L’UTOPIA, IL TITANIC DEGLI ABRUZZESI

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Utopia è un termine di etimo greco che significa “in nessun luogo” derivando da (non) e topos (luogo).

Nessuno si sognerebbe mai di chiamare una nave con un simile nome, eppure la britannica Compagnia di navigazione Anchor Line, dopo aver varato nel 1873 la nave a vapore Elysia, l’anno successivo riuscì a varare una nave del tutto simile, l’Utopia appunto, mentre nel 1876 venne realizzata la terza nave sorella, l’Alsatia. Dei tre piroscafi, quello ch’ebbe più sfortuna, e non poteva essere altrimenti visto il nome affibbiatogli, non poté che essere la tragica Utopia.

 Accanto a questi aspetti, riguardanti l’infelice significato del nome di una nave, si associa la storia di un popolo, quello meridionale, che, dopo trent’anni dalla realizzazione dell’Italia unificata, si rese conto che le promesse verso un miglioramento delle condizioni di vita fatte dalla nuova casa regnante che si era impossessata di un intero Paese, spazzando via il Regno duosiciliano, non portavano ad alcuna miglioria in campo economico e sociale e pertanto costituivano una vera e propria utopia. Cosa fare? Continuare a piantare grano ma non mangiare pane bianco, coltivare la vite ma non bere il vino, allevare animali ma non mangiare carne? Nonostante forte sia ancora l’attaccamento alla terra di origine che induce a non abbandonare la Patria, dopo trent’anni in molti, soprattutto nei più giovani, era viva la consapevolezza che non può esser definita Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro. Anche questo è un pesante fardello ereditato dai liberatori Vittorio Emanuele ed il conte di Cavour che fecero l’impossibile per distruggere quella che un tempo era ritenuta una vera potenza economica mondiale, il Sud Italia.

Povertà estrema al Centro-Sud, mancanza di industrie nel Meridione, un tempo fiore all’occhiello nel mondo intero, poiché volutamente distrutte, analfabetismo creato ad arte visto che, in seguito all’unificazione, subito dopo l’annessione del regno borbonico allo stato sabaudo, in tutto il sud non si fece granchè per combattere un analfabetismo già dilagante, probabilmente per evitare sforzi economici da riservare ad un’area dove si era deciso di non rivolgere particolari attenzioni, se non quelle di un massiccio prelievo fiscale sulle tante terre da coltivare. Tutto ciò determinò nei meridionali la necessità di cercare una nuova Patria che potesse riconoscere il proprio lavoro, compensandolo ed evitando la disperazione che già affliggeva molti abitanti di quelle terre colonizzate, soprattutto dei paesi dell’entroterra montano, dimenticati dal Dio celeste e dal Dio terreno (il Re). La ricerca di una nuova patria che si rendeva necessaria, affinché la stessa riuscisse ad appagare appieno tutti i sacrifici di intere generazioni, forse era solo un ideale difficilmente raggiungibile, una vera utopia, una speranza. Ma è pur vero che tale aspirazione poteva riuscire a trasformarsi in realtà solo per i più audaci, coloro che avevano il coraggio di abbandonarsi alle spalle famiglie e terra di origine per raggiungere il sogno americano e per cercare di realizzare i propri desideri con il diritto ad avere una vita dignitosamente accettabile e ricominciare daccapo con una nuova generazione fatta di una nuova speranza ravvivata dal desideroso incanto del nuovo continente, l’Eldorado degli italiani di fine ’800.

Nel 1882, periodo delle grandi emigrazioni italiane, l’Utopia, che aveva già eseguito numerosi viaggi transoceanici, fu trasferita nel Mediterraneo, per trasportare gli immigrati italiani negli Stati Uniti e, per tale scopo, la nave venne riadattata con motore a vapore a tripla espansione. Per massimizzare le entrate sulla rotta italiana, le sistemazioni di prima classe furono ridotte a 45 passeggeri, la seconda classe venne rimossa completamente, aumentando così la capacità di terza classe a 900 letti a castello.

