L’INCREDIBILE SCOPERTA DEL VESCOVO DI CHIETI

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Chieti è da tempo immemore città ecclesiastica, l’omonima diocesi risalirebbe alla prima metà del IX secolo, quando a Teate venne indetto nell’anno 840 un sinodo, anche se altre fonti ne retrodatano l’origine al IV secolo; da oltre un millennio la città teatina è comunque riconosciuta come principale centro ecclesiastico della regione.

Dall’inizio dello scorso secolo è sede del seminario regionale d’Abruzzo e Molise ed il suo episcopato ha dato alla Chiesa di Roma, una dozzina di santi, un papa ed anche alcuni cardinali. Il nome teatino oltre ad identificare gli abitanti di Chieti, indica anche un ordine religioso. A Chieti è nato Alessandro Valignani, uno dei massimi esponenti delle missioni cristiane nel mondo.

Quindi il legame tra Chieti e la Chiesa è qualcosa di inscindibile e prova ne è che nello stradario teatino ricca è la citazione di nomi di religiosi cittadini e vescovi che hanno retto la sede teatina. In particolare c’è una strada che collega via Don Minzoni al viadotto di viale Gran Sasso che è intitolata a Monsignor Rocco Cocchia. Ma chi era questo pastore che ha retto l’arcivescovado teatino per quasi quindici anni, fino alla sua morte avvenuta nel 1900?

Innanzitutto va detto che la figura di Mons. Cocchia è più nota all’estero di quanto non lo sia a Chieti in cui ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e dove è morto all’età di 70 anni. Irpino di nascita, entrò giovanissimo nell’ordine dei cappuccini per diventare poi sacerdote a poco più di vent’anni. Venti anni dopo, venne consacrato vescovo, sotto il pontificato di Pio IX, dal cardinale teatino Raffaele Monaco La Valletta nella chiesa romana dell’Immacolata Concezione. Divenne il responsabile dell’attività missionaria dei cappuccini e per tale ragione, in seguito, il papa lo nominò legato apostolico in America latina, mentre poi a 57 anni entrò a Chieti quale arcivescovo della diocesi metropolitana teatina, dove morì nel dicembre del 1900.

Il giorno dell’estremo saluto al presule teatino ci si rese subito conto che il relativo funerale sarebbe stato imponentissimo: tutti i negozi chiusero spontaneamente in segno di lutto cittadino, un numero impressionante di cittadini accompagnò il feretro nel suo ultimo viaggio, a testimonianza del benefico ricordo lasciato ai teatini per la sua meritoria opera e massiccia fu la presenza di autorità ecclesiastiche, civili e militari provenienti dall’Abruzzo e da altre regioni.

Sin dal suo insediamento nella città teatina, i fedeli si accorsero di avere a che fare con un vescovo “anomalo” che andava a visitare di persona i miseri, gli umili, i diseredati, gli ultimi, ai quali riservava sempre il necessario conforto. In molte case la gente piangeva perché non aveva mai visto una persona così in alto inchinarsi verso i più poveri. A lui si deve il recupero ed il restauro del locale seminario diocesano che per circa trent’anni era stato adibito a edificio militare, dove vi celebrò un sinodo di cinque giorni.

Tuttavia monsignor Cocchia è famoso ai più per una scoperta compiuta nel suo periodo sudamericano. Come detto, venne inviato nel Nuovo Mondo da Papa Pio IX, in qualità di delegato della Santa Sede ad Haiti ed in Venezuela e, come vicario apostolico a Santo Domingo. Proprio nella Repubblica Dominicana si rese autore di un clamoroso ritrovamento che in breve tempo riempì le cronache dei giornali dell’intero pianeta.

La rivelazione ebbe vasta eco perché in un certo senso riguardava la più importante scoperta nella storia dell’uomo, ossia quella dell’America: se Colombo aveva scoperto l’America, monsignor Cocchia aveva scoperto Cristoforo Colombo!

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Per capire meglio il senso di tale asserzione, occorre evidenziare cosa accadde al grande navigatore genovese quando la sua esistenza cessò. Com’è noto, Colombo morì a Valladolid per un attacco di cuore all’età di 55 anni e le spoglie vennero inumate a Siviglia, dove vent’anni dopo venne raggiunto dal figlio Diego, morto all’età di 45 anni. Undici anni dopo la sepoltura di Diego, la moglie di quest’ultimo, per disposizione testamentaria del coniuge, provvide a traslare le spoglie dell’intera famiglia Colombo nell’isola di Hispaniola (l’attuale Haiti e Repubblica Dominicana), nella cattedrale di Santo Domingo, dove venne ricavata una cappella funeraria all’interno del coro. La scelta non fu casuale visto che Diego, alla morte del padre, ne acquisì i diritti ereditari, divenendo vicerè delle Indie e governatore dell’isola di Hispaniola, dove si trasferì a Santo Domingo presso l’Alcazar de Colon.

