LA PROSTITUZIONE A CHIETI (prima parte, dai Marrucini al medioevo)

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La prostituzione è un fenomeno che ha interessato l’intera società civile, sin dai tempi più remoti, non per niente il meretricio viene chiamato il mestiere più antico del mondo e, visto che era diffuso in tutte le città, Chieti non ne ha certo fatto eccezione.

Nella città teatina i bordelli erano conosciuti, probabilmente ancor prima che a Roma si istituissero i lupanari e non solo per i natali più remoti di Chieti rispetto alla città capitolina.

Infatti è documentato che i marrucini, che avevano designato Teate come loro capitale, non fossero solo  un popolo di ardimentosi guerrieri ma avessero anche regolamentato alcune consuetudini, normandole e tra queste anche la prostituzione. Prova ne è che la famosa tabula rapinensis, datata al III secolo a.C. (conservata oggi presso il Museo Puskin di Mosca) e scritta in lingua marrucina (uno dei tanti idiomi osco-umbri),  riporti  una legge sacra, riferita al culto di Giove e diretta alla popolazione Marrucina (Touta Marouca), dove si istituisce la prostituzione sacra allo scopo di incrementare le finanze del santuario di Giove, ubicato in una grotta nei pressi di Rapino. Tale genere di prostituzione prevedeva che vi  fosse preposta una sacerdotessa con compiti di tenutaria ed istitutrice delle giovani ancelle, soprattutto schiave, da avviare al sacro meretricio.

Tabula Rapinensis.

Col pretesto di trasmettere ai maschi marrucini le virtù fecondatrici di Giove, si era trovato un ottimo escamotage per rimpinguare le casse pubbliche. Ma all’epoca la prostituzione, non solo era consentita e, come abbiamo visto, pure sacralizzata, ma era pure indicata per l’equilibrio psico-fisico dei giovani guerrieri non accoppiati di Teate, che devono trovar sfogo alla loro libido, oltre a regolare l’ordine morale, distogliendo i maschi dal rivolgere attenzioni verso le donne già sposate; “attenzioni” che avrebbero potuto minare le virtù di quest’ultime.

Pertanto, anche se non abbiamo testimonianze dirette, è fortemente presumibile che la prostituzione fosse diffusa anche nel capoluogo teatino, considerato che  è impensabile che gli infoiati guerrieri fossero costretti a percorrere diversi chilometri fino alla grotta di Rapino per spegnere i loro ardori. A Teate sicuramente esistevano i postriboli dove la prostituzione doveva essere regolamentata, sull’esempio di quella sacra della grotta di Rapino, almeno sotto il profilo fiscale.

Con l’avvento della romanità e l’elezione della città teatina a municipio di Roma, oltre a diffondersi la lingua latina, a scapito del marrucino, anche alcune terminologie, relative al tema che trattiamo, vennero assunte in Teate, ormai città importantissima di 60 mila abitanti, meta di forestieri di passaggio e di notabili civili e militari provenienti dalla capitale. Teate all’epoca era una città viva e dinamica e qualcuno cominciava a fiutare l’affare del business del meretricio. Dall’iniziale affitto individuale di schiave si passò a vere e proprie case del sesso o a infimi bordelli e ce n’era per tutti i gusti. Le donne avviate alla prostituzione erano di due tipi: quella di alto bordo, chiamata meretrix (dal latino merēre cioè guadagnare) era destinata ai patrizi, una clientela raffinata e di riguardo, mentre la plebe si rifugiava nei bordelli (taverne, panetterie e locande) nei quali era accolta dalle lupae (da cui lupanare) che di notte ululavano per far da richiamo ai clienti. Un nobile romano non si azzardava a sporcarsi in un lupanare o in un bordello qualsiasi ma poteva recarsi presso le terme per il bagno, i massaggi, le discussioni con i suoi pari e soprattutto per fare sesso e non solo con le donne. A Teate c’era un funzionale complesso termale e come in tutte le terme romane che si rispettino, il personale (sia maschile, sia femminile), costituito da uomini e donne schiavi e/o liberti, era adibito anche a ruoli di prostituzione.

