MILANO – CHIETI. DAL KIND OF MAGIC ALL’ ETICA DELL’ARROSTICINO

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Le donne. Le donne a Milano sono belle. Le vedi pulite, eleganti, lisce. Coordinate, dalle scarpe interessanti.

Con l’accessorio giusto e la naturalezza dei gesti cosmopoliti. Di chi sembra essere padrone di qualcosa, se non altro, della propria figura.

Piazza Gae Aulenti. Estate alle porte, sabato ore 24.30. Il quartiere urbano con la maggiore spinta capitalistica che abbia mai visto. Cronoprogrammi da sette mesi, ettari di volumetrie in cemento armato, milioni di euro di consorzi immobiliari.

Legno, acciaio, vetro. Tantissimo vetro. Led di segnalazione sui fianchi dei grattacieli, intermittenti nelle notti milanesi. Ti costruiscono anche le stelle qui a Milano, attaccate alle torri. E sono tutte rosse.

© dario di luzio

Mentre ti immergi nella realtà dei luoghi dettati da questa urbanistica potente, contemporanea e violenta, ti rendi conto che non è un caso se proprio qui le donne sono belle e si sentono padrone di se stesse.

Nei luoghi della moda e della grande imprenditoria, la storia del costume è stata plasmata dalle idee e dalle invenzioni di grandi maestri, come Versace, Missoni, che hanno traghettato la bellezza femminile nell’ambiente più maschile che c’è, quello del pensiero imprenditoriale, quello del business.

Negli anni ’90 Milano diventa la capitale di questi cambiamenti, le supermodelle diventano superpotenze mediatiche ed economiche. Sono gli anni della fotografia di moda, della nascita dei franchising, del modello degli ipermercati. Sono gli anni delle avanguardie in certo senso, in cui arte moda e imprenditoria triangolano in modo strategico.

Questa è in fondo la città che ha visto sviluppare le logiche che oggi governano ancora il Paese, che sopravvivono perché hanno saputo adattarsi al cambiamento che ne è conseguito.

Questi sono i luoghi dove non è stato inventato nulla se non l’immagine della vendita.

Dai Magazzini Bocconi, a La Rinascente, al prêt-à-porter per tutti, ai futuristi, ai primi illustri fotografi. A Pistoletto, e Fortunato Depero, e Munari, alle vetrine cinetiche dei Grandi Magazzini. A Lindbergh, Oliviero Toscani, Gabriele Basilico. A Naomi, Christy, Cindy, Eva, Linda, Claudia.

Naomi Campbell, Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Christy Turlington & Cindy Crawford, New York, 1990
© Peter Lindbergh
(Courtesy of Peter Lindbergh, Paris / Gagosian Gallery)

La persuasione alla bellezza. Quella che negli ambienti spiccatamente finanziari chiamano “magia”. Quella che non si può sfuggire, quella che tutti ricercano. Il kind of magic è il target delle aziende dai grossi fatturati, la bellezza che anche tu prima o poi toccherai con mano. Ti vendono un sogno. Il loro.

Il loro sogno è bellissimo, declinato da creature stupende ed è comprabile, dentro una vetrina o dietro un’installazione, tra le pagine di una rivista o dentro uno spot.

Tutto ha un prezzo. La bellezza lo ha? Quella delle donne sì, sempre. Perché l’etica è quella delle supermodelle, manager della propria bellezza, della propria vendibilità e quindi della propria vita.

Noi dal canto nostro andiamo per  identità alternative, al completo opposto.

Osserviamo la realtà da un’altra angolazione, quella dei paesaggi domestici. Abbiamo nella memoria le nostre nonne ai fornelli, abbiamo nel codice genetico il menù della domenica, la pasta fatta in casa. Abbiamo di background panorami autentici molto meno costruiti per mestiere. Abbiamo di background vitigni autoctoni, ricette locali, sagne e fagioli, arrosticini. L’etica dell’arrosticino.

Qui le virtù femminili sono altre. Forse.

Mi sta bene. Poi, per le belle donne, me le vengo a contemplare a Milano.

annalisa di luzio

Annalisa Di Luzio
Cittadina del mondo nell'anima, nasce a Chieti nel 1980. Immersa nel mondo di libri, quadri e stelle dalla giovane età, si laurea cum laude in architettura a Pescara nel 2007, una volta conclusa la borsa di studio Erasmus presso l'Ecole Nationale d'Architecture de Paris-Belleville. Avvia con il marito il connubio 'progetto vs cantiere', studio professionale ed impresa edile nel 2008. Fondatrice di associazione culturale, collabora con enti pubblici e promuove progetti inter-istituzionali volti alla connessione di persone e luoghi. Sine qua non: la bellezza resa concreta.
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6 risposte a “MILANO – CHIETI. DAL KIND OF MAGIC ALL’ ETICA DELL’ARROSTICINO”

    1. Grazie Angelo. Ci piace stimolare ad una lettura della realtà guardandola da diverse angolazioni. Guardando un luogo e le sue abitudini mentre ne viviamo un altro, o restando fermi pur muovendoci nel tempo. Ogni storia, che sia degna di essere raccontata, è sempre un pò scomoda. Scomoda ma, ne sono certa, “stimolante” per ciascuno.

