LA STRANA STORIA DEL FIGLIO DEL RE DI NAPOLI DIVENUTO VESCOVO DI CHIETI

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I secoli XV e XVI, coincidenti col periodo rinascimentale, quello delle grandi scoperte dell’Uomo, hanno rappresentato un ciclo di rilevanti sconvolgimenti e trasformazioni a più livelli, avvertito come un’epoca di cambiamenti nel mondo culturale, delle arti, nella politica e nella società in generale.

Si tratta di una fase storica in cui si avvertì l’esigenza di un rinnovamento che voleva lasciarsi alle spalle il vissuto medioevale per proiettarsi verso l’età moderna, in modo da pervenire ad una crescita ed un’evoluzione tanto culturale, quanto spirituale. Proprio a livello spirituale, il rinnovamento auspicato fece sì che ci si potesse dirigere verso un mondo in cui i caratteri predominanti fossero sempre più rappresentati dall’azione e dall’autonomia dell’uomo che poteva via via emanciparsi dal sacro e dal religioso.

Verso questa “rinascita” non si mostrò indifferente la Chiesa, che anzi avvertiva l’opportunità per accrescere il prestigio del papato e della stessa città di Roma. Nell’ottica di tale aspirazione di fasto temporale, la Chiesa romana andò a smarrire quella tipica vocazione spirituale per dirigersi sempre più verso una dimensione mondana che arrivò a dominare l’alta gerarchia ecclesiastica. Non è un caso se proprio in questo periodo annotiamo l’elezione di papi, non proprio rispettosi dei valori cristiani, che considereranno la morale alla stregua di un trascurabile carattere accessorio.

In questo clima di involuzione spirituale, la Chiesa diede un pessimo esempio di quel che significava vivere secondo le regole ispirate ai principi di Cristo, con modelli che raggiunsero l’apice della dissolutezza sotto il papato di Rodrigo Borgia (1492-1503), alias Alessandro VI. Non possiamo quindi meravigliarci se da questo momento i religiosi, quelli veri, abbiano iniziato ad interrogarsi sul fatto che la Chiesa di Roma avesse perduto la via tracciata da Pietro. La corruzione dei costumi nel mondo cattolico condusse ad una serie di malefatte di diverso genere che vanno sotto il nome di simonia, nepotismo, libertinismo, concubinato ecclesiastico, etc.

Papa Alessandro VI

Come detto, la Chiesa toccò il fondo con Papa Borgia, che era nipote di un altro papa (Callisto III) e che candidamente ammetteva la paternità di una decina di figli illegittimi avuti da molteplici donne ed è naturale che, in siffatto clima di corruzione morale, potessero nascere movimenti di ecclesiasti che miravano ad una riforma spirituale della Chiesa e ad una sua rinnovata moralizzazione. La reazione a questa immoralità aveva la voce e la penna di Savonarola, Lutero, Erasmo, Calvino, Zwingli e, se vogliamo, anche il vescovo di Chieti Carafa, fondatore dei teatini.

É naturale che se il papa conduceva vita dissoluta nella lussuria, dichiarava apertamente di avere figli disseminati qua e là e riusciva a creare dal nulla cardinali tra parenti suoi, fratelli di concubine e rampolli di famiglie riconoscenti, anche per i sovrani cattolici del tempo, il vizio di inseguire le gonnelle al di fuori del palazzo reale trovava concreta applicazione, ampiamente avallata dal bell’esempio offerto al mondo intero da chi sedeva sul trono della moralizzazione. In questo periodo emerge un fenomeno piuttosto diffuso tra le case regnanti europee, come quello della batardise (bastardaggine), ossia l’epoca d’oro dei figli illegittimi, in cui non appare per nulla infrequente che sui vari troni siedano figli di regnanti nati al di fuori del regolare matrimonio.

