L’ORRIBILE FINE DEL SOLDATO LAVIA

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Il Corriere della Sera, agli inizi del ‘900, usciva con un inserto domenicale illustrato e ricco di pubblicità, che veniva dato in omaggio ai lettori del quotidiano: era La Domenica del Corriere.

La bellezza di questo magazine risiedeva soprattutto nella prima e nell’ultima di copertina, dove spiccavano le tavole illustrate di Achille Beltrame (che alla sua morte venne sostituito da Walter Molino): queste tavole, più che illustrazioni, erano delle vere e proprie opere d’arte e riportavano avvenimenti della passata settimana.

Il 12 giugno 1904 la Domenica del Corriere uscì con la realistica immagine della caserma teatina di piazza Garibaldi a raccontare la tragica storia avvenuta la sera del 27 maggio 1904; un fatto che destò raccapriccio nella nostra cittadinanza. Nel pomeriggio di quell’infausto giorno, nella caserma Vittorio Emanuele (oggi caserma Francesco Spinucci), dove era alloggiato lo squadrone del 13° Cavalleggeri Padova, si stava procedendo alle visite diagnostiche dei cavalli.

Verso le ore 18, alla presenza del tenente Narducci e del veterinario, dottor Diego Gasbarri ci si apprestava a prendere la temperatura ad un cavallo che, sebbene legato secondo le regole, impaziente e recalcitrante, non si assoggettava; allora per meglio imbracarlo, vista la sua riluttanza, veniva preso il cavezzone, ossia una lunga cinghia per legargli le gambe; a tale incombenza vi provvedeva l’appuntato Vincenzo Lavia, di anni 22, calabrese di Castrovillari, che era il consegnatario del cavallo, il quale teneva fermi gli arti posteriori dell’animale.

L’animale però non voleva saperne ed, imbizzarritosi, tirando furiosamente calci a destra ed a manca, ruppe i legamenti e, visto libero lo spazio intorno, si dette alla fuga; in questo frattempo Lavia, che era rimasto accanto al cavallo, fu impigliato nella cinghia alla quale si trovò inesorabilmente avvinto, da non trovare scampo e fu trascinato attraverso la follia di quella corsa vertiginosa, sotto gli occhi degli ufficiali e dei commilitoni, inorriditi dalla scena macabra, alla quale non si poteva mettere riparo. Fu un istante di orrore, si ascoltò solo un unanime grido di angoscia, rotto dall’accento disperato del giovane calabrese, sbattuto violentemente ed a più riprese sul terreno sconnesso in quel galoppo verso la morte. Una fune s’impigliò nella gamba del povero Lavia, il quale ad un tratto fu rovesciato a terra, e trascinato dal cavallo furioso; invano egli tentò di liberarsi dai legami che l’avvincevano all’animale, vanamente tentò di sollevarsi ed afferrarsi alla coda di esso: il cavallo, sempre più irritato ed imbizzarrito dal peso che trascinava, continuò la corsa.

Tutti corsero, cercando di frapporsi affinché l’animale non imboccasse la porta. Il soldato Galli, di piantone alla porta carraia, tentò con coraggio di fermare la bestia furiosa, ma inutilmente, anzi fu fortunato che non venne travolto anch’egli dall’impeto equino.

Il cavallo, uscito fuori dalla porta carraia della caserma, si precipitò per la ripida discesa che allora conduceva alla Fontana nuova (la discesa accanto al Bar Egea, in altri tempi chiamata discesa dello stallone ed oggi via Fonte Canale) trascinandosi dietro il corpo dello sventurato militare che, non potendo resistere all’impeto della corsa, veniva trasportato come un cencio e sbatacchiato per la strada acciottolata, ormai già privo di sensi. L’animale stava ormai trascinando, nella sua corsa infrenabile, la balda giovinezza di quel milite vigoroso, che di lì a poco avrebbe terminato la sua giovanissima vita.

