi nel 1925 con il principe tedesco Filippo d’Assia, di religione protestante, nonostante le vane resistenze di casa Savoia, del Vaticano e pure di Mussolini, ha avuto quattro figli ed è appassionata di musica, in particolare quella di Puccini, verso cui prova una particolare ammirazione; quest’ultimo compone in onore della principessa, sua fan, la Turandot, che però non riuscirà ad ultimare, raggiunto dalla morte.

Si arriva così alla seconda guerra mondiale ed Hitler promuove ad un superiore grado delle SS il marito della principessa, nominandolo membro effettivo del Reichstadt, nonché agente tedesco presso la corte reale a Roma ed intermediario dei rapporti tra Mussolini e il Fuhrer. I guai per Mafalda iniziano però con la destituzione di Mussolini e il conseguente incarico governativo a Badoglio, decisi da Vittorio Emanuele. Pochi giorni prima dell’armistizio muore lo zar Boris di Bulgaria, consorte di Giovanna di Savoia, figlia del re d’Italia: i sospetti ricadono su Hitler che avrebbe fatto avvelenare il monarca bulgaro perché irritato dal mancato appoggio di quest’ultimo verso un’alleanza militare con la Germania contro la Russia. Nel frattempo a Roma, il re ha già avviato contatti, tramite Badoglio, per addivenire ad un armistizio con gli alleati che stanno occupando il Meridione ma il protocollo suggerisce pure di presenziare ai solenni funerali del genero a Sofia. Vittorio Emanuele sa che nel Paese gli accadimenti stanno per precipitare ma non può svelare, nemmeno ai suoi famigliari, che di lì a poco si schiererà di fatto contro i tedeschi e ciò lo indurrà a fuggire da Roma che presto sarà invasa dalle forze tedesche.

La decisione del re è quella di inviare in Bulgaria, in rappresentanza di casa Savoia, la figlia Mafalda, sorella della vedova Giovanna, ritenendo che poi al suo ritorno in Italia i tedeschi non le torceranno un capello, essendo lei stessa una principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco che è anche uomo di fiducia di Hitler. Si sbaglierà di grosso! Intanto il 3 settembre viene firmato l’armistizio tra l’Italia e le forze alleate ma se ne darà notizia solo cinque giorni dopo, mentre Mafalda il sette settembre riparte dalla Bulgaria per l’Italia. Il giorno dopo raggiunge l’Ungheria e qualcuno la informa di quanto sta accadendo in Italia, così il 9 settembre prende un aereo di fortuna con l’intento di ricongiungersi ai suoi famigliari in fuga da Roma con destinazione prima Chieti e poi Ortona, da dove si imbarcheranno per Brindisi.

Il principe Umberto, sul ponte della Baionetta, conversa con i genitori (questi ultimi in lutto per la morte del genero Boris)

Quando Mafalda atterra in Abruzzo, è già tardi e non trova nessuno dei suoi famigliari già da tempo in viaggio verso un porto sicuro ma la sua preoccupazione principale è quella di rivedere i figli che nel frattempo sono ospitati in Vaticano da un membro della segreteria pontificia, monsignor Giovan Battista Montini, il futuro papa Paolo VI. La principessa viene così rassicurata sulla condizione dei figli e ritiene che anche il marito, ufficiale nazista, non corra alcun pericolo ma in realtà il principe Filippo è stato già arrestato dopo l’8 settembre, per ordine diretto del Fuhrer, poiché ritenuto colpevole di aver congiurato col suocero contro Mussolini. Per dirla tutta, Hitler già dalla primavera di quell’anno cominciava a manifestare una certa insofferenza nei riguardi della casa reale italiana, estendendo i suoi sentimenti di antipatia anche nei confronti del langravio d’Assia che aveva avuto diversi mesi prima l’audacia, se non la sfrontatezza, di comunicare al Fuhrer che forse era giunto il momento che l’Italia si tirasse indietro nell’avventura bellica.

