LUOGHI CANCELLATI

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Spuntano cancelli. Spuntano cancelli nei luoghi più interessanti della città. Spuntano pessimi cancelli a proteggerci non si sa bene da chi. O da cosa. Spuntano cancelli per ribadire proprietà di tutti e di nessuno. O di pochi. E così la città si riduce. Così vengono “cancellati” luoghi appartenenti alla città stessa (vedi da ultima l’area archeologica della Civitella).

E la città stessa rimane monca, incapace di esprimersi nella sua complessità. Impossibilitata ad essere fruita e vissuta.
Ma da chi ci difendono questi cancelli? Dagli scellerati teppisti che danneggiano ogni luogo che attraversano? A giudicare dai risultati pare proprio di no. 
O, forse, la loro funzione è difendere da sguardi indiscreti quegli spazi dove l’incuria della proprietà stessa (spesso pubblica!!!) fa ancor più danno dei suddetti vandali?

foto Dario Di Luzio

La nostra cultura ci ha portato verso una percezione del territorio come un sistema di spazi da confinare: recinti e cancelli sono sopra la lista di ogni intervento pubblico o privato che sia. Ho conosciuto persone che hanno speso più per recinzioni e cancelli che per l’abitazione contenuta all’interno, una sorta di Alcatraz casareccio.

Ricordo che, quando mi fu affidato l’incarico per il progetto della riqualificazione della Villa Comunale di Chieti, dalla giunta allora in carica arrivò una richiesta specifica di dotare la stessa di ingressi “cancellati” in stile “ottocentesco monumentale”. Mi opposi con tutte le mie forze e salvai il parco, quel parco che, esemplarmente, conferma che se il luogo è aperto, fruibile e vivibile, difficilmente l’imbecille di turno si lascia andare ad atti vandalici.
Sembrerà paradossale ma recintare spazi pubblici significa dare protezione e tranquillità a chi, in quelli spazi, ha comportamenti malavitosi o quanto meno sospetti.

Si fa un gran parlare sul costruire ponti anziché muri. Ma se mi guardo attorno continuano a spuntare barriere, recinti e cancelli. Realizzati spesso da coloro che si issano a paladini della cultura dell’apertura.

foto Dario Di Luzio

Il problema vero, ed in questo psicologi e sociologi potrebbero aiutarmi, è che muri e cancelli nelle nostre città non sono altro che la proiezione materiale dei nostri recinti mentali, ossia tutti quei limiti che per cultura e tradizione ci poniamo inconsciamente e che ci impediscono di osservare e percepire il mondo (materiale e spirituale) con prospettive diverse, assaporandone l’essenza e la complessità.La negazione dei luoghi porta a vivere il territorio esattamente come un supermercato, in un totale stato di appiattimento emozionale dove tutto è a norma, tutto è pianificato, tutto è preconfezionato, tutto ha un prezzo.

Riprendiamoci le nostre città, i nostri spazi, le nostre emozioni. Rimuoviamo cancelli e recinti e immergiamoci dove ci porta il cuore. Con buona pace per i mastri ferrai.

Dario Di Luzio

Big8 Friends

4 risposte a “LUOGHI CANCELLATI”

  1. E con buona pace di chi i luoghi (non recintati) va a cercarli “a ruota libera”. Ho immaginato, per me, per la mia vecchiaia, una splendida casa situata in una piana, una casa da ristrutturare, da rivivere, da riedificare, in specie nella sua funzione “sociale” anzi, socializzante. Priva di muri di recinzione. La notte possono passare dei lupi e se dimentico di prendere un ciocco per il camino, devo sfidare le intemperie e…i cinghiali. In quella casa non mi sarà accaduto mai niente. Ed è esattamente quel che mi succede quando vedo un rotweiler, un pitbull. Incarnazioni pelose della ferocia canina, che sbrana e dilania. Ero in costume a Tollo e Sonny, uno splendido Pitbul femmina, di colore rosso, perciò non purissimo, giganteggiava presso una barca rovesciata. Mi avvicinai. Sonny mi si fece da presso, scodinzolando potentemente. Parlai col padrone, lei accennò un paio di versi simili all’abbaiare. La accarezzai sul fianco, sparì ogni grata, ogni zanna, così come Athena, un dolce Pitbull femmina, che mi ha preso il polso fra le fauci e con un filo di saliva ha stretto con dolcezza, per dimostrarmi la sua disponibilità al gioco. Con la codina dura e rigida, mi sorrideva. Sono ripartito salutandola dal finestrino. E chiedendo scusa al proprietario. Non so se c’è un nesso col bell’articolo di Dario, ma mi ha evocato proprio questo: il più delle volte le cancellate sono “al di qua” del divieto. Che agisce su di noi: divieto di amare, di essere, di scherzare, di confrontarsi fra esseri “aggressivi” e lasciare andare l’avversione tra le spirali della disponibilità. La povera Pineta Dannunziana diventata simile a Hide Park, con muri e esemplari inferriate. Al di là: il famoso zampillone, al centro di un lago che dista trenta metri dal mare Adriatico e che come tutti sanno, ci è stato copiato da Ginevra (…) e l’abbandono in chiave di olezzo e ristagnazione, con attitudine al lancio di bicchieri e bottiglie al di la del muro. Anni fa uccisero anche i fenicotteri che erano stati collocati, prontamente imitati nell’arcipelago delle Cicladi: Patmos, Mykonos, Santorini, ne sono, mi dicono, pieni. Bella roba. Venite al di qua del muro, stendiamo una tovaglia a terra e lasciamo che i recinti recingano se stessi in riserve in cui gli imbecilli si sbranino tra di loro…

    1. Hai colto in pieno il senso del mio articolo. I recinti, quelli di ferro, o di mattoni, sempre esteticamente discutibili, non sono altro che la proiezione fisica della nostra incapacità di relazione con la prossimità o con il mondo intero. E con noi stessi.

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