Tanto per fare un esempio su quanto accadeva a corte, negli anni a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, andava di moda per i sovrani avere una consorte regina ufficiale ed uno stuolo di amanti che riuscivano ad assicurare a Sua Maestà Fedifraga una discreta prole, per nulla tenuta nascosta, cosicché il re di Napoli Alfonso I d’Aragona, che interruppe il ramo angioino della dinastia reale partenopea, inaugurandone la casata aragonese, prese alla lettera questa bella usanza, e, nonostante i 43 anni con cui rimase sposato con Maria di Castiglia, i figli li ebbe dalle sue amanti, il primogenito dei quali, Ferdinando, detto anche Ferrante, divenne suo successore al trono napoletano. Quest’ultimo non volle essere da meno rispetto al padre, anzi lo superò perché ebbe sei figli dalla prima moglie Isabella, due dalla seconda consorte e ben altri dieci dalle sue tre concubine.

Ferrante d’Aragona

Di questi dieci figli illegittimi val la pena parlare della insolita vita di Alfonso d’Aragona, omonimo del fratellastro che succederà a re Ferdinando, salendo sul trono reale napoletano (erano così numerosi i figli di Don Ferrante che, esauriti i nomi, lo stesso dovette far ricorso alle omonimie: infatti nella famiglia allargata di fratelli naturali e legittimi c’erano due Alfonso, due Maria, due Giovanna, anzi tre considerando la seconda moglie, oltre ad un altro Ferdinando omonimo del padre). Re Ferdinando aveva intenzione di sistemare tutti i suoi figli, legittimi e naturali, in maniera adeguata al suo rango regale, probabilmente perché lui stesso era figlio naturale del sovrano a cui era succeduto e, pertanto, non volle mai discriminare la sua numerosa prole illegittima, anzi la stessa costituiva un’opportunità per il suo regno, in modo tale da poter assicurare che nei posti di rilievo potessero essere collocate persone di assoluta fiducia, come i propri figli e poi per quanto riguardava le figlie femmine, le stesse costituivano l’occasione per combinare matrimoni con figli di altre case regnanti, per creare e/o rafforzare alleanze internazionali.

Il progetto di Ferrante riservato al figlio naturale Alfonso d’Aragona, era quello di porgli in testa una corona, quale principe di Galilea, predisponendo, con congruo anticipo, le nozze con Ciarla di Lusignano, figlia pure lei illegittima del figliastro del defunto re cipriota. Il titolo di principe di Galilea, era particolarmente importante, non tanto per i diritti acquisiti in quel territorio mediorientale, quanto per il fatto che tale titolo era tradizionalmente assegnato all’erede al trono di Cipro e l’isola del Mediterraneo a quel tempo era un importantissimo nodo strategico commerciale, oggetto del desiderio di veneziani ed ottomani. Il tredicenne Alfonso fu così mandato a Cipro, adottato dalla regina reggente Carlotta che non aveva discendenza (l’unico figlio, Ugo, era morto subito dopo il parto). Venezia, già preoccupata per la prossimità geografica all’isola dell’impero ottomano, non vedeva di buon occhio questo futuro matrimonio, con l’ingresso del terzo incomodo napoletano nelle interessenze su Cipro e così decise di trattenere a Venezia la ragazzina con uno escamotage, di fatto impedendo le nozze con Alfonso.

Nel frattempo i veneziani, che non avevano intenzione di mollare Cipro, approfittarono del blitz di Giacomo di Lusignano, fratellastro della regina Carlotta, finalizzato a deporre quest’ultima. Lo scopo della Serenissima era di mettere i piedi in maniera decisa e definitiva sull’isola e l’occasione si presentò allorquando una nobildonna veneziana, Caterina Cornaro, discendente diretta di un doge, venne data in sposa a Giacomo, divenuto ormai re di Cipro, ingolosito dalla ricchissima dote di ben 100 mila ducati d’oro che la dama recava, offerta dal Tesoro della repubblica di San Marco. Intanto Alfonso, privato della fidanzata, si era rifugiato al Cairo e, dopo la detronizzazione della madre adottiva, osservava interessato gli eventi. Era passato appena un anno dal suo matrimonio con la Cornaro, che Giacomo II moriva e subito dopo nell’isola si era scatenata un’insurrezione fomentata da agitatori spagnoli, con l’intento di porre Alfonso sul trono cipriota ma il tentativo era naufragato per l’intervento di Venezia a protezione della regina vedova. Qualche anno più tardi morirà anche Ciarla a Padova, praticamente in stato di prigionia ed a questo punto, Alfonso, rimasto anche lui “vedovo”, tentò di sposare la Cornaro per diventare finalmente re di Cipro.