La prostituzione maschile era molto diffusa e ne trovavano svago in questo periodo, soprattutto i maggiorenti, presso i quali sembrava andar di moda accompagnarsi a qualche efebo: il più delle volte non si trattava di pederastia ma di mera tendenza da vip, pur se a effettiva connotazione sessuale ed i rapporti si svolgevano in modalità intercrurale. Infatti era maggioritaria la bisessualità di certe persone autorevoli. Per l’omosessualità vera e propria, in assenza di amanti fissi per i quali provare anche certi sentimenti, ci si recava nei luoghi abituali della prostituzione di un certo livello, presso cui si poteva disporre di prostituti individuati in giovani schiavi, soprattutto quelli glabri o ancor meglio eunuchi (i più richiesti) ma il ruolo di questi giovani, nell’accoppiamento, non poteva essere che meramente passivo, visto che nel rapporto omosessuale, era importantissimo all’epoca, distinguere il soggetto attivo da quello passivo, per confermare il carattere virile dell’uomo romano e la sua mascolinità, anche in un amplesso omosessuale,  considerato come rapporto di dominazione del cittadino romano sopra lo schiavo. Ma anche per l’universo femminile esisteva una prostituzione, quella maschile riservata alle donne patrizie, non poche, che si servivano di aitanti e focosi amatori ma i più ricercati dalle matrone erano senza dubbio i muscolosi gladiatori che, tra un combattimento ed un altro, erano spesso preda delle insoddisfatte donne nobili che in costoro vedevano dei veri e propri sex symbol.

Donna patrizia all’interno delle terme romane.

Mentre la prostituzione eseguita nei bordelli di infimo ordine si prestava ad un tipo di sessualità per spegnere immediatamente gli ardori plebei, quella di un livello certamente più elevato, non di rado, somigliava più a una pratica sadomaso  in cui il patriziato, soprattutto quello annoiato, provava particolare piacere nell’assistere alla sofferenza ed alla sottomissione della prostituta (o del prostituto). Quindi si organizzavano per pochi intimi degli spettacoli erotici che trovavano ispirazione nelle leggende mitologiche e che terminavano in vere e proprie orge. Solo in questo modo la prostituzione del tempo riusciva a soddisfare appieno il desiderio di certi vip malati di noia quotidiana. Due celebrità del tempo, particolarmente inclini a tali pratiche, che vennero prese a imitazione presso i nobili dell’impero, furono Nerone e Caligola che, in quanto a perversioni, erano secondi a pochissimi. Naturalmente a Teate, già da tempo entrata nell’orbita romana e importante città dell’impero, si costruiva e si viveva sulla falsariga di quanto accadeva a Roma, assumendo della caput mundi, tanto le virtù, quanto i vizi.

Le prostitute si moltiplicavano là dove c’era grande ressa di persone ed a Teate la folla non mancava quando nell’arena della odierna Civitella si organizzavano i ludi gladiatorii o quando al teatro (dell’odierna via Pianell), che poteva contenere fino a 5 mila spettatori, si rappresentavano gli spettacoli. Insomma nell’urbe teatina, oltre a bordelli e postriboli, non difettavano alle prostitute occasioni e luoghi per accalappiare i clienti. Ma le città erano anche il luogo, per i villici del contado, per trovare facilmente sesso, seppur a pagamento, inesistente nei luoghi da dove provenivano e Teate, che era certamente una delle più importanti città dell’epoca, nella IV Regio (Abruzzo e Sannio), riusciva ad assicurare il soddisfacimento di siffatte esigenze. Nella Teate Marrucinorum poi era presente un’importante guarnigione di soldati, sia al tempo dei marrucini, sia a quello dei romani e le prostitute erano sempre presenti presso gli accampamenti militari: infatti i soldati hanno sempre costituito la principale clientela delle stesse. Ma anche i luoghi sacri del paganesimo erano individuati dalle operatrici del sesso come location ideali per attirare i clienti e a Teate i templi non erano pochi.

Col diffuso fenomeno del meretricio era normale che la preoccupazione di una gravidanza fosse un problema particolarmente sentito dalle prostitute. il grattacapo di nascite indesiderate nell’antica Roma (e di Teate) si risolveva con pratiche particolarmente cruente come l’aborto e l’infanticidio. Ma esistevano rimedi meno invasivi, di natura officinale ma dal prezzo esoso e pertanto destinati alle più ricche meretrices:  dei farmaci derivanti dall’estratto

Il silfio raffigurato in un francobollo coloniale del 1942.

di una pianta oggi scomparsa, il silfio, che cresceva solamente lungo le coste della Libia. Le donne assumevano una volta al mese l’essenza di questa sorta di raro e costoso finocchio selvatico dalle proprietà anticoncezionali: una sorta di pillola ante litteram. Altri metodi consistevano nell’introdurre nel canale cervicale degli anelli metallici sostenuti da una catenella che, secondo l’opinione di allora, era in grado di bloccare l’annidamento dell’ovulo. Molte facevano uso di una spugna, assicurata ad una cordicella, inserita in vagina ed imbevuta di aceto che avrebbe avuto un’azione spermicida ma anche di  ostruzione al passaggio del seme. Ma il metodo indiretto più efficace era senz’altro il preservativo di allora, che faceva parte della dotazione dei soldati dell’epoca. Indiretto perché non aveva l’obiettivo di evitare gravidanze indesiderate ma semplicemente di proteggere i militari dalla diffusione di malattie veneree. Il profilattico di duemila anni fa era costituito da un budello ovino da lavare e riutilizzare.