Era il 1891 quando Oscar Wilde nel suo saggio L’anima dell’uomo sotto il socialismo, affermò che il progresso è la realizzazione dell’utopia e per molti emigranti che avevano deciso di abbandonare il proprio paese d’origine il progresso si chiamava America e le parole pronunciate da Wilde suonarono come una sorta di spot pubblicitario a favore della Anchor Line.

Si giunge così al 25 febbraio 1891 ed il piroscafo Utopia partì da Trieste alla volta di New York con scali principali a Napoli e Gibilterra. L’Utopia era un piroscafo che solcava l’Atlantico, come il più famosoTitanic, che venti anni dopo conoscerà un triste destino, ma su questa vaporiera di emigranti non c’erano ricchi sfondati che con vanità amavano ingioiellarsi vestendo preziosi abiti, ostentandosi in una virtuale gara di abbondanza e prosperità; sull’Utopia c’era solo gente povera anzi poverissima ed i più agiati avevano il privilegio di partire con una valigia di cartone, assicurata nella chiusura con uno spago incrociato, al cui interno trovavano spazio poche e povere cose che faranno ricordar loro i legami con le persone e con la terra che hanno lasciato, forse per sempre.

L’Utopia, dovendo raccogliere gli emigranti della intera penisola, aveva cominciato da Trieste, dove aveva imbarcato i passeggeri del nord Italia, dopo aveva proseguito per la Sicilia e quindi era giunta a Napoli. Nel capoluogo partenopeo, la nave aveva imbarcato il grosso degli emigranti, cioè 661 uomini, quasi tutti coloni, 85 donne, 55 giovinetti e 12 poppanti. L’equipaggio si componeva di 86 individui dei quali non pochi erano napoletani e la maggior parte inglesi. I napoletani disimpegnavano per lo più l’ufficio di camerieri, aiutanti, ecc. La nave potè così partire alla volta degli USA con la tappa intermedia di Gibilterra, dove avrebbe dovuto rifornirsi di carbone, trasportando un totale di oltre 900 di persone. La nave era normalmente dotata di sette scialuppe di salvataggio che potevano ospitare fino a 460 persone (quindi la metà degli occupanti il bastimento) in condizioni di tempo “moderato” ma la notte della catastrofe, una di queste barche era mancante.

Il 17 marzo (giorno in cui in Italia si festeggiava l’anniversario dell’Unità della Nazione) l’Utopia raggiunse Gibilterra in una densa coltre di nebbia nel tardo pomeriggio ed il Capitano John McKeague, per rifornire la nave, fece un’operazione di virata per consentire l’ancoraggio nel porto interno, ma poi si rese conto che esso era in quel momento presidiato da due corazzate inglesi la Anson e la Rodney. Il comandante ricordò in seguito che era stato temporaneamente abbagliato dai fari della Anson e quando lo stesso ebbe recuperato pienamente la vista, si accorse che l’interno del porto era occupato da diverse altre navi e perciò tentò di dirigere l’Utopia davanti alla prua della Anson, non rendendosi conto che in questo modo andava a cozzare contro il non visibile rostro sottomarino della corazzata che, improvvisamente ed in un attimo squarciò lo scafo dell’Utopia, trafiggendolo e creando una falla larga cinque metri sotto la linea di galleggiamento della nave stessa.

McKeague si accorse che la sua nave aveva perso quasi istantaneamente la potenza del motore e pertanto ordinò ai suoi uomini di macchina di spegnere immediatamente i motori per evitare un’esplosione di vapore; il comandante dispose inoltre che fossero immediatamente calate le scialuppe di salvataggio e di abbandonare la nave, ma l’Utopia si inclinò improvvisamente di 70 gradi ed il movimento causò la frantumazione e l’affondamento delle barche. I sopravvissuti si aggrapparono a dritta dell’Utopia mentre centinaia erano rimasti intrappolati all’interno della terza classe. Venti minuti dopo l’impatto, l’Utopia si era inabissata per i diciassette metri di profondità del porto ed il relitto affiorante, con i suoi alberi sporgenti sopra le onde, divennero l’ultimo rifugio per i pochi sopravvissuti.

