L’ANARCHICO TEATINO SEVERINO DI GIOVANNI: VISIONARIO CONCETTUALE O SANGUINARIO TERRORISTA?

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Prima di parlare della breve ma intensa vita dell’anarchico Severino Di Giovanni, è opportuno delineare un quadro del movimento anarchico abruzzese a cavallo tra il 19° ed il 20° secolo.

Chieti, verso la fine dell’800, rappresentava la principale città anarchica d’Abruzzo o almeno divideva tale primato con la città de L’Aquila. In quegli anni, i fermenti anarchici si cominciarono ad avvertire nella città teatina con le prime schermaglie di natura politica, allorquando esponenti all’estrema sinistra dello schieramento politico liberale teatino, si posero come i più accaniti avversari di quel sistema feudale che ancora sopravviveva, costituito dai grandi proprietari terrieri arricchitisi in seguito all’eversione dell’asse ecclesiastico che, ex lege, si erano giovati dall’espropriazione dei beni patrimoniali confiscati alla Chiesa.

Pertanto, avvocati come Smeraldo Zecca e Carlo Altobelli, si trovarono a contrastare lo strapotere della supremazia cittadina conservatrice, rappresentata dalla famiglia Mezzanotte che all’epoca deteneva il controllo della vita politica ed economica di Chieti, grazie all’appoggio degli ambienti clericali e del governo centrale. Le elezioni per nominare i rappresentanti al parlamento italiano arrisero, com’era prevedibile, all’Onorevole Camillo Mezzanotte che aveva “ereditato” il seggio di deputato dal padre Raffaele.

La sconfitta però non turbò più di tanto gli ambienti del radicalismo teatino che, accusato il colpo, si diedero l’impegno di far germogliare il seme che avevano gettato. É in questo clima che in città emerge la figura di Camillo Di Sciullo che concepirà il primo giornale anarchico di Chieti, stampato dalla tipografia Marchionne, sotto il nome de Il Pensiero, attraverso il quale l’editore iniziò una vivace propaganda sovversiva di ispirazione socialista.

L’editore Camillo Di Sciullo.

In breve tempo Di Sciullo riuscì a stampare in proprio il giornale anarchico, con la sua Tipografia del Popolo, costituendo anche il Circolo Giordano Bruno, un sodalizio che raccoglieva le menti libere teatine. Tanto il circolo quanto la tipografia, saranno motivo di guai per l’agitatore che si vedrà più volte citato davanti al giudice penale per la sua condotta di pericoloso sovversivo.

La Tipografia del Popolo, ubicata al civico 25 di via dello Zingaro a Chieti, oltre ad essere officina di stampa per Il Pensiero, riuscirà in breve tempo a calamitare l’attenzione di molti giovani che intendevano avvicinarsi all’anarchismo. Il più importante fu senza dubbio Severino Di Giovanni che, grazie a Di Sciullo, a soli venti anni si trovò già completamente assorbito nella militanza anarchica.

Quando Mussolini prese il potere in Italia ed il fascismo iniziò una dura repressione contro gli anarchici, Di Giovanni fu costretto ad emigrare in Sud America, stabilendosi a Buenos Aires dove mise in pratica quanto aveva appreso nella scuola anarchista di via dello Zingaro. Nella capitale argentina, dove si era trasferito con la moglie e i tre figli, perse letteralmente la testa per una quindicenne figlia di emigrati calabresi, che in seguito diventerà sua amante e che contribuirà a delineare di Severino un profilo antitetico a quello di una belva sanguinaria (per citare uno dei tanti epiteti che gli sono stati accreditati), visto che i due furono protagonisti di un’intensa storia di passione che sembra uscita da un romanzo noir d’amore.

Severino Di Giovanni, a differenza dell’ideologo Di Sciullo, era maggiormente portato all’azione e lo spirito di chiara impronta rivoluzionaria gli fece presto guadagnare le attenzioni della polizia politica argentina. La sua prima clamorosa azione avvenne all’interno del buenairense teatro Colon, nel corso del 25° anniversario dell’incoronazione di Vittorio Emanuele III: dalla piccionaia del teatro lanciò dei volantini inneggianti a Matteotti, urlando, alla presenza dell’ambasciatore italiano, <Abbasso il fascismo!> Successivamente dalle pagine del foglio anarchico L’Avvenire, arringava il popolo a distruggere i simboli del potere costituito, come caserme, tribunali, chiese e tutti gli altri idoli di cartapesta.

Eravamo nel tempo dell’emigrazione italiana di massa e, nell’immaginario collettivo straniero, l’italiano all’estero era sporco, brutto e soprattutto cattivo, tanto da essere oggetto di vera e propria caccia alle streghe: in tal senso, quello di Sacco e Vanzetti è il caso più emblematico. Ed infatti proprio per i due anarchici italiani arrestati nel Massachusetts, diverrà il promotore di una campagna di sensibilizzazione che avrà il pregio di aprire uno squarcio nell’opinione pubblica internazionale che, solo grazie al Di Giovanni, si interessa alla vicenda dei due emigrati ingiustamente accusati di omicidio.

Sacco e Vanzetti.

Quando gli Stati Uniti condannarono i due emigranti alla sedia elettrica. Di Giovanni decise di piazzare una bomba al monumento di Washington a Buenos Aires ed un’altra alla concessionaria Ford della capitale argentina, distruggendola. Ad esecuzione avvenuta, Di Giovanni per vendicare la morte dei due anarchici, continuò a seminare il terrore in Argentina facendo brillare una bomba in una banca americana ed un altro ordigno nei pressi di una fabbrica di sigari, rea di aver dato il nome Sacco e Vanzetti ad una confezione di sigarette.