  1. Ho tratto un respiro di sollievo soltanto alla fine, su quel “mi sta bene”. Non per creare fazioni. Sarebbe come dire “l’America” e fino a poco tempo fa si diceva che “l’America è qui”. E non è (fortunatamente?) vero. L’etica, la logica del led e della compattazione armata tra cubi e torsioni di cavi in guglie cristallo-tropicali, di grattacieli dalle fogge sempre più imprevedibili, fino ad arrivare a quelle falliche (prevedibilissime…non so), mi da la psoriasi. Mi agito al percepire questa spinta verso qualcosa che non vedo più. Mi è stato possibile concepire e percepire il concetto di moderno solo fino a quando una storia, fatta di crepe, di muschio, di androni odorosi di muffa, c’erano. Oggi si raccoglie la cacca dei cani con le mani e poi si butta la fesa di vitello sul marciapiede, insieme ai succhi di frutta tropicale e le fette d’anguria. Poi si mandano sette euro per il Magreb e infine si piange perché questo cazzo di terremoto deve pur avere un responsabile, perdio! Non può essere questa la vita! Ne ho vissuta abbastanza per dichiararmi stanco dei “lati b”. Beppe Severgnini definiva recentemente “Milanese moderno” questa manìa da “Totò, Peppino e la malafemmena” di chiamare in Inglese delle cose, dei sentimenti (i “sentiment” è l’ultima), degli umori in un linguaggio dialetticamente globale. Anglo sgrammaticato, da Belen a Benedetto Croce. Vendo cara, carissima la mia stanchezza, anche perché ho vissuto a Milano e vi ho studiato Design e venendo via, non ho mai avuto l’ombra, dico l’ombra di un rimpianto. Ricordo, a casa di una anziana signora, in via Podgora, ero attentissimo a cercare i profumi delle marmellate, dei pomeriggi semibui, del lastricato bagnato. E poi i film di Michelangelo Antonioni, come “La signora senza Camelie”, con la Bosè e la classe aristocratica che girava con la Lancia Aprilia, le signore con la pelliccia di Leopardo e quel chè di esclusivamente “Nordico” che non escludeva niente, ma includeva e interagiva con…la Foresta Umbra, la Barbagia e perché no? Collarmele. Milano era Milano, finché faceva parte di un’Italia plausibile. Il resto lo dica il lettore. Da par mio, nel NON essere diventato Bruno Munari, sono “un caso a parte”. Col cavolo. Io sono io. E Milano la conosco. Ricordo anche, anni fa, a Nicotera, in Calabria, i segnali stradali bucherellati da colpi di arma da fuoco. Miei cari, mia cara, caro Francesco Paolo, non si fa finta di essere l’America senza esser prima passati per Ellis Island. E io, i referti delle analisi che mi fecero allora, prima di “farmi entrare” li conservo gelosamente, ma come te, pur mangiando pochi arrosticini, mi contento della mole di San Giustino dal balcone di casa dei miei amici. Vi amo.

    1. Ringraziandoti a nome del blog, da par mio, lo faccio in modo a te gradito e dedicato. Mi specchio nel tuo scritto, nel gioco di una “riflessione” mai finita, ricalcandolo, e ancora lasciando in eredità agli altri l’opportunità di farlo.
      “Milano era Milano, finché faceva parte di un’Italia plausibile. Il resto lo dica il lettore”.

  2. Si, stante la sua estetica troppo perfetta per avere un’umanità, la “Milano da bere” è un’entità dall’anima sostanzialmente commerciale, da business e per questo francamente squallida. Ha un backgound di squallore e miserie come l’ebbero la politica di Craxi e Pillitteri.
    Le virtù femminili sono altre, graziaddio sono altre. Chi si innamorerebbe mai
    di una modella o di un palazzo stupendo se sono privi di un’anima, di un cuore, di una vera capacità empatica?
    Condivido la bella analisi di Annalisa, non condividerei, se c’è, quel minimo di ammirazione per l’estetica senz’anima di quella che pur si chiamò “Milano da bere” (ritratta negli anni ottanta dalla pubblicità del Fernet Branca)

    1. Grazie Roberto. La mia visione è sempre meno nostalgica. Persino l’estetica contemporanea è figlia dei tempi, e quella della città più europea d’Italia, Milano appunto, la vedo come il riflesso di uno stile di vita, di un menage metropolitano, di un atteggiamento competitivo che è radicato ormai nella storia di quei luoghi.
      In maniera emotivamente coinvolta, sposerei la tua idea di squallore e di assenza di sentimento, eppure ritengo urgente (più di qualsiasi altra cosa) oggi uscir fuori dalle valutazioni mosse dal cuore. Il cuore dovremmo usarlo per sentire, e per sentire con altri, come dici tu empaticamente, e non per valutare. Squallida per me è una dimensione che non si lasci essere se stessa, che si lasci essere altro… Squallido è per me avere un’anima e per ragioni imperscrutabili, lasciarne vivere un’altra.

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