L’INSURREZIONE POPOLARE TEATINA DEL 1647

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Oggi si parla spesso di Chieti come di una città via via spoliata delle sue prerogative che resistevano da secoli, sottovalutata della sua importanza storico-culturale e addirittura quasi rassegnata a sopportare un suo lento declino, tale da relegarla a mera rilevanza geografica, sempre più privata di valore nelle sue caratteristiche di città d’arte, di storia, di cultura e finanche declassata amministrativamente a dispetto del peso che dovrebbe avere un capoluogo di provincia.

Ci fu però un tempo in cui la rassegnazione popolare era un termine sconosciuto alla cittadinanza teatina ma questo momento risale a circa quattro secoli fa. Occorre però tornare molto indietro ancora, quando nel 13° secolo Carlo d’Angiò, istituendo il Giustizierato nelle province meridionali, andrà a creare l’Abruzzo Ulteriore e quello Citeriore, ponendo a capoluogo di quest’ultimo proprio Chieti. Siamo ancora nel periodo del feudalesimo, anche se in questi anni si assiste ad una vera e propria rinascita delle città e dell’economia monetaria, rilevanze che vanno a ridimensionare non poco l’istituzione feudataria, pur senza sopprimerla. Si sviluppa in questa epoca, più o meno coincidente con la nascita del Regno di Napoli, l’importante distinzione tra città regie (chiamate anche demaniali) e città infeudate: le prime sono così denominate perché dipendono direttamente dal sovrano che concede alle stesse non pochi privilegi, a differenza delle altre città che sono di fatto proprietà di un signore, il feudatario. La differenza tra le due categorie cittadine assume notevole importanza se consideriamo che i margini di autonomia amministrativa tra le stesse erano del tutto dissimili ed a notevole scapito delle città dove i padroni, duchi o baroni a seconda dei casi, facevano il bello ed il cattivo tempo, soprattutto in materia fiscale. Chieti era una città che poteva giovarsi del titolo di città regia, con tutti i privilegi ad esso connessi, libera da qualsivoglia soggezione di tipo feudale, dotata di alto tribunale, con diritto di comminare pene capitali e, tra le peculiarità che caratterizzavano la regia città teatina, era pure compresa la prerogativa di battere moneta. Se solo pensiamo che, in tutto il regno napoletano, Chieti era tra le 73 città demaniali, nonché una delle nove città regie abruzzesi (non figuravano nemmeno le attuali altre tre città capoluogo di provincia) possiamo comprendere quale autorevole considerazione riuscisse ad ottenere la città teatina dal potere politico statale di quell’epoca.

Città regie del Regno di Napoli.

Il titolo di città regia è tuttora riportato nello stemma cittadino in cui si rileva la seguente iscrizione: “Theate Regia Metropolis utriusque Aprutinae Provinciae Princeps“, quale attribuzione che perveniva direttamente dal re di Napoli, Alfonso V d’Aragona (con la corona napoletana assunse il nome di Alfonso I), che nel 1443 volle rinnovare tale beneficio all’urbe teatina. Nel corso della dinastia aragonese nel regno napoletano prima e con l’avvento dei viceré spagnoli dopo, Chieti riuscì a conservare l’importante beneficio di città demaniale del precedente periodo angioino, sviluppandosi anche come rilevante centro ecclesiastico ma nel 1600, il reame meridionale cominciò ad accusare i primi sconvolgimenti, dettati per lo più da una sconsiderata politica economico-finanziaria del mediocre re Filippo III di Spagna a cui subentrerà il successore Filippo IV d’Asburgo, il cui regno fu caratterizzato da ulteriori gravissime difficoltà finanziarie, causate in larga misura dalle spese belliche, che costrinsero il sovrano ad un’affannosa e febbrile ricerca di liquidità, attraverso l’inasprimento della tassazione e soprattutto la vendita di beni demaniali. Qui entra in gioco il destino di Chieti che verrà posta in vendita, collocandosi nella scomoda situazione di degradazione da città demaniale a città feudale. In realtà il progetto di vendere la città teatina c’era già stato diversi anni prima (1615), sotto Filippo III ma il tentativo, che doveva rimanere segreto fino all’ultimo, era stato sventato per il gran clamore suscitato nella cittadinanza, preferendo in tal modo abbandonare il progetto che avrebbe potuto innescare sicuri disordini in città.