La principessa decide di restare a Chieti, prima di raggiungere i figli, visto che nella città teatina, a Palazzo Mezzanotte, si era nel frattempo trasferito lo Stato Maggiore dell’esercito ed anche la nobiltà fedele al re. Mafalda trascorre una decina di giorni a Chieti, alloggiata prima all’Albergo Sole e poi a Palazzo Massangioli. I teatini ricordano come la principessa uscisse di buon mattina dal suo alloggio per recarsi a piedi alla chiesa della SS Trinità dove si inginocchiava in preghiera ed all’uscita dalla chiesa, percorrendo il Corso per ritirarsi, non esitava ad intrattenersi con la gente comune, soprattutto con i più umili, verso i quali si prodigava generosamente.

La preoccupazione di ricongiungersi sollecitamente col marito e coi figli indusse Mafalda a lasciare Chieti, anche perché giungevano voci che il capoluogo teatino sarebbe stato di lì a poco raggiunto dalle truppe tedesche per assumere il controllo cittadino. Infatti la situazione sembra precipitare anche a Chieti, dove arrivano i tedeschi ed arrestano i militari italiani, tra cui il capo di Stato Maggiore, generale Olmi, che aveva l’incarico di scortare la principessa Mafalda in ogni suo spostamento. Al riguardo potremmo considerare il breve periodo teatino della figlia del re, suddividendolo in due parti, una prima tranquilla e senza rischi in cui Mafalda risiedeva all’Hotel Sole lungo il Corso che quotidianamente impegnava per andare a messa alla chiesa della Trinità, mentre la seconda parte del suo soggiorno fu più pericolosa perché si era avuto sentore che i tedeschi erano in cerca della principessa per arrestarla: in questo frangente le terminarono pure i soldi, ragion per cui ottenne un prestito di 50 mila lire richiesto al Direttore della filiale teatina della Banca D’Italia, Dott. Raffaele Grilli ma, al contempo, le fu detto di ritirarsi al palazzo Massangioli ritenuto più sicuro. Non è quindi escluso che questi giorni lei li abbia vissuti in maniera clandestina, cercando di evitare le abitudini che aveva assunto nei giorni precedenti e cambiando completamente chiesa, recandosi in cattedrale a pregare in gran segreto.

Chieti, Palazzo Lepri: ingresso dell’Albergo Sole..

Infatti abbiamo la testimonianza di un nostro concittadino, Luigi Rapposelli che all’epoca, dodicenne, era chierichetto presso la chiesa di San Giustino. Lo stesso afferma che in quei giorni una donna vestita di nero e con un velo che le copriva completamente il viso si recava quotidianamente nella cattedrale, per assistere alla messa mattutina officiata da don Emilio Venturi, nipote del noto arcivescovo teatino: i fedeli, compreso Rapposelli, si chiedevano chi mai fosse quella pia donna inginocchiata a pregare con tanto devozionale, quanto intimo coinvolgimento, mentre il prete, al riguardo taceva, quasi fosse destinatario di un segreto da mantenere. A distanza di 60 anni la curiosità di quel chierichetto venne esaudita, quando lo stesso monsignor Emilio Venturi, tornato a Chieti per riabbracciare gli amici teatini del periodo bellico, sarà a svelare l’arcano, affermando che quella donna era la principessa Mafalda di Savoia in persona, che gli aveva personalmente lasciato una cassa di legno, contenente le sue cose, che sarebbe stata restituita a guerra ultimata. La cassa venne consegnata, dopo la guerra, direttamente al padre Vittorio Emanuele III.

