LE VICENDE DEL CAMPO P.G. 21 (MEMORIE DEL CAMPO D’INTERNAMENTO TEATINO)

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Durante la seconda guerra mondiale, quando le sorti della campagna del nord Africa sembrarono arridere alle forze italo tedesche, grazie al dirompente impatto dell’Afrika Korps di Rommel, con la battaglia di Ain el Gazala e la conseguente presa di Tobruk, allora in mano britannica, il conflitto combattuto in terra africana parve prendere una piega decisamente negativa per gli alleati, complice pure il gran numero di perdite che subì l’esercito del Regno Unito che vedeva al suo fianco anche i militari australiani, neozelandesi, canadesi, indiani e sudafricani, oltre che americani.

Un numero impressionante di prigionieri, di sponda alleata, cominciò a preoccupare non poco le forze dell’Asse che, in base alle convenzioni internazionali, doveva darsi cura di istituire dei campi di prigionia dove accogliere i nemici catturati. Anche all’Italia spettò tale compito e in Africa ne erano già presenti diversi nelle colonie italiane, tuttavia ci si adoperò di impiantarne di nuovi in Italia: nel nostro paese si contavano una novantina di campi per militari, oltre ad una cinquantina destinati alle popolazioni civili.

 

 

 

mappa dei campi di prigionia in Italia.

I campi di prigionia erano strutturati in tre classi: quelli che accoglievano solo soldati di truppa, quelli riservati ai soli ufficiali (non di rado anche i sottufficiali) e quelli che ospitavano indistintamente tutte le categorie militari e in Abruzzo c’era il maggior campo d’internamento destinato ad ufficiali degli eserciti nemici, attivo dal luglio 1942: era rubricato come P.G. 21 ossia Campo Chieti. P.G. era l’acronimo di “prigionieri di guerra”.

Il Campo Chieti era ubicato nella parte a valle della città teatina ed era situato dove attualmente è posto il Centro Nazionale Amministrativo dell’Arma dei Carabinieri, cioè in quella che oggi è la caserma Enrico Rebeggiani.

Nel ’42 affluirono a Chieti i prigionieri alleati della campagna nord africana, erano tutti ufficiali, eccezion fatta per alcuni militari di truppa ai quali vennero affidati lavori di pulizia e di cucina all’interno del campo.

I prigionieri viaggiavano in treno ed arrivavano alla stazione di Chieti, dove li attendevano le guardie dell’esercito con i carabinieri che li facevano marciare verso est, attraverso la via Tiburtina. Dopo qualche centinaio di metri, i militari giungevano all’ingresso principale che mostrava alti cancelli in ferro battuto, da qui i prigionieri venivano condotti ad un cortile lungo circa due campi di calcio. Su un cartello si leggeva: Campo di Concentramento, Prigionieri di Guerra, N. 21. Nella parte posteriore del cortile svettava l’emblema del  fascio littorio alto due metri e mezzo, issato su una torre in mattoni.

Tutt’intorno al campo c’era un perimetro di muratura alta almeno quattro metri, sormontata da filo spinato; c’era una sentinella appostata su una piattaforme per mitragliatrici, posizionata ogni duecento metri, in modo che l’intera area della prigione potesse essere sotto controllo, mentre altre guardie con fucili pattugliavano il perimetro più esterno entro l’enclave. Ai lati della grande area aperta c’erano sei edifici rettangolari in muratura che sotto l’intonaco rivelavano una struttura di mattoni rossastri.

La caserma all’inizio degli anni ’50. Sullo sfondo la città alta.

 

All’interno del campo vigeva una ferrea disciplina imposta, oltre che dalle guardie, anche dagli stessi ufficiali superiori alleati che, benché prigionieri, mantenevano i gradi e la superiorità gerarchica nei confronti degli altri prigionieri che dovevano necessariamente prestare obbedienza in tutto e per tutto, anche nel caso di eventuale fuga. Infatti agire, in siffatti casi, non chiedendo un preventivo assenso o avendo un permesso negato, equivaleva ad insubordinazione e, come tale, si era passibili di deferimento alla corte marziale ma c’era pur sempre chi se ne infischiava delle consegne militari in stato di cattività. C’era in ogni campo un Ufficiale comandante tra i prigionieri e a Chieti tale ruolo era ricoperto dall’SBO (Senior British Officer), il Colonnello Marshall.