Si arriva così al 1644, quando, non potendo più differire, fu resa nota la decisione del sovrano di vendere la città teatina per pagare parte del debito della casa spagnola d’Asburgo, di cui era creditore Re Ladislao di Polonia. La storia di questo debito si intreccia curiosamente con la città di Chieti e non solo per la scelta dell’alienazione demaniale. L’origine risale al secolo precedente, quando nel 1556 Fernando Álvarez de Toledo, noto come il Duca d’Alba, venne a ricoprire la carica di viceré di Napoli. In quell’anno scoppiò la Guerra del sale tra papa Paolo IV, già arcivescovo di Chieti, e gli Asburgo insediatisi nel regno di Napoli. Proprio per fronteggiare al meglio l’esercito papale, l’imperatore Carlo V d’Asburgo decise di nominare viceré di Napoli uno dei suoi più valorosi generali, appunto il Duca d’Alba.

Carlo V che possedeva un impero in cui non tramontava mai il sole, estendendosi dai Paesi Bassi fino alle colonie americane, comprendendo anche Germania, Austria, Spagna e viceregno napoletano, pur di non scontentare i popoli suoi sudditi, tanto eterogenei tra loro, per culture e religioni, pensò di riconoscere la dottrina luterana, in forza del principio Cuius regio, eius religio, tradendo di fatto i presupposti emersi dalla Dieta di Worms che aveva lui stesso presieduto e che sconfessava Lutero e i suoi seguaci, relegandoli a ruolo di pericolosi malfattori da condannare a morte. Tutto ciò non poteva passare inosservato all’ex vescovo di Chieti, propugnatore di una chiesa cattolica più zelante che riuscisse a cogliere l’essenza più rigorosa dell’apostolato cristiano, senza le contaminazioni di quelle dottrine cristiane che si stavano affermando allontanandosi dal cattolicesimo. A ciò si aggiunga pure l’offesa arrecata dal Sacco di Roma, avvenuto una trentina d’anni prima con i lanzichenecchi di Carlo V che avevano messo a ferro e fuoco la città eterna e la somma di tutte queste rilevanze avevano fatto maturare nel papa un odio inveterato nei confronti dell’imperatore asburgico e più in generale verso gli spagnoli, che definiva alla stregua di un popolo “misto”, contaminato dal sangue giudaico ed arabo: il tutto difficile da digerire per un uomo di Chiesa che, sin dai suoi trascorsi nell’episcopio teatino, aveva in particolare avversione eretici, giudei e musulmani.

Si arrivò così allo scontro voluto da Papa Carafa, con un futile pretesto, al quale inizialmente sembrò che gli Asburgo volessero dare poco peso, non essendo intenzionati ad intraprendere un altro conflitto, l’ennesimo, nell’immenso territorio di un impero non facile da gestire, in cui il frequente ricorso alle armi non faceva altro che intaccare le già dissestate casse del Tesoro. Ma guerra fu ed ebbe come scenario bellico anche l’Abruzzo con la battaglia del Tronto (in cui l’esercito franco-papalino assediò Civitella del Tronto, non esitando a profanare la chiesa del paese dove si erano rifugiate le donne civitellesi che dovettero subire l’onta fisica e morale dello stupro) e, per far fronte alle spese belliche, necessarie a respingere gli attacchi del Carafa, al cui soccorso era intervenuto anche il re di Francia, il Duca d’Alba riuscì ad ottenere da Bona Sforza, regina consorte di Polonia, due prestiti per complessivi 430 mila ducati, al tasso d’interesse del 10%. La guerra tra Roma e gli Asburgo terminò ma il prezzo da pagare per quel conflitto si sarebbe avvertito per molti anni ancora: 43 mila ducati annui e solo per onorare gli interessi di un capitale per la cui restituzione si sarebbe dovuto attendere ancora quasi cento anni. Si cominciò pertanto, già dal 1557, a devolvere le rendite demaniali possedute nel meridione d’Italia per pagare gli interessi, fino a quando si arrivò nel secolo successivo, all’amara consapevolezza di dover ancora rimborsare, non solo il capitale finanziato ma pure buona parte degli interessi annui rimasti in arretrato. Ciò indusse l’erede della sovrana polacca a richiedere ai reali di Spagna l’estinzione dell’intero suo credito, istanza che non poteva essere ignorata dal debitore, perché stiamo pur sempre parlando di teste coronate, in cui l’onore ha la precedenza su tutto, anche sui debiti finanziari. Inizia così una frenetica ricerca di liquidità, anche nelle piccole cose, come la creazione di titoli nobiliari fasulli a pagamento ma soprattutto attraverso un piano di smantellamento della demanialità spagnola in Italia, senza precedenti, un drastico provvedimento che inevitabilmente riguardava pure la città di Chieti.

