L’IMPIEGO DEL PARAFULMINE DA PARTE DI UNO SCIENZIATO TEATINO, GIÀ PRIMA DI FRANKLIN

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La storia ci narra che Beniamino Franklin, in una giornata di pioggia, volle eseguire un esperimento molto pericoloso che rischiò di ucciderlo ma che gli diede la fama di aver inventato quel dispositivo ancora oggi per tutti noi indispensabile, ossia il parafulmine.

Era il 15 giugno del 1752 a Filadelfia, quando Franklin approfittò di un temporale tardo primaverile per mettere in pratica i suoi studi sui fulmini. Ad un aquilone con terminazioni metalliche (ma sarebbe più appropriato parlare di cervo volante, visto che l’aquilone recava due corna di metallo) aveva assicurato un filo di seta, bagnato dalla pioggia, al quale aveva legato una chiave di ferro. La punta metallica dell’aquilone, volando tra le nubi temporalesche, “catturò” un fulmine, la cui corrente, attraverso il filo bagnato, si trasferì alla chiave alla quale lo scienziato americano aveva avvicinato la propria mano, facendo se’ stesso da terminale del circuito, avvertendone, con la scossa, il passaggio dell’elettricità che attraversava il suo corpo. La cronaca ci racconta che Franklin se la vide brutta ma riuscì a conservare fortunosamente la vita e il riuscito tentativo portò alla consapevolezza che la concentrazione di corrente elettrostatica si sarebbe dispersa qualora fosse stata collegata al suolo. Ed è così che sorse l’idea di ridurre il rischio delle terribili conseguenze dei fulmini, dotando gli edifici di lunghe aste metalliche da collegare al terreno, per far perdere di efficacia le scariche elettriche durante i temporali, preservando in tal modo l’incolumità delle persone: un’invenzione notevole ancora oggi in uso.

All’inizio degli anni 2000, uno storico e ricercatore americano mise in dubbio che Franklin avesse effettivamente eseguito quell’esperimento e lo dimostrò costruendo egli stesso l’aquilone con materiali tipici del 18° secolo, riportandosi fedelmente a quanto scritto dall’inventore nel diario dell’esperienza compiuta. Lo studioso ha affermato che l’aquilone, appesantito dalle terminazioni metalliche, non avrebbe mai potuto volare e se anche fosse stato in grado di staccarsi da terra, non sarebbe mai riuscito a raggiungere l’altezza necessaria per attirare elettricità del temporale. Ad avvalorare tale smentita, lo storico affermava che negli scritti di Franklin, relativi all’episodio, non sono stranamente riportati i nomi dei testimoni dell’accaduto, né viene evidenziata la località precisa di Filadelfia dove sarebbe avvenuto l’esperimento. Insomma si sarebbe trattato di un clamoroso falso, messo in giro da Franklin al solo scopo di dare forza probante alla sua teoria, peraltro valida.

Quindi Franklin avrebbe creato una messinscena per dimostrare la validità dei suoi studi. Va detto che lo scienziato di Filadelfia si sarebbe accostato al particolare fenomeno, approfondendo gli studi sull’elettricità atmosferica compiuti da qualcun altro prima di lui, meritandosi poi gli onori del mondo scientifico per la sua intuizione. È il caso della bottiglia di Leyda inventata sei anni prima dal tedesco Von Kleist e dall’olandese Musschenbroek, anche se accanto a tali esperienze sono importantissime le ricerche compiute dal medico teatino Fortunato Bianchini, appassionato studioso di fisica, in particolare dell’elettricità medica e poi dell’elettrostatica.

