L’ARCHITETTURA TRA LE DUE GUERRE

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Dopo il forte impulso dato dall’unità d’Italia alle trasformazioni urbanistiche del centro cittadino, il periodo a cavallo della I Guerra Mondiale segnò una stasi nelle opere pubbliche.

Al termine di essa, e soprattutto nel periodo fascista, gli interventi edilizi riguardarono principalmente il settore pubblico e sostanzialmente si proseguì l’opera iniziata nei decenni precedenti: ridisegnare l’arteria principale, il Corso, e abbellirla con palazzi monumentali.

Passati i primi anni del post I Guerra Mondiale si puntò sulle opere di carattere sociale, in modo da caratterizzare la città come centro di cultura ed istruzione.  Infatti, dopo il completamento del Palazzo della Provincia ad opera dell’ing. Mammarella, di quello del Banco di Napoli e di quello delle Poste Centrali ad opera dell’ing. Angelozzi, si poteva dire conclusa la fase di rettificazione ed ampliamento del Corso Marrucino per la quale ci si era sostanzialmente ispirati a criteri di classicità e romanità.

Fu nei primissimi anni 30 che qualcosa cambiò e si passò ad una fase caratterizzata da una serie di edifici di stile eclettico di cui ricordiamo la sede dell’ITIS “Luigi di Savoia”, l’Asilo Principessa di Piemonte, l’ala Pio XI e la Cappella del Seminario Regionale e soprattutto il Palazzo del Consiglio Provinciale delle Corporazioni (Camera di Commercio).

Proprio alla realizzazione di quest’ultimo palazzo lavorarono due dei più noti professionisti che operarono in quel periodo in città: l’ing. Giuseppe Florio e l’arch. Camillo Guerra. Innanzitutto si dovette pensare ad una nuova sistemazione di largo G.B. Vico con l’abbattimento di vecchie costruzioni per consentire di realizzare la facciata proprio sullo stesso Largo. I tre archi strombati che lo caratterizzano si ispirano all’Abbazia di san Clemente a Casauria. Sono presenti, ovviamente, le decorazioni fasciste: aquile e fasci littori. La torretta con l’orologio spicca ancora oggi nel panorama del centro cittadino.

Contemporaneo a questo palazzo è l’Asilo Infantile Principessa di Piemonte, opera dell’ing. Florio. Anche l’edificazione di questa struttura modificò l’assetto della zona, con la costruzione di un muro di contenimento e la realizzazione del nuovo tracciato della via di Porta Monacisca.

Sempre allo stesso ing. Florio si deve la realizzazione della nuova sede dell’ITIS con la bella facciata su via P. Alessandro Valignani, ora purtroppo seminascosta dalla rimessa della filovia.

Dagli anni 1933-34 però ci una svolta decisiva: fu abbandonata l’architettura eclettica e si passò alla fase del razionalismo, sempre però da parte degli stessi progettisti che avevano operato fino a quel momento. Questo stile caratterizzò sia l’edilizia privata, con realizzazioni soprattutto nelle immediate vicinanze dell’antica cerchia muraria, sia quella pubblica.

Per limitarci a questo secondo aspetto dobbiamo citare prima di tutto il Palazzo dell’Opera Nazionale Dopolavoro, realizzato all’ingresso di Via IV Novembre, al posto dei demoliti Bagni Pubblici. Divenuto nel corso degli anni uno dei palazzi simbolo della città, è formato da tre ampi piani sormontati da un terrazzo che poteva ospitare poco meno di mille persone.

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Il piano terra era adibito a cinema mentre la facciata, sulla piazza Trento e Trieste, era caratterizzata da un’ampia scala in marmo che si divideva poi in due rampe laterali elicoidali raffiguranti due fasci littori. Al giorno d’oggi il terrazzo non è più utilizzabile in quanto non può ospitare, per motivi di tenuta delle struttura, un così ampio numero di persone; la scala centrale risulta parzialmente coperta da un cancello metallico mentre sono state rimosse le asce dei fasci littori. L’opera, su progetto dell’arch. Guerra con il contributo dell’ing. Florio, ospita attualmente il Museo Universitario.

Tante altre opere del periodo potremmo citare, come l’attuale Comando Legione Carabinieri; l’ex Casa GIL in viale Amendola, il cui tracciato fu realizzato proprio in quel periodo; l’Ospedale Civile SS. Annunziata, su progetto degli ingegneri Desiderio e Munoz, il Villaggio dello Studente, su progetto dell’ingegner Barra Caracciolo, costruito nella zona della Villa Comunale tra via IV Novembre e Via Roma (ora via della Liberazione).

Ci soffermiamo un po’ su un’altra costruzione progettata da Barra Caracciolo, anch’essa divenuta simbolo della città e della sua rinascita nel dopoguerra. Parliamo della Biblioteca “De Meis” la cui edificazione iniziò proprio nell’anno di inizio della II Guerra Mondiale. È formata da due parti distinti: il corpo principale, su tre livelli e un’ampia balconata, e la torre libraria, sicuramente l’elemento più interessante, in pieno stile razionalista. Essa sembra avere tutte le caratteristiche di una torre civica e tuttora sopravvive al degrado della struttura.

Paolo Rapposelli

Paolo Rapposelli
Nasce nel quartiere storico di Santa Maria a Chieti nel 1957. Studia nel Liceo Classico G.B. Vico e si laurea a pieni voti nella Facoltà di Scienze Politiche a Teramo. In seguito consegue il Diploma in Scienze Religiose presso l’ISSR di Chieti. Vive e lavora a Chieti dove insegna da oltre 30 anni nell’ITCG “Galiani- de Sterlich” presso il quale svolge anche mansioni di collaborazione col Dirigente Scolastico. È sposato e ha tre figli. Fin dall’adolescenza ha coltivato il suo forte interesse per la storia locale, ereditata dal padre, e la passione per l’automobilismo degli anni 60 e 70. Ha pubblicato una parte della sua tesi di laurea su Filippo Masci e ha collaborato con diversi autori nella ricerca del corredo iconografico di alcuni volumi sia di storia locale che di storia dell’automobilismo. Da qualche anno si è impegnato in un lavoro di ricerca delle foto di Chieti e ne ha divulgato i risultati sia attraverso diverse conferenze tenute in città sia attraverso i social network.
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