LA PROSTITUZIONE A CHIETI (seconda parte, dal ‘500 al XX secolo)

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Tra la fine del ‘400 e l’inizio del 500 Chieti conobbe, a più riprese, il morbo della peste e la più grave epidemia di morte nera del periodo, come precisa il Nicolino, fu quella del 1497, quando morirono seicento teatini, anche se la più devastante in assoluto arriverà un secolo e mezzo dopo mietendo oltre mille vittime.

In quegli anni l’intera penisola ed anche la città di Chieti, conoscono un nuovo male, il cui contagio appare tremendo come quello della peste. Ciò è dovuto alla discesa di Carlo VIII in Italia che rivendicava diritti, forte del suo esercito di oltre trentamila uomini, di cui buona parte mercenari di diversa nazionalità; un esercito che con se’ recava un’epidemia che si allargherà a macchia d’olio interessando l’intera Italia: la sifilide. Il morbo gallico (così chiamato per via delle portatrici truppe francesi), che si pensa arrivato dal nuovo mondo appena scoperto dagli spagnoli, giunse in Europa e penetrò in Italia con estrema facilità ed anche la città di Chieti, presso cui il re francese aveva dimostrato estremo riguardo, dando il privilegio di battere moneta,  non si mostrò immune dalla diffusione del contagio. A proposito della zecca teatina, va precisato che a Chieti si coniavano denari e cavalli: questi ultimi erano piccole monete di rame e con soli pochi pezzi era possibile comprare amore mercenario di infimo livello e rischiare di infettare o essere infettati.

Cavallo della zecca teatina.

 

 

 

La diffusione di vecchie e nuove malattie fece sì che si prestasse maggior attenzione alle patologie di carattere epidemiologico e una più importante precauzione nei rapporti sociali, con particolare considerazione a quelli di natura sessuale. Al di là della propagazione del morbo addebitabile ai soldati, in quel periodo, una delle principali misure per estirpare alla radice l’infezione fu la chiusura di molti bordelli, soprattutto quelli a ridotto tasso igienico, ma anche l’espulsione delle meretrici dalle città. Ed è da questo momento che si pensò di creare una sorta di registro di coloro che esercitavano, pur restando le stesse relegate al di fuori della cinta cittadina, onde evitare al massimo la pericolosità di contagio.

Ulteriore spinta contro la prostituzione venne data dalla Chiesa. Con la Controriforma cattolica, facente seguito al Concilio di Trento, si assisté ad un’opera moralizzatrice dei costumi, soprattutto in campo sessuale, fenomeno che non riguardava certamente solo il mondo laico ma pure buona parte del clero che ne abusava oltre misura. La campagna di risanamento dei costumi, promossa da Riforma prima e Controriforma poi, riuscì a far mutare l’atteggiamento nei confronti del meretricio che veniva sempre più svigorito, con la chiusura di molti postriboli, la loro ghettizzazione in zone periferiche e l’accentuazione di una fiscalità più rigorosa. La prostituzione comunque restava una forma di attività economica che rendeva molto a chi la praticava (e a chi la gestiva): spesso le entrate reddituali giornaliere di una meretrice erano dieci volte superiori ai salari settimanali di un operaio. Pertanto, se si può parlare di donne costrette a prostituirsi, per l’impossibilità di trovare un lavoro onesto loro negato, perché la consuetudine premiava i maschi nella ricerca di un impiego, è anche vero che il meretricio era una scelta consapevole della prostituta, visti i cospicui guadagni, seppur contenuti entro una decina d’anni di carriera (si iniziava anche a 14 anni e in genere si finiva ai 25 anni), quando poi la bellezza, soprattutto in epoche remote, cominciava a sfiorire e l’offerta della concorrenza era certamente migliore. In questo periodo si è ancora distanti dal concepire una reale parità tra i sessi, mentre, nella tematica della prostituzione, il raggiungimento della dignità della donna, così come quello dei diritti umani, sono evidenze ancora lontane dall’essere conseguite.

Per la sessualità, la Chiesa reclamava misure restrittive ed in questi anni i bordelli, grazie al freno imposto dalla stessa, vennero dapprima tenuti al di fuori della cinta muraria delle città ma poi, poco a poco, complice pure la fruizione certo non occasionale di clericali, i freni si allentarono e i postriboli si reinsediarono proprio nei quartieri centrali delle medesime città, con una rinnovata consapevolezza che la prostituzione riuscisse a svolgere un servizio di pubblica utilità, da controllare,  regolamentare e naturalmente da tassare.