L’ultimo giorno del suo soggiorno teatino, il 20 settembre, la principessa triste partiva da Chieti in treno per raggiungere Roma, dopo una lunghissimo viaggio durato quasi un giorno intero. Una volta giunta a Roma, scatta per la principessa di Savoia un tranello, passato alla storia come Operazione Abeba. Mafalda fa in tempo ad abbracciare i propri figli ma è contattata telefonicamente dal colonnello Kappler che le riferisce di una chiamata del principe Filippo d’Assia che comunica all’ufficiale tedesco di predisporre la partenza di moglie e figli per la Germania, per il ricongiungimento dell’intera famiglia: è una trappola e Mafalda non si chiede come mai il marito non l’abbia personalmente chiamata, lasciando tale compito al capo dell’intelligence militare delle SS a Roma. Dopo un po’, a freddo, la donna sospetta che possa trattarsi di un inganno e chiede al comando tedesco di parlare direttamente col proprio marito; i tedeschi acconsentono ma chiedono alla principessa di raggiungere l’ambasciata tedesca dove c’è una linea telefonica sicura, l’unica possibile in quel momento a Roma, piombata nel caos delle comunicazioni di ogni genere.

Quando la mattina del 22 settembre, Mafalda di Savoia raggiunge l’ambasciata tedesca ci si rende pienamente conto della macchinazione: l’autista della principessa viene subito arrestato, mentre l’automobile, con all’interno la figlia del re, viene circondata dai militari tedeschi. I bambini vengono divisi dalla madre ed affidati ad un funzionario della polizia italiana, mentre la principessa viene condotta all’aeroporto di Ciampino e fatta salire su un aereo che parte alla volta della Germania dove, dopo tre settimane di interrogatori nel quartier generale della Gestapo a Berlino, viene deportata a Buchenwald, sotto il falso nome di Emy von Weber.

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Campo di Buchenwald

L’erede di casa Savoia resiste fino all’anno successivo, quando l’aviazione alleata bombarda il campo e lei si ritrova sommersa dalle rovine fumanti, gravemente ferita e con un braccio maciullato completamente ustionato. I militari tedeschi di guardia al campo di prigionia, si decidono a liberare Mafalda dai detriti solo dopo alcune ore, perché troppo impegnati a mettere al riparo documenti e suppellettili contenuti nelle baracche abbattute e la donna viene così portata nel bordello del campo, adattato ad infermeria, dove si decide finalmente di prendersi cura del braccio, ormai ridotto a pelle bruciata, con notevole ritardo, tanto da suggerire l’inevitabile amputazione, troppo tardi per evitare che l’infezione possa concludere il suo fatale decorso.

Mafalda di Savoia muore il 28 agosto 1944, per complicazioni dovute all’intervento chirurgico, durante il quale non ha mai ripreso conoscenza e più di qualcuno, parlando di delitto sanitario, ha adombrato il sospetto che si sia trattato di una morte intenzionalmente voluta, a causa del doloso ritardo delle cure prestate, secondo un particolare protocollo riservato alle personalità deportate, peraltro già sperimentato nello stesso campo, il tutto al solo scopo di vendicarsi nei confronti del re d’Italia che aveva tradito l’alleanza dell’asse italo-tedesco. Mentre Mafalda lasciava questo mondo, il marito passava da un campo di concentramento ad un altro, fin quando, a guerra ultimata, verrà liberato. Del ricordo di Mafalda di Savoia e del suo soggiorno teatino resta una targa commemorativa posta all’ingresso di palazzo Massangioli in piazza Umberto I a Chieti.

Dei suoi quattro figli, è tuttora vivente solo l’ultimogenita, Elisabetta, che non aveva ancora quattro anni quando la madre si spegneva nello squallido letto di un postribolo della Turingia. Il principe Filippo muore invece nel 1980, venendo poi tumulato nel piccolo cimitero di famiglia in Assia, dove ritroverà la sua amata consorte: la famiglia si è così potuta ricongiungere solo in morte, a conclusione di quella che rimane solo una favola triste.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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6 risposte a “LA FAVOLA TRISTE DELLA PRINCIPESSA MAFALDA INIZIÒ DA CHIETI”