Quando poi Francis Drake, con una lettera di corsa della sovrana d’Inghilterra, arrivò a Santo Domingo, nel corso della guerra anglo-spagnola del 1585, per occupare l’isola e per saccheggiarla, avendo avuto lo specifico incarico dalla regina Elisabetta I di distruggere e/o razziare tutti i simboli del dominio spagnolo in quelle terre, l’arcivescovo dominicano, prima dell’arrivo dei filibustieri, aveva già messo al sicuro le spoglie dell’esploratore genovese in una nicchia ben nascosta all’interno della chiesa.

La storia ufficiale ci narra che nel 1795, per effetto del Trattato di Basilea, gli spagnoli furono costretti a cedere alla Francia il territorio dominicano ed in tale circostanza le supposte spoglie del grande navigatore vennero imbarcate con destinazione l’Avana, allora possedimento spagnolo nel nuovo continente. Con l’indipendenza di Cuba nel 1898, a seguito della guerra ispano americana, il corpo fu nuovamente trasferito e questa volta definitivamente, quando l’anno successivo, le presunte spoglie mortali di Colombo tornarono a Siviglia, per essere poi lì deposte all’interno di un sarcofago appositamente realizzato nella cattedrale.

E qui la storia si ferma per dare spazio ad un autentico giallo quando entrò in scena colui che sarebbe poi diventato arcivescovo di Chieti. Nel 1878 il delegato pontificio in Sud America Rocco Cocchia, decise di far ristrutturare la cattedrale di Santo Domingo e, nel corso dei lavori, quando venne sollevato il pavimento del presbiterio, ci si accorse della presenza di una bara contenente le spoglie di Luis Colon, il nipote di Cristoforo Colombo (la basa recava la seguente iscrizione: El Almirante Don Luis Colon Duque de Veraguas y Marques de…); scavando più in profondità si rinvenne un’urna di piombo il cui contenuto di ossa e ceneri, era inequivocabilmente dichiarato da una antica iscrizione in spagnolo sulla parte superiore: Ilustrisimo y esclarecido varòn, Don Cristoval Colon (llustrissimo e Grand’uomo, Cristoforo Colombo). A questo punto monsignor Cocchia certificò quei resti come ossa e ceneri (ma sarebbe più opportuno parlare di ossa polverizzate) autentiche di Cristoforo Colombo, scopritore dell’America e Primo Ammiraglio dell’Oceano.

Luis Cambiaso, console italiano a Santo Domingo, informato dell’importante scoperta, provvide, d’accordo con il presule cappuccino, a dividere una parte dei resti rinvenuti in tre porzioni e di inviarle, la prima in Venezuela, quale terra ferma scoperta per prima da Colombo, la seconda a Genova dove nacque l’esploratore e la terza a Pavia ma in seguito ci si accorse di aver preso un clamoroso abbaglio, poiché all’epoca si ritenne erroneamente che il giovane Cristoforo avesse studiato presso l’ateneo pavese.

Ciò nonostante, è forte il sospetto che altri resti di Colombo siano altrove e c’è un cittadino genovese che qualche anno fa ha mostrato un’ampolla contenente delle ceneri rossastre certificate come appartenenti alle spoglie del celebre scopritore, che gli sarebbero pervenute, di generazione in generazione, da un suo avo che a sua volta le ricevette dall’ammiraglio Juan Bautista Cambiaso, fratello del citato console nell’isola delle Antille.

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A Chieti nel 1892, a quattro secoli esatti dalla scoperta dell’America, mons. Cocchia decise di scrivere un volume che parlava dell’eccezionale rinvenimento dominicano, dal titolo Cristoforo Colombo e le sue ceneri, pubblicato dall’editore teatino Ricci, che successivamente verrà tradotto in diverse lingue per una capillare diffusione nel mondo. Dalla lettura delle pagine del volume, si rileva il sospetto del presule che le ossa traslate prima all’Avana ed in seguito a Siviglia, dove tuttora riposano, appartengano a Diego piuttosto che al padre Cristoforo. Dal libro poi si evince una manifesta devozione dell’arcivescovo di Chieti nei confronti del navigatore genovese, da lui considerato alla stregua di un vero e proprio santo (infatti più tardi, sulla scorta di alcuni documenti, qualcuno parlerà di una causa di postulazione del vescovo teatino per la beatificazione di Cristoforo Colombo), le cui spoglie vengono ritenute dal Cocchia delle autentiche sacre reliquie; a questo proposito nel libro si fa riferimento alla non remota possibilità che alcune parti ossee del navigatore siano conservate in non ben identificate località del mondo (lo stesso Cocchia dichiara di aver trattenuto dei resti di Colombo e di averne inviato, in dono, parte dei frammenti ossei all’allora Papa Leone XIII).

Da tali premesse, possiamo forse escludere che Sua Eccellenza Mons. Rocco Cocchia, abbia tenuto per se’, fino alla sua morte avvenuta a Chieti, parte di ciò che considerava come reliquie sante e che tutt’oggi le stesse possano essere misteriosamente celate in qualche recondito pertugio del vescovado teatino o della sua cattedrale? Insomma la centenaria disputa storico politica tra Siviglia e Santo Domingo su chi conservi le effettive spoglie del più grande navigatore della storia potrebbe riservare l’insolita sorpresa del terzo incomodo!

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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