Nel campo teatino, benché la capacità fosse ridotta a soli mille internati, al 30 settembre 1942 erano presenti ben 1.600 militari tra britannici, australiani, canadesi, neozelandesi, sudafricani, francesi, americani e ciprioti. Un po’ alla volta venne ridotto il numero degli ospiti del P.G. 21 col trasferimento di qualche centinaio di prigionieri in altri campi italiani.

Il campo era stato utilizzato immediatamente prima della guerra per internarvi gli oppositori al regime fascista e, in seguito all’emanazione delle leggi razziali, le famiglie chietine di origine ebrea. Successivamente gli ebrei verranno relegati nell’asilo teatino Principessa di Piemonte.

La caserma E. Rebeggiani nel 1955

Il sovraffollamento non era l’unico problema, mancava infatti il riscaldamento in inverno, c’era poca acqua potabile, il cibo scarseggiava ed anche le condizioni igieniche non erano delle migliori ma, in compenso, le guardie italiane non mostravano di essere particolarmente rigorose e severe e il più delle volte si lasciavano andare ad atti di umanità. Talvolta capitava che qualche prigioniero non era all’interno delle baracche dopo il coprifuoco e veniva scorto dalla ronda che, contrariamente alle disposizioni ricevute, faceva in modo di coprire l’accaduto, invitando il ritardatario a far rientro immediato e senza rumore nella camerata a lui assegnata. I prigionieri, di tanto in tanto, erano autorizzati ad inviare una cartolina postale già precompilata, bilingue, che, in concreto, aveva il fine di comunicare ai loro congiunti di essere ancora vivi.

cartolina inviata dal campo di prigionia PG 21.

 

Peraltro, all’interno della prigione non mancavano motivi di svago: alcuni, nonostante il rancio ridotto, trovavano la forza di fare ginnastica, altri seguivano lezioni d’italiano, nella speranza di una fuga e di mettere a frutto le cognizioni linguistiche, ma c’era spazio anche per il cinema, per la musica, per il teatro, per l’arte e per lo sport (soprattutto cricket e rugby): a Chieti erano finiti famosi giocatori nazionali inglesi di cricket, tra cui Bill Bowes. Nella sua autobiografia, Bowes (morto nell’87) riassunse la sua vita a Chieti: “Nel settembre del 1943 la prigione di Chieti era una città ben organizzata con tanti servizi sportivi, sociali ed educativi come una città libera”. 

Inoltre si potevano ricevere lettere e pacchi da casa, si poteva scrivere e ricevere un determinato numero di lettere al mese (censura permettendo), si potevano leggere libri e naturalmente arrivavano anche i pacchi della Croce Rossa Internazionale con viveri e vestiario. Durante la giornata gli altoparlanti diffondevano i comunicati radio, inerenti l’evolversi del conflitto, non solo quelle consuete di propaganda fascista ma pure quelle che annunciavano i progressi degli alleati, come la notizia che informava sullo sbarco anglo-americano in Sicilia.

Il giornale edito per i prigionieri di guerra alleati, con le notizie riguardanti il Campo Chieti.

Nel frattempo, alcuni prigionieri, pur col diniego dell’Ufficiale superiore, avevano già cominciato a costruire un tunnel collegato alla fognatura generale ma, quando il 9 settembre si seppe che il giorno prima era stato firmato l’armistizio, tra i prigionieri si manifestarono scene di giubilo, neanche più smorzate dai soldati italiani di guardia, ormai pervasi da mille perplessità, non sapendo, a questo punto, quali pesci prendere. A proposito del tunnel, alla fine si seppe che, all’insaputa l’uno dell’altro, i prigionieri stavano realizzando ben quattro  cunicoli sotto il campo, puntellati da stecche ricavate dalle doghe di legno che sorreggevano i materassi. La terra era stata disposta sui terreni che si alternavano alle casette, al punto che il livello degli stessi  era cresciuto di quasi mezzo metro.

Oramai i più ottimisti, tra i prigionieri, pensarono che di lì a pochi giorni gli alleati sarebbero giunti a Chieti a liberarli, mentre i più scettici ritennero che prima che gli anglo-americani, sarebbero giunti i tedeschi per rastrellare tutti i campi di prigionia italiani, PG 21 compreso, al fine di condurre i prigionieri negli stalag tedeschi. La soluzione migliore per tutti sarebbe stata quella di abbandonare quanto prima il campo, tra l’incertezza e lo smarrimento delle guardie ma di questo avviso non fu l’Ufficiale superiore.