Nella storia del genere umano, molti sono i casi di invenzioni e scoperte di scienziati, studiosi e ricercatori, poi attribuite ad altri. Al riguardo basti ricordare, sempre nel campo dell’elettricità, le idee di Nikola Tesla rubate da Thomas Edison con lo stesso Edison che perfezionò la lampadina a filamento di carbonio inventata da Joseph Swan anni prima, oppure la teoria dell’evoluzione che Darwin fece propria leggendo gli studi sulla selezione naturale che il naturalista inglese Alfred Russel Wallace aveva elaborato vent’anni prima o ancora la disputa tra Antonio Meucci e Graham Bell per l’invenzione del telefono che premiò l’americano solo perché l’italiano, nonostante fosse riuscito a realizzare prima di tutti il telettrofono, non pensò di brevettarlo, a differenza dell’opportunista Bell. Il problema del mancato brevetto è alla base di diverse invenzioni, soprattutto italiane, attribuite ad altri: è il caso della rivoltella inventata dall’italiano Francesco Broccu ma brevettata tre anni più tardi dall’americano Colt, oppure la dinamo di Pacinotti, sfruttata economicamente dal francese Gramme, primo tra tutti a brevettare l’invenzione del distratto inventore pisano, poi c’è l’assurdo caso della macchina da scrivere, la cui invenzione fu a lungo oggetto di disputa tra gli italiani Ravizza, Conti, Fantoni, Turri e l’altoatesino Mitterhofer: mentre questi inventori litigavano tra loro, c’era l’americano Remington che nelle sue fabbriche belliche, accanto alle armi, si mise a costruire macchine da scrivere traendone lauti guadagni in tutto il mondo e cosa dire infine del pianoforte inventato a fine ‘600 dall’italiano Cristofori, sfruttato economicamente dal tedesco Silbermann?

Ma cosa c’entra Bianchini con il parafulmine? Dopo l’esperimento frankliniano, il parafulmine venne applicato per la prima volta a Parigi per far conoscere al mondo intero la prodigiosa invenzione ed allora lo scienziato teatino non esitò a indirizzare una lettera all’Accademia Reale delle Scienze di Parigi , concernente il fenomeno elettrico presente nell’atmosfera, parlando di un esperimento da lui stesso anni prima pensato e realizzato con successo nei pressi di Trieste. Nello specifico il medico di Chieti si era accorto che sul bastione del castello triestino di Duino, a picco sul mare, era presente, già da almeno cinque secoli, una lunga asta posta in verticale, con una punta metallica acuminata all’insù, che serviva per predire i temporali: in pratica, nel passato una sentinella del castello, di tanto in tanto, toccava con un brandistocco (una lancia a tre lame appuntite) la punta metallica ed in caso di scintilla, dovuta alla corrente elettrostatica che si stava formando nell’atmosfera, era lecito attendersi l’arrivo di un imminente temporale, in tempo utile per avvisare, con opportuni rintocchi di campana, per un immediato rientro, tanto le imbarcazioni dei pescatori in mare, quanto i contadini occupati nei lavori in campagna.

Castello di Duino

Ebbene, Bianchini, forte di questa conoscenza, aveva provveduto ad installare sul maniero altre tre punte di metalli diversi, orientate verso i punti cardinali, rilevando che le stesse si comportavano da conduttori ma in modo diseguale, a causa della diversità dei metalli, rivelando, col cosiddetto fuoco di Sant’Elmo, l’elettricità atmosferica. Nella lettera Bianchini proponeva un’applicazione pratica, mediante l’installazione di analoghe punte sugli alberi delle navi per la previsione dei diversi tipi di tempesta in mare. Così, mentre Franklin diceva di andare in giro per Filadelfia sotto la pioggia, tenendo in mano l’aquilone del figlio a caccia di fulmini, Fortunato Bianchini aveva già piazzato i suoi tre parafulmini su un castello a strapiombo sul mare tra Trieste e Monfalcone ed i fulmini li aveva catturati davvero.

Bianchini era nato nel 1719 a Chieti dove aveva iniziato i suoi studi proseguendoli poi a Napoli, mentre nel 1748 si era trasferito a Venezia, dove si interessava, oltre che di medicina, sua disciplina principale, anche di speleologia e, nel contempo, aveva cominciato ad accostarsi agli studi di fisica ed elettrologia ed è presumibile che in questi anni, pertanto già prima del parafulmine di Franklin, lo scienziato teatino avesse già messo in pratica i suoi esperimenti al castello di Duino. Se così fosse, ci sarebbe da riscrivere la storia di quest’importante invenzione ed il dottor Fortunato Bianchini da Chieti ne avrebbe contribuito e, di certo, non a titolo puramente marginale.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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