Da questo momento in poi si assiste ad un progressivo salto di qualità dell’azione del Di Giovanni, che arrivò a dotarsi di una propria banda di anarchici, rendendosi autore di rapine in banca ed attentati dinamitardi in cui perdono la vita diversi innocenti: è il caso della strage al Consolato Italiano a Buenos Aires dove l’obiettivo di Di Giovanni, cioè il Console fascista Italo Capanni, riuscì miracolosamente a scampare alla micidiale bomba che devastò gli uffici consolari mietendo nove vittime tra gli italiani lì presenti, oltre ad una trentina di feriti gravi. Queste ultime imprese non fecero altro che indurre gli altri anarchici a prendere le distanze da Severino Di Giovanni che, coi suoi drastici metodi, rischiava di trasformare l’anarchismo italo-argentino in mero terrorismo fine a se’ stesso. Sull’anarchico di Chieti pesa come un macigno la bomba fatta esplodere al Consolato italiano, visto che il regime fascista si rifiuterà anni dopo di difendere il Di Giovanni, in nome dell’italianità, come invece era accaduto con gli anarchici Sacco e Vanzetti, quando Mussolini in persona aveva chiesto agli USA la grazia per i due italiani condannati a morte.

A questo punto l’azione del Di Giovanni, animato da omicida spirito antifascista ed anticapitalista, ormai allontanato dall’anarchismo moderato, si fece ancor più cruenta e non si contarono gli attentati mortali contro obiettivi fascisti in Argentina, contro i funzionari di polizia e contro i padroni, rei di sfruttare le maestranze e finanche contro quegli anarchici sospettati di intrattenere amicizie con gli ambienti di polizia. Era una vera scia di sangue, spesso innocente, quella che si lasciava dietro l’anarchico teatino, a cui evidentemente poco importavano i cosiddetti effetti collaterali della sua attività di bombarolo. Non durò ancora per molto!

Infatti con l’avvento della dittatura militare del generale argentino Uriburu venne avviata una dura politica di repressione che condusse alla soppressione dei partiti, delle associazioni sindacali, della stampa non allineata, dei sodalizi operai e dei circoli socialisti. La fine della democrazia segnò anche la fine di Severino Di Giovanni, quando nel gennaio del 1931 la sua tipografia venne circondata dagli uomini del dittatore. Il trentenne anarchico di Chieti riuscì a sfuggire alla cattura ma, dopo aver ucciso due agenti, vistosi ormai braccato senza possibilità di farla franca, cercò di suicidarsi sparandosi con la propria pistola nel petto. Lo trovarono ancora vivo ma agonizzante e così lo condussero all’ospedale, dove venne operato e ricucito a dovere. Con un processo sommario venne condannato a morte e dopo poche ore fu portato davanti al plotone di esecuzione che lo fucilò: fece in tempo a gridare Viva l’Anarchia, mentre le pallottole lo trapassavano; gli venne concesso di vedere, prima di morire, Amèrica (Josefina) Scarfò, la sua giovane amante.

Severino Di Giovanni, poco prima di venire giustiziato.

Quest’ultima, venti anni dopo si recò a Chieti allo scopo di incontrare i parenti del suo amante, pur senza successo. Ottenne però dalla polizia argentina che le venissero restituite tutte le lettere d’amore scambiate con Severino Di Giovanni. Il quadro generale che emerge dalla figura dell’anarchico teatino è quella di un Don Chisciotte che combatte la sua personale guerra contro il sistema di sfruttamento capitalistico, contro le prevaricazioni di Stato e contro i simboli del fascismo italiano. Nell’aula del Tribunale argentino, davanti la corte che lo giudicava, probabilmente conscio del verdetto a lui avverso che di lì a poco sarebbe stato emesso, l’anarchico teatino volle rilasciare una dichiarazione che rappresenta, meglio di ogni cosa, la sua carta d’identità e che pare una sentenza da ricordare in perpetuo: <Io ho due personalità mio malgrado. Dinanzi a voi avete Severino Di Giovanni in carne e ossa. Ma esiste un Di Giovanni che è frutto della leggenda, che è creatura da novella poliziesca.>

Se a Chieti è inspiegabilmente sconosciuta la storia di Severino Di Giovanni, altrettanto non lo è in Sud America dove lo stesso è considerato uno dei precursori dell’anarchismo argentino, divenendone un ‘autentica leggenda. Come è ovvio che sia, a causa delle implicazioni politiche, la sua figura viene osannata o, al contrario, relegata al ruolo di mero criminale. Severino avrebbe avuto anche l’onore di entrare nel novero dei rivoluzionari d’oltreoceano, al pari di Villa, Zapata, il Che, Castro, Bolivar, etc. ma il suo essere teorico dell’anarchia dovette fare i conti con il suo essere vero uomo d’azione fino all’esasperazione, una rilevanza che lo portò a varcare spesso quella virtuale linea di confine che separa l’ideologia dalla criminalità: dal seminare pensieri e, piuttosto che aspettare pazientemente che essi possano germogliare, dal vedere subito realizzate le corrispondenti aspettative, anche se inevitabilmente ad esse sovente si accompagnava tanto sangue versato.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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