Infatti Filippo IV, che nel frattempo aveva già privato Chieti del primato della civile e giudiziaria amministrazione nel territorio abruzzese, istituendo un secondo capoluogo a L’Aquila (1641), non pago di ciò, riuscì a vendere l’intera città per la somma di 17 mila ducati (sulla somma effettivamente sborsata vi sono delle incongruenze, visto che altre fonti, tra cui il Nicolino, parlano di 170 mila ducati che, a valori odierni, sono pari a circa 20 milioni di euro) al Duca Ferdinando Caracciolo di Castel di Sangro, per una stima basata sul numero delle famiglie allora residenti in città (circa 2 mila famiglie per un totale di più di 10 mila abitanti) ed anche Lanciano subiva analoga sorte (venduta al marchese di Vasto). Uno dei privilegi di cui poteva giovarsi ogni città regia di quel tempo era la possibilità concessa al patriziato locale di riunirsi in un parlamentino cittadino chiamato Decurionato che poteva rispondere solo all’Intendente di nomina regia (una sorta di attuale prefetto), mentre nelle città infeudate era l’autorità baronale che decideva in tutto e per tutto, anche sull’operato delle delegate amministrazioni civiche decurionali. La decisione dell’alienazione cittadina, assunta nel 1644, trovò concreta applicazione nel dicembre di due anni dopo, quando il delegato del duca, nuovo padrone della città, si portava in Piazza Grande per prendere possesso del palazzo regio e avvicendare il procuratore della Regia Udienza. Erano passati appena pochi mesi dall’insediamento del nuovo governo ducale, che la città poté assistere inerme ad un inconsueto rigore nell’amministrazione cittadina, soprattutto nel campo giudiziario, tant’è che il carcere chietino andava oltre modo sovraccaricandosi di detenuti, per lo più di estrazione plebea. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: la popolazione teatina si sollevò nell’aprile del 1647 e diversi uomini assaltarono le carceri per liberare i concittadini ingiustamente detenuti.

L’eco dei moti teatini arrivò presto alle orecchie del viceré e, nel clima di generale sollevazione popolare nel meridione d’Italia che in quei mesi interessò anche la Puglia, la Sicilia e finanche la capitale del viceregno, con la rivolta cittadina guidata dal capopopolo Masaniello, si pensò bene di rivedere le decisioni già prese e di trattare con la città, il cui patriziato aveva fatto proprie le aspettative della cittadinanza, contro gli abusi ed i soprusi del feudatario verificatisi con la delegittimazione di città demaniale, rivendicando il ripristino del regio status cittadino. Pertanto il vicereame decretò che la città tornasse ad essere nuovamente investita della titulatio di Città Regia, previo pagamento risarcitorio alla casa regnante di una somma di denaro. Quando il primo agosto di quell’anno i delegati del parlamentino cittadino si incontrarono col funzionario regio, alla presenza del notaio, per sottoscrivere formalmente l’atto di restituzione della demanialità alla città teatina, qualcuno dei firmatari di Chieti si accorse che la minuta del rogito preparata anzitempo ed approvata dal consiglio cittadino, presentava delle incongruenze tali da rendere necessaria una nuova convocazione dell’assise civica che ratificasse il tutto. I cittadini interpretarono la mancata sottoscrizione come una forma ostruzionistica volta a far naufragare la decisione già presa, al solo fine di restaurare il possesso della città nelle mani del Caracciolo.