Appena prima e durante il Concilio tridentino si affermò la nascita di importanti ordini religiosi come quello dei gesuiti e quello dei teatini; questi ultimi si posero in modo assai ortodosso, in merito ai demandi della parte più rigorosa della Chiesa cattolica, in tema di sessualità e prostituzione (come visto utilizzata anche da una buona fetta del clero) e nel ‘500 sorse un neologismo (tuttora in uso) qual è quello della chietineria, un termine indirettamente riferito a Chieti, ma di fatto rapportato all’ordine dei chierici teatini, impiegato da scrittori e filosofi (tra i tanti, Pietro l’Aretino e Giordano Bruno) per esprimere, in accezione negativa, l’obbedienza cieca che si richiede ai cristiani e la loro remissività. In definitiva la chietineria esprime lo sforzo di taluna “ortodossia” cattolica, come l’ordine dei teatini, per imporre la pratica religiosa nel comportamento dell’uomo, in tutte le sue sfaccettature. La costrizione religiosa rende gli uomini non più come esseri pensanti ma come individui passivamente fedeli alle prescrizioni religiose che portano tali uomini alla rinunzia della libertà del proprio pensiero, della propria azione e della propria creatività, perché guidati da una volontà esterna che li plasma e ne regola ogni momento della loro svuotata vita, a proprio piacimento. Non per niente il termine chietino, anche sugli odierni dizionari, è sinonimo di pedante, ipocrita, bacchettone e bigotto ma il cittadino di Chieti, in tale concetto, c’entra poco. Infatti anche a Chieti, nonostante la chietineria imponesse tali costumi ed una rigorosa castità del clero, la prostituzione era un fenomeno che ancora continuava ad esistere e, in merito a certo rigore religioso, affermato dai nuovi ordini, è singolare il fatto che nella città teatina, pur essendo presenti diverse congregazioni religiose, mancasse proprio l’ordine che dalla città di Chieti prendeva il nome.

Anche nell’età moderna il rischio di gravidanze indesiderate andava per lo più risolto, in maniera legale, con  la contraccezione e diversi erano i metodi, alcuni anche bizzarri, per evitare la fertilità. Si andava dalle lavande vaginali a soluzione acida ai rimedi dell’ultim’ora come il mezzo limone svuotato da inserire in vagina, dalla doppia azione tanto chimica, per l’acidità dell’agrume, quanto meccanica per via dell’impedimento al passaggio di liquidi organici maschili che venivano raccolti all’interno dell’artefatto bicchierino e tutta una serie di pessari, molti di natura e forma stravaganti. Il preservativo però restava il metodo più sicuro e, prima dell’avvento della gomma, il dispositivo, assicurato da un laccetto, veniva realizzato con materie organiche quali il lino intelato oppure il budello o la vescica di animali, meglio ancora se inumidito con una soluzione a base di particolari erbe. Peraltro il preservativo, come nell’antichità, anche nelle epoche successive era per lo più indicato per prevenire malattie quali sifilide e gonorrea, piuttosto che porsi quale ideale mezzo contraccettivo. I preservativi del XX secolo erano commercializzati solo in farmacia e si vendevano anche sfusi. Con l’avvento di Mussolini al potere, il cavalier Goldoni di Venezia fiutò il business e riuscì ad aprire a Bologna una fabbrica di profilattici, le cui confezioni recavano il marchio dell’aquila littoria e la dicitura latina habemus tutorem, ad indicare la natura protettiva del prodotto: in seguito si utilizzò la forma tronca di tale dizione ed è così che il marchio Hatù è pervenuto fino ai giorni nostri.

Per quanto riguarda proprio Chieti, per la quale si deve ritenere che il fenomeno della prostituzione non sia stato dissimile dalle altre città europee, nel vasto arco temporale che va dal medioevo fino al XX secolo, tenendo presente che nel corso dei secoli, gli stati continuavano a imporre una fiscalità più o meno onerosa sui bordelli ma la preoccupazione principale della società civile, tollerante del fenomeno, pareva essere legata alla trasmissione di malattie, ragion per cui ogni stato, nel corso del tempo provvide a dotarsi di regolamenti sempre più rigorosi che, spostavano sulla sanità pubblica il principale fine da perseguire, sui diversi obiettivi derivanti dalla particolare fenomenologia. Come detto, a Chieti (come altrove in Italia) va osservato quanto accadeva durante il periodo fascista e via via fino al settembre 1958, quando la legge Merlin chiuse definitivamente le 560 case di tolleranza del paese, mandando in apparente disoccupazione migliaia di professioniste del meretricio. Nella città teatina, come nel resto d’Italia, il regime fascista provvide a schedare  le prostitute, tramite l’autorità di polizia, e a sottoporre le stesse a periodici esami medici obbligatori per evitare la proliferazione di malattie veneree.