E la corsa, il galoppo della morte, sotto gli sguardi impotenti degli astanti, continuò con l’angoscia dipinta negli occhi di chi assisteva alla scena. Il tenente Narducci, nel frattempo, si era precipitato a piedi lungo la scarpata, che allora non era certo asfaltata come oggi, essendo piena di asperità e pietre appuntite, inseguendo il furioso animale, molti soldati correvano dietro.

Un giovane furiere pieno di coraggio, Uberto Citarella del 6° Fanteria, che si era gettato giù a piedi per la discesa che porta alla attuale via Picena, giunto alla via carrozzabile e visto venire un ciclista, l’invitò di fermarsi, e fattosi dare la bicicletta si slanciò dietro il cavallo giù per la discesa della Madonna delle Grazie, senza badare a pericoli, era a pochi metri dalla bestia e mentre questa si stava dirigendo verso un burrone, il corpo esanime del povero Lavia si liberò dalle cinghie e si arrestò sul ciglio della strada. Il Citarella allora si trovò dinanzi all’irriconoscibile cadavere del cavalleggero, reso un ammasso informe, quasi interamente denudato, sfracellato e contuso col cranio orribilmente scoperchiato. Il bravo furiere, vinta l’emozione, si gettò di corsa per raggiungere il cavallo; d’un colpo lo fermò, mentre questo si dibatteva fatto bianco dalla polvere e dal sudore, legandolo ad un albero. Rimontato poi in bicicletta corse a chiamare un medico.

Intanto erano giunti il tenente, con le lacrime agli occhi, poi il capitano medico Giuseppe Simone, che constatata la morte, innanzi a quella vittima del dovere, alla presenza degli astanti piangenti, pronunziò brevi nobilissime parole. Ci fu un momento di commozione profonda, intensa ed indimenticabile, laggiù sul ciglio della strada bianca, chiazzata dal sangue di un giovane che un’ora prima sentiva in sé tutto l’orgoglio fiero della sua giovinezza. Vincenzo Lavia era uscito il giorno prima dall’ospedale militare, dove era stato ammalato di febbre tifoidea. Era quasi al termine del servizio militare, giacché a distanza di soli tre mesi sarebbe andato in congedo illimitato.

La cittadinanza, commossa per l’immatura ed atroce fine del povero Lavia, gli rese dei funerali solenni. All’accompagno funebre presero parte tutti gli Ufficiali del presidio in grande uniforme, tutte le autorità ed il popolo teatino accorsero in massa a tributare l’ultimo saluto a questo sfortunato giovane.

Il pietoso ed imponente corteo partì dalla villa comunale, dove la bara uscì dall’ospedale militare, percorse tutta la passeggiata, il Corso Marrucino, Via Arniense e si sciolse alla Villetta (l’odierna piazza Garibaldi), presso la caserma Vittorio Emanuele.

La salma del militare venne tumulata nel cimitero di Chieti, dove ancora oggi, subito dopo l’ingresso, svoltando a sinistra, è visibile la lapide posta sulla sua tomba che i suoi commilitoni hanno voluto dedicargli:

ALL’APPUNTATO

VINCENZO LAVIA

DEL REGG.TO CAVALLEGGERI DI PADOVA

DECEDUTO IN CHIETI 

IL 27 MAGGIO 1904

VITTIMA ONORATA DEL PROPRIO DOVERE

GLI UFFICIALI I SOTTOUFFICIALI

ED I COMPAGNI TUTTI DELLO SQUADRONE

A SUA MEMORIA

POSERO QUESTO MODESTO RICORDO

Colpisce il fatto che, di questo giovane, i familiari hanno preferito che le sue spoglie restassero a Chieti e non nella natia Calabria, ma è ancor più strano il fatto che su questa tomba, fino a non molto tempo fa, fossero costantemente presenti fiori sempre freschi e profumati: non è dato sapere chi rinnovasse con tanta amorevole costanza la visita alla tomba di Vincenzo Lavia, uno degli sventurati sconosciuti della nostra città.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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