A questo punto i teatini non le mandarono a dire e iniziò una nuova sollevazione: la plebe corse all’arme e fece suonare le campane in modo da avvertire la popolazione per formare delle squadre che avevano il compito di eseguire spedizioni punitive contro alcuni presunti traditori sospettati di tramare contro la città e di favorire il Caracciolo, a cui si erano gattopardescamente già vassallati. A dir il vero, la rivolta era fomentata dalla potente famiglia Valignani, ben conscia di perdere prestigio e privilegi, qualora la città fosse stata infeudata; in poche ore furono ridotte in cenere ben ventisei case di personalità ree di presunte infamità ai danni della città e per molti fu evitato il linciaggio solo perché riuscirono a fuggire anzitempo. Iniziò una drammatica caccia all’uomo rivolta verso i delegati e ministri del Duca Caracciolo e diverse abitazioni di questi ultimi vennero date alle fiamme ma a farne le spese maggiori fu la famiglia Toppi, la cui residenza, nel rione Trivigliano, fu presa d’assalto ed incendiata dai rivoltosi che accusavano il “traditore” Niccolò Toppi per aver tramato contro la propria città, quale procuratore del Caracciolo nell’acquisto di Chieti da parte di quest’ultimo. In realtà l’agente del Duca di Castel di Sangro, che per tale servigio avrebbe ottenuto l’incarico di riscossione delle imposte per conto del Caracciolo, era Tommaso Toppi, zio di Niccolò e se quest’ultimo abbia effettivamente potuto abusare dell’ufficio di suo padre non è dato sapere, anche perché molte carte e documenti, oltre a preziosi manoscritti, conservati nel palazzo nei pressi di Porta Pescara, andarono definitivamente distrutti dalle fiamme; di certo sappiamo che lo storico teatino abbandonerà definitivamente la città natale per stabilirsi a Napoli dove morirà poco più di trent’anni dopo. I violenti scontri terminarono quando i facinorosi occuparono il palazzo regio per costringere i notabili a stipulare l’atto di salvataggio della città ed a farsi promettere dai delegati del viceré, in nome di quest’ultimo, l’assoluta immunità dei cittadini per i crimini commessi. Il tutto fu possibile grazie alla persuasione ed al buon senso dettato dalla presenza di una folla armata ed inferocita. Il 27 ottobre dello stesso anno venne finalmente rinnovata la demanialità alla città di Chieti, confermando i privilegi concessi dai precedenti sovrani.
Come detto, il nuovo accordo prevedeva che i gravi reati commessi in occasione dei fatti occorsi nei tumulti, che avevano provocato morti e feriti, oltre al danneggiamento di abitazioni e suppellettili, venivano amnistiati; il prezzo che la città pagava al Re per evitare la perdita della sua demanialità era pari alla somma di 20 mila ducati da pagarsi in sei rate di 3.333 ducati, ogni primo agosto dei successivi sei anni.

Tale annotazione, peraltro riportata da Girolamo Nicolino nella sua Historia, sta ancor più a dimostrare che l’effettivo prezzo di vendita offerto dal duca di Sangro fosse di 17 mila ducati, anziché 170 mila, visto che i 20 mila ducati pagati dai teatini per riscattare la propria città, corrispondono ad un mutuo proprio di 17 mila ducati, pagabile in sei rate annue, al tasso d’interesse del 4,5% (il saggio d’interesse potrebbe sembrare lieve rispetto a quello imposto al re di Spagna per il già citato debito verso il sovrano di Polonia, che diede origine anche alla decisione di vendere Chieti: al riguardo va detto che quel finanziamento fu ripetutamente ristrutturato in favore della casa regnante spagnola con riduzione a più riprese del tasso di interesse). Pertanto non si capisce come nella sua stessa opera, lo storico teatino abbia potuto riportare due importi che tra loro presentano un’evidente discrasia. L’errore del Nicolino ma forse sarebbe meglio chiamarlo lapsus, è stato poi riproposto da numerosi storici postumi che hanno preso per buona l’indicazione riportata nella Historia, fiduciosi della bontà dell’affermazione del loro illustre predecessore, non foss’altro per il fatto che quest’ultimo era vissuto proprio nel periodo contemporaneo ai fatti, descritti peraltro nella sua opera senza lesinare una estrema, quanto scrupolosa, dovizia di particolari (lo storico Gennaro Ravizza, pur citando più volte l’opera del Nicolino, di fatto lo contraddice parlando di una somma di 17 mila ducati). La gioia dei teatini per essere scampati alla sottomissione feudale non durò per molto, visto che a distanza di meno di un decennio, si mostrava cupa all’orizzonte di Chieti una ben più dura e minacciosa prova: il flagello della peste che riuscì a mietere migliaia di vittime in città, pari ad oltre il 40% dell’intera popolazione, più di qualsiasi altra calamità o guerra che abbia interessato la città nella sua plurimillenaria storia.

Da questa esperienza è auspicabile che i teatini del XXI secolo sappiano trarre un opportuno insegnamento ed un rinnovato entusiasmo, riuscendo a cogliere l’essenza del sacrificio degli avi, volto a preservare il prestigio e la dignità della città, quale pesante eredità tramandata ai contemporanei: ciò che dovrebbe rappresentare un virtuale debito di onore per i teatini di oggi che non può essere misconosciuto dalla noncuranza e dalla rassegnazione che al momento sembrano dominare la coscienza della cittadinanza.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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