Quasi immediatamente partirono i soccorsi del personale portuale, della Anson e di altre imbarcazioni alla fonda: le squadre di soccorso, immediatamente inviate sul luogo dello schianto, poterono ben poco a causa del maltempo che imperversava e per la forte corrente che impediva loro di avvicinarsi al relitto; ciò che i soccorritori, accecati dal vento e dalla pioggia, riuscirono a vedere era nient’altro che una confusa massa di esseri umani che urlavano e lottavano con tutte le loro forze, impigliati nel relitto.

Due eroici marinai della corazzata Immortalité (di nuovo con l’ennesimo emblematico nome di una nave), tentarono di soccorrere i sopravvissuti, ma anche morirono annegati quando la loro barca finì alla deriva sulle rocce, disintegrandosi. Alla fine si contarono 562 vittime tra passeggeri e membri dell’equipaggio dell’Utopia. I sommozzatori inviati per esaminare il relitto riferirono che gli spazi interni della nave “erano strettamente imballati con i corpi che erano incastrati in una omogenea massa uniforme quasi solida e molti annegati erano stati trovati così saldamente giunti insieme che era difficile separarli.

Il comandante della nave, John McKeague, sopravvissuto alla tragedia, disse per giustificare la sua negligenza che il carbone stava per esaurirsi e si rendeva necessario ancorare a Gibilterra per fare rifornimento. Per mettere in pratica questa sosta, egli commise un grave errore nel non perlustrare il porto che era già occupato dalla Flotta della marina Britannica. Nella manovra di ancoraggio il capitano fece un secondo errore, in quanto, nel virare a destra davanti alla corazzata inglese Anson ancorata nel porto, non calcolò la deriva, ovvero che la nave si muoveva spinta dalle onde e poco a poco si avvicinava alla Anson. Per quanto riguarda le responsabilità del tragico fatto, va detto che il tribunale della Corte navale britannica, basandosi sulla deposizione degli ufficiali dell’Utopia e sull’indagine del Coroner, emise una sentenza dichiarando che l’incidente non poteva essere ascritto all’equipaggio della nave in quanto si era verificata una tragica fatalità. Così la Corte restituì il brevetto al capitano che gli aveva in precedenza sequestrato.

A Napoli si aprì il secondo processo che, dal tribunale di prima istanza, dopo diversi passaggi, si concluse con una sentenza della Cassazione del 1895. Gli Henderson Brothers (che rappresentavano l’Anchor Line) furono condannati a pagare i risarcimenti ma gli stessi si rifiutarono di riconoscere la giustizia italiana, per la competenza a decidere ma gli stessi armatori manifestarono la volontà di pagare una cifra irrisoria e offensiva per le vittime. Dopo la sentenza della Cassazione gli Henderson decisero di fare un accordo irrisorio nel 1900 ed il compromesso fu fatto in segreto: il Foreign Office si intromise sotto la pressione della potente Anchor Line, nella giustizia di uno Stato sovrano, costringendo i difensori delle vittime ad accettare questo compromesso.

L’Abruzzo pagò un tributo salatissimo con i tanti corregionali che perirono annegati nelle acque della baia di Gibilterra, partiti dall’entroterra chietino, in particolare dal paese di Fraine .

Di queste cose a distanza di oltre un secolo non se ne parla, forse per la scarsa estrazione sociale delle persone implicate nella tragica vicenda, contrariamente a quanto accaduto per il Titanic. Bene farebbero invece lo Stato, la Regione Abruzzo od altro ente istituzionale a tributare a questi martiri, al pari dei lavoratori abruzzesi periti a Marcinelle, una giornata o anche un monumento a testimonianza del sacrificio che in generale gli emigranti hanno dovuto pagare per un destino che per certi versi è stato imposto loro dalle circostanze della vita, in un particolare contesto storico in cui lo Stato, la prima e vera Patria, è stato fatalmente assente. Per costoro, dimenticati in vita ma ancor peggio in morte, non è giusto che un Paese civile o presunto tale, possa lasciarli annegare una seconda volta, facendoli definitivamente inghiottire nel gorgo dell’oblio perpetuo. (tratto dal libro “Il Naufragio dell’Utopia”)

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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