Pur essendo consentita e diffusa a Teate, come in tutto l’impero romano, la prostituzione era comunque un’attività infamante e i patrizi, per non screditarsi, si travisavano nell’aspetto o delegavano loro dipendenti plebei nella conduzione di un bordello nel quale era fatto assoluto divieto di introdurre monete con l’effige imperiale. Per tale motivo cominciarono ad essere coniate delle monete particolari, le spintriae, che venivano utilizzate solo per il pagamento delle prestazioni sessuali all’interno dei lupanari. La spintria recava su una faccia un’immagine sessuale e dall’altra il suo controvalore convertibile in asseuna delle monete a diffusa circolazione in tutto l’impero.

Spintriae dell’impero romano.

Con l’espansione del cristianesimo si assisté ad una morigeratezza dei costumi e questo riguarda anche la sfera sessuale. Ciò si manifestò in particolar modo nel periodo medievale, anche se i bordelli venivano frequentati anche da uomini di chiesa ed in alcune città, tale presenza era ragguardevole. Sant’Agostino un giorno, mentre pregava, disse: <Signore, guidami alla castità ma non subito!> San Tommaso d’Aquino riteneva che i postriboli fossero un male necessario. Comunque la Chiesa, con sempre più preti e frati in preda a turbamenti sessuali ed eccitazioni, inconsapevolmente riuscì a dare un assist alle case del sesso. Natale, Pasqua, Pentecoste e Assunzione erano considerati dalla Chiesa giorni di astinenza assoluta dal sesso coniugale; in quelle date però i bordelli potevano restare aperti, con l’eccezione del venerdì santo in cui pure le prostitute potevano finalmente riposarsi. In definitiva il meretricio era dal Cattolicesimo ritenuto peccato, poiché consumato al di fuori del vincolo coniugale ma era peraltro tollerato perché riusciva ad evitare maggiori degenerazioni sessuali come lo stupro, la sodomia e persino la masturbazione, quest’ultima ritenuta un male ascrivibile allo stesso livello di sodomia: il già citato San Tommaso d’Aquino (1225-1274 d.C.), considerato dai più il massimo teologo della Chiesa, scriveva che il Signore ha concepito il pene per essere inserito nella vagina di una donna, al fine di dar vita alla procreazione. Ogni altro uso del pene, a parte quello della fisiologica minzione, è innaturale ed è una grave offesa al piano sagace di Dio.

Sulla falsariga delle antiche terme romane, nelle città medievali sorsero i balnea, cioè stabilimenti dove ci si poteva fare un bagno completo; a quel tempo l’igiene personale non è che fosse tra le principali preoccupazioni degli uomini del Medioevo, anche perché non esisteva ancora il concetto di toilette come stanza suppletiva della propria casa dove provvedere alla cura completa e frequente della propria persona.

Balnea medievale.

Nei balnea, oltre ad un bagno caldo, ci si poteva tagliare anche i capelli e radere la barba, il tutto a cura di un’operatrice che, con un supplemento extra, si offriva anche per fornire delle prestazioni sessuali a pagamento. In questo periodo la sessualità deve osservare anche talune prescrizioni che al giorno d’oggi possono far sorridere. Infatti, sfogliando il kamasutra l’unica posizione permessa era quella del missionario e qualsiasi altra postura coitale costituiva offesa a Dio, l’offesa era maxima se era la donna a stare sopra l’uomo, se proprio non si riusciva a fare a meno di ricorrere a qualche trasgressione non bisognava mai coinvolgere la propria moglie ma servirsi di una prostituta, la masturbazione era tollerata per le donne ma quella maschile rappresentava gravissimo peccato di sodomia paragonabile al cannibalismo, però la donna non poteva utilizzare, per il proprio piacere, oggetti (compresi frutti ed ortaggi) a imitazione del membro virile, se non volevano incorrere in una lunghissima penitenza, la consuetudine voleva poi che non si superassero due rapporti a settimana, non per prescrizioni religiose, quanto per esigenze di salute, per quanto riguarda il momento in cui farlo, certi dottori lo controindicavano dopo aver bevuto vino o aver mangiato carne, ma al tempo stesso non lo si poteva fare a stomaco vuoto. Nonostante un ampio fiorire di bordelli medievali che aprivano un po’ dappertutto, era altissima la probabilità per una donna non prostituta di venire comunque stuprata: per tale ragione non poche donne, per sfuggire ai bruti di strada, preferivano chiudersi nei conventi e indossare l’abito monacale. (fine prima parte)

 Marino Valentini

 

 

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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