Da questo momento si verificò una serie di fatti al limite del paradosso se non del comico: una delle guardie italiane chiese ad un prigioniero di fuggire insieme a lui perché fuggendo da solo avrebbe avuto il timore di essere stato catturato dalle forze alleate, l’altro gli rispose che doveva chiedere il permesso (poi negato) all’Ufficiale superiore, in un’altra circostanza, di notte, si vide un corpulento sergente italiano che aveva difficoltà a salire sulla scala per scappare dal campo e così si stava facendo aiutare da alcuni prigionieri che rimanevano all’interno. Nonostante questa serie di fatti che rasentavano l’assurdo, Marshall era comunque irremovibile: <Dal campo non scappa nessuno, a pena di deferimento alla Corte marziale>.

Il campo era ormai quasi sgombro di guardie italiane, fuggite nottetempo ed allora l’SBO pensò bene di colmare i vuoti istituendo un servizio di guardia effettuato dagli stessi prigionieri: eravamo alle comiche! Ma non è tutto, perché un ufficiale pilota della RAF si era accordato con un capitano canadese per fuggire insieme dalla cinta posteriore del campo. Marshall saputo l’intendimento del canadese aveva posto lo stesso agli arresti nella sua casetta, nel frattempo, all’ora stabilita, l’inglese aveva raggiunto il muro e non trovando il collega di fuga aveva pensato che lo stesso fosse già saltato oltre; a questo punto scavalcò il muro ma non rintracciò alcun fuggiasco, decise quindi di ritornare nel campo ma in quel mentre passava una guardia italiana che gli intimò di non rientrare; ne nacque un tiremmolla ma alla fine il prigioniero ebbe la meglio sull’italiano e poté riscavalcare il muro per capire cos’era accaduto al capitano canadese all’interno del campo e poi aveva anche dimenticato di portare con se’ la sacca con l’attrezzatura necessaria alla fuga; nel frattempo il capitano era riuscito ad evadere, uscire di soppiatto dalla casetta e saltare il parapetto, mentre il pilota lo cercava per le varie camerate; alla fine quest’ultimo si decise di saltare pure lui e a ritrovarsi fuori col compagno di fuga che nel frattempo era rimasto appeso impigliato nel reticolato: sembra un film dei fratelli Coen ma è pura realtà!

Dopo qualche giorno i prigionieri videro volteggiare su Chieti Scalo e sul campo in particolare, gli aerei tedeschi: erano i parà della Wehrmacht e ben presto all’interno della prigione teatina non si udì più parlare italiano o inglese ma solamente tedesco. Notevole fu lo stupore del battaglione di paracadutisti tedeschi nel vedere che in quel campo d’internamento a scappare erano stati gli italiani e non gli alleati e che 1.300 prigionieri nemici facevano la guardia a loro stessi!

Paracadutisti della Wehrmacht.

 

I prigionieri vennero caricati immediatamente su dei camion, destinazione Sulmona, in un altro campo di concentramento più piccolo, il P.G. 78, da dove sarebbero in seguito partiti con convogli ferroviari per i campi della Germania e della Polonia. A Sulmona non trovarono le stesse condizioni di umanità mostrate dagli italiani e coloro che tentarono la fuga non vennero nemmeno rinchiusi in cella di rigore ma immediatamente passati per le armi. Diversi però riuscirono a fuggire riparando presso gli anfratti del Monte Morrone, grazie alla bontà d’animo dei contadini del posto che li ospitarono, li rifocillarono e indicarono loro strade più sicure e, da lì si spinsero più a sud per ricongiungersi con gli alleati impegnati a combattere i tedeschi sulla Linea Gustav ma qui comincia un’altra storia.

Marino Valentini

 

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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2 risposte a “LE VICENDE DEL CAMPO P.G. 21 (MEMORIE DEL CAMPO D’INTERNAMENTO TEATINO)”

    1. Grazie Sig. Bruno, in effetti diverse delle storie qui riportate sono ignote ai più e noi non facciamo altro che contribuire ad una maggior comprensione del passato che ha contraddistinto Chieti e la sua regione. Continui a seguirci.

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