NICOLINO E NICOLÒ STORIA DI COLTELLI E DI SFOTTÒ

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Quando nel 1926 il Duce, pare sia stato proprio lui, decise di scegliere Chieti come sede per il processo Matteotti, ritenendola città calma e tranquilla, immune da tumulti e forze sovversive, probabilmente non era a conoscenza del suo passato noir e dei suoi scheletri nell’armadio o meglio nelle strade, vicoli e palazzi.

Così come lo fu, ignaro, Alberto Perbellini  de “Il Resto del Carlino”,  che  scelse la soporifera camomilla, sempre in occasione del processo Matteotti, per connotare la nostra città . Ah, se entrambi  avessero saputo, probabilmente il processo si sarebbe svolto altrove ed al posto della camomilla avremmo avuto  a caratterizzare la nostra Chieti un’altra erba ,magari eccitante come, che so, la ginkgo bilboa . . .  Chieti città della ginkgo bilboa, mi piace.

Eravamo nel lontano  ‘600 ed a Chieti abitavano due illustri gentiluomini , ahimè, rivali politici: l’uno, Nicolò Toppi, storico e bibliografo e l’altro, Girolamo Nicolino, storico e giurista.

Del Nicolino ebbe molto successo il trattato “Historia della città di Chieti” in cui si narra delle antiche origini della città, dei suoi uomini illustri in santità di vita, per bravura nelle armi o eccelsi in letteratura, dei suoi vescovi, delle chiese e monasteri e tanto altro.
Il Nicolino finì così con lo scrivere ben tre tomi per la vastità degli argomenti trattati . . . ma, siccome già nel ‘600 vigeva, lungo l’allora Via del Corso, in seguito Corso Galiani ed attuale Corso Marrucino il motto ca da fa cussú, che vo cussú (lu chietin è sempre uguale nei secoli dei secoli) , ecco che il rivale Toppi pensò bene di accusarlo di plagio, di aver fatto una specie di copia/incolla, come si direbbe oggi, giovandosi degli scritti del canonico Sinibaldo Baroncini e di monsignor Loreto de Franchis vicario della curia arcivescovile di Chieti.

L’offesa per il Nicolino fu grande e la risposta alla provocazione repentina.
Al Toppi, egli intimò di  tenere a freno la lingua e non mancò di canzonarlo scrivendogli che aveva ancora il bidente e la zappa dietro la porta come si legge nel manoscritto dal titolo “Le sferzate amorose del Dottor Nicolino al signor Nicolò Toppi” (testo conservato originalmente  nella Biblioteca Brancacciana S. Angelo a Nilo, Napoli ).

Tra frizzi, lazzi e sfottò i nostri due concittadini del passato arrivarono al 1645 quando vi furono tumulti popolari che causarono anche l’incendio della casa del Toppi,  di cui si salvarono l’antica torre merlata, il portale a bugno lungo Via dei Tintori e la chiostrina del blocco originario.

A Nicolò Toppi che, a causa del suddetto incendio, si trasferì a Napoli, la popolazione teatina non perdonò di aver appoggiato e curato le trattative per la vendita della città a Ferdinando Caracciolo, duca di Castel di Sangro. Quando poi, nel 1647, vi fu l’esclusione dalla gestione comunale del Nicolino, che di Chieti era già stato sindaco, l’ira tra i due rivali superò di gran lunga quella del pelide Achille: il Nicolino continuò a combattere con i suoi astiosi scritti il Toppi  fino a quando quest’ultimo, nel 1664, stanco delle  continue esternazioni verso la sua persona da parte del rivale,  incaricò un suo parente, tale Alessandro Santillo de Liberatore, di assassinarlo.

Era il 15 settembre del 1664 allorché Girolamo Nicolino, alle ore 14 circa, scendeva le scale poste sul retro della chiesa di San Francesco che conducono nell’ attuale Piazza Malta, quando un uomo uscì dall’ombra e con un coltello lo colpì  due volte alla testa, poi con una terza pugnalata alla mano sinistra, con cui la vittima aveva tentato di difendersi, infine un altro colpo lo colpì al naso.

Nonostante fosse grondante di sangue, il Nicolino non cadde, ma percorse le scale a ritroso, attraversò il tempio e, uscendo dal portone principale che dava in Largo Piazzetta, in seguito via Ulpia, attuale Corso Marrucino, dopo un giro piuttosto ampio rientrò a casa.

Sopravvisse per venti giorni durante i quali ebbe modo di denunciare l’assassino e redigere il testamento in cui specificò di voler essere sepolto nella chiesa di San Francesco.

Del fattaccio si occupò Gennaro Ravizza che però tacque sul nome dell’assassino definendolo genericamente chierico di famiglia ora estinta in questa città.
Si arrivò all’individuazione del nome dell’aggressore e del suo grado di     parentela col Toppi, in seguito al fatto che egli, dopo il delitto, trovò rifugio nella chiesa dei Santi Nicola e Paolo, l’odierno tempietto romano, all’epoca sotto il giuspatronato della famiglia Toppi.

Il pugnalatore, riparato presso la citata chiesetta, grazie al diritto d’asilo, non  poté essere catturato e venne pertanto processato in contumacia, solo dopo essere fuggito dal tempietto; di lui in seguito non si seppe più nulla.
Quanto al Toppi, invece, si seppe che, dopo il suo trasferimento a Napoli,  dove visse per  trentaquattro anni morendovi a settantaquattro nel 1681, fu eletto magistrato della Regia Camera della Sommaria e che si dedicò con passione ai suoi studi