  1. Gentile sig. Valentini, devo correggere una sua inesattezza. Sono nato nel 1931 a Chieti, perciò nel 1943 avevo 12 anni. Ogni mattina mi recavo alla cattedrale di S. Giustino a servire la messa come chierichetto. La messa era celebrata da Don Emilio Venturi, nipote dell’arcivescovo omonimo. Per alcuni giorni avevo notato la presenza di una misteriosa signora vestita di nero e con un velo sul viso. Tutti si chiedevano chi fosse. Quando Don Emilio venne a Chieti nel 2003 per incontrare gli amici conosciuti durante la guerra, donò a tutti un libro di memorie scritto da lui. Il titolo era: “Prima che cali la sera… Ma è già sera”. In un capitolo del volume, dedicato alla permanenza della principessa a Chieti, scrive quanto segue: nessuno aveva notato che quella signora vestita di nero era la principessa Mafalda, figlia del Re. In quei giorni era rimasta senza denaro, perciò fu costretta a chiedere un prestito al Direttore della banca d’Italia. Prima di partire mi lasciò una grossa cassa, che avrebbe ripreso dopo la guerra. Prima di sotterrarla, l’aprimmo. Dentro c’era una pistola con alcune munizioni, che consegnammo ai carabinieri. Inoltre c’era: caffè, zucchero, saponette, un servizio di tazzine, piatti, macchinetta a gas, ecc. A guerra finita consegnammo tutto al Quirinale, dove c’era il Re, che non aveva ancora abdicato.
    Cordiali saluti.

    Luigi Rapposelli

    1. Gentilissimo Sig. Rapposelli, la ringrazio per la sua preziosa testimonianza. So del prestito di 50 mila lire richiesto al Direttore della Banca D’Italia, Raffaele Grilli ed ottenuto dalla principessa; le fonti storiche di cui mi sono avvalso parlano del suo breve periodo teatino suddividendolo in due parti, una prima tranquilla e senza rischi in cui Mafalda risiedeva all’Hotel Sole lungo il Corso che quotidianamente impegnava per andare a messa e la chiesa riportata da qualche storico parrebbe essere quella della Trinità, mentre la seconda parte del suo soggiorno fu più pericolosa perchè si era avuto sentore che i tedeschi erano in cerca della principessa per arrestarla: in questo frangente le terminarono pure i soldi e le fu detto di ritirarsi al palazzo Massangioli ritenuto più sicuro. Non è quindi escluso che questi giorni lei li abbia vissuti in maniera clandestina, cercando di evitare le abitudini che aveva assunto a Chieti e cambiando completamente chiesa, recandosi in cattedrale a pregare senza essere riconosciuta e con il silenzio di don Emilio che in tal modo avrebbe tenuto nascosta la sua presenza. Posso citare la sua testimonianza, integrando il mio articolo? Grazie e cordiali saluti. M. Valentini

      1. Ne sarei molto lieto se citasse anche la mia testimonianza e inoltre ne approfitto per ringraziarla di aver aggiunto ulteriori dettagli della vicenda nel suo ultimo commento.
        Infine, considerando la sua profonda conoscenza sui fatti di Chieti, le chiedo se sa qualcosa in merito all’episodio di un aereo di ricognizione (cicogna) che stava scattando foto al suolo e che si andò a schiantare contro il campanile di San Giustino, pochi giorni dopo la liberazione, quindi periodo giugno 1944. Al riguardo scrissi anche una pagina in un mio libro autobiografico, se vuole posso mandarle una foto della pagina.

        1. Mi farebbe immensamente piacere se potesse mandarmi questo importante materiale; conosco solo sporadicamente la storia dell’aereo caduto nei pressi della cattedrale e mi piacerebbe approfondirne la vicenda. Provvedo ad integrare l’articolo sulla principessa Mafalda con la sua preziosa testimonianza. Cordialmente, Marino Valentini

          1. E’ stato gentilissimo a inserire la mia testimonianza e il mio nome e la ringrazio. Per quanto riguarda il materiale glielo posso inviare per e-mail?

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