Durante il ventennio, la prostituzione era considerata una regolare professione, al punto che chi voleva esercitare il mestiere doveva superare l’abilitazione al meretricio e seguire un periodo di tirocinio presso una casa di tolleranza di Stato idonea allo scopo: insomma era una cosa molto seria e le ragazze si sottoponevano obbligatoriamente, due volte la settimana, a regolare visita ginecologica e ad esami clinici. Inoltre non potevano esercitare le donne sposate e se le stesse avevano figli, questi ultimi venivano affidati alla cura di strutture pubbliche sorte con il compito di educarli. La cosa era talmente seria visto che, non di rado, il prete si recava nella casa per la confessione delle signorine e per dispensar loro l’eucaristia: sembrerebbe una vera contraddizione ma la Chiesa, in tema di prostituzione sembrava non considerarla peccato, visto che  gli uomini erano esentati dal confessare al penitenziere le frequentazioni presso i casini, forse per togliere dall’imbarazzo i tanti ecclesiastici che li frequentavano.  A Chieti, come altrove, il turnover delle prostitute durava quindici giorni, soprattutto per evitare che tra le miss e i clienti potessero nascere delle vere e proprie storie d’amore, deleterie per il prosieguo della professione delle meretrici innamorate, con grave nocumento per chi gestiva economicamente il fenomeno prostitutivo. Nella città teatina, due erano i bordelli e potremmo definirli l’uno di prima classe, mentre l’altro di seconda (anzi terza) classe.

Tabella di un postribolo del ‘900.

Entrambi i postriboli, gestiti da maitresse ex prostitute, erano situati nella zona del quartiere Trivigliano, uno, come detto,  era di basso livello, ubicato nei pressi di via Paradiso (via dei Calderai) e frequentato da militari e da gente squattrinata, mentre l’altro si trovava tra via Toppi e via dei Crociferi (via delle Orfane) ed era invece destinato ad una clientela top. Anche gli arredi e gli odori delle due case erano agli antipodi: al profumo di violetta e di colonia dell’una, faceva da contraltare nell’altra, lo squallore e l’olezzo dell’odore tipico della pelle sudata; alla cura dei drappeggi, delle tende e dei divani damascati della casa di via delle Orfane, si contrapponeva un misero mobilio ridotto all’essenziale nel bordello di via Paradiso. Anche la grandezza delle stanze, così come quella dei letti, erano completamente diverse l’una dall’altra. Il vociare sguaiato ed incontrollato del casino di via Paradiso era poi il suo marchio distintivo. Nel casino dei vip poi, si pagava anche il biglietto d’ingresso, oltre la consumazione, per evitare l’afflusso di perditempo e curiosi. In questa casa chiusa la tenutaria aveva poi la buona creanza di comunicare per tempo ai vip della città, gli abitué del salotto damascato di via delle Orfane, l’arrivo delle nuove pensionanti, come a voler dare precedenza ai notabili teatini sulla fruizione delle new entry: la frotta di avvocati, nobili, dottori, autorità e personaggi di riguardo, ben apprezzavano tale cortesia nell’essere considerati prioritari di siffatte primizie; già, primizie che erano già state possedute da migliaia di uomini dello stivale! Secondo una legge che risaliva a fine ‘800, non si potevano aprire case di tolleranza in prossimità di edifici destinati al culto, asili, scuole, e luoghi di riunione di gioventù, inoltre gli scurini dovevano restare chiusi e da questa prescrizione deriva il nome di case chiuse.

In comune ad entrambe le case teatine c’era però la marchetta, da non confondere con l’omonima marca da applicare sul libretto di lavoro per attestare, fino a qualche decennio fa, il versamento dei contributi previdenziali.

L’avventore, una volta scelta la prostituta di suo gradimento, provvedeva a versare alla tenutaria il compenso, pagando in anticipo la prestazione e ricevendone in cambio la cosiddetta marchetta che era nient’altro che una fiche metallica, un gettone di rame bucato al centro (ma poteva essere anche una contromarca di cartone), che in camera veniva consegnata alla fanciulla, che provvedeva poi ad impilarlo in un portamarchette infilandolo nel chiodo centrale di quest’ultimo: era la prova dell’avvenuto pagamento che dava diritto alla prestazione. Le marchette impilate determinavano il volume di lavoro giornaliero della tipa e servivano per computare la percentuale da riconoscere alla stessa a fine giornata. Infatti tuttora a Chieti (ma non solo qui) appellare marchettara qualcuna equivale a chiamarla prostituta (anche nella versione maschile del termine). La prostituzione nelle case chiuse continuò anche dopo la guerra e la contemporanea caduta del fascismo ma lo Stato continuò ad incamerare i proventi dell’attività, sotto forma di prelievo fiscale, fin quando si arrivò alla mezzanotte del 19 settembre 1958 quando a Chieti, come in tutta Italia, furono costretti a chiudere definitivamente i battenti i 560 casini, fino ad allora autorizzati. (fine seconda parte)

Marino Valentini
Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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