Caterina Cornaro

Anche stavolta gli andò male per l’intervento armato della Serenissima che mal digeriva le ingerenze del re di Napoli negli affari veneziani e così il governo veneziano, che già di fatto aveva il controllo sull’isola, temendo un nuovo matrimonio e un nuovo erede, indusse la sua concittadina ad abdicare in favore della Repubblica. Messa alle strette, Caterina Cornaro fu costretta a rassegnarsi alla volontà della Serenissima che le avrebbe poi assegnato annualmente una ricca rendita in perpetuo, oltre al castello di Asolo. Era il 1489 ed al palazzo reale di Nicosia veniva definitivamente ammainata la bandiera dei Lusignano per far posto al vessillo del leone di San Marco. Con la partenza della Cornaro, tramontava ogni velleità aragonese di salire sul trono cipriota.

La regina di Cipro deposta dal trono

Alfonso se ne tornò a Napoli a distanza di qualche anno e dopo il tentativo, andato a vuoto anche questo, di sposare la ricca ereditiera Costanza d’Avalos, contessa di Acerra e figlia del conte di Monteodorisio (qualcuno ipotizza che Costanza sia la Gioconda ritratta da Leonardo nel celebre dipinto), il padre Don Ferrante pensò bene che il matrimonio fosse qualcosa che non si addiceva affatto al figlio Alfonso ed allora avviò quest’ultimo alla carriera ecclesiastica. In un’epoca in cui la maggior parte dei rampolli delle teste coronate cattoliche riuscivano a sedere su qualche trono oppure potevano diventare principi della chiesa, Ferdinando pensò bene che il figlio dovesse iniziare a scalare le gerarchie ecclesiastiche e così gli mise a disposizione degli eruditi affinché potessero impartirgli gli insegnamenti teologici. Una volta apprese tali nozioni, Don Ferrante, durante il papato di Rodrigo Borgia, favorì l’elezione del figlio a vescovo di Chieti, sede rimasta vacante in seguito alla morte del presule teatino Colantonio Valignani, ben noto a Ferdinando, essendo stato lo stesso per diverso tempo suo ambasciatore presso la Serenissima. La scelta di Chieti non fu casuale, anche perché Don Ferrante conosceva bene la città teatina, visto che, appena incoronato re di Napoli nel giugno 1458, a causa dell’epidemia di peste che stava imperversando in Campania, il sovrano radunò la sua famiglia, fece i bagagli e partì alla volta dell’Abruzzo per trascorrere l’intera estate nella più salubre Chieti che, al tempo, sembrava non essere stata toccata dal terribile morbo. A Chieti Alfonso rimase nove anni, ma non essendo mai effettivamente consacrato, secondo le norme canoniche, giuste le resistenze di Papa Pio III, dovette abbandonare l’episcopio chietino e con esso interrompere quella che poteva essere una brillante carriera nella Curia romana. Appena morto il padre, all’aragonese mancò qualsiasi residuale speranza di poter tentare nuovamente la scalata agli alti ranghi ecclesiastici e così si ritirò a vita monastica. Mancato re, mancato sposo, mancato arcivescovo e chissà cos’altro ancora, la storia di Alfonso d’Aragona pare la metafora del mito di Tantalo; lo stesso fu sempre ad un passo dal raggiungere una meta ambita tanto prossima, quanto probabile ma il suo rimase solo un bel sogno bruscamente interrotto dalla cruda realtà dei fatti, così come si interruppe la sua esistenza all’età di 50 anni, in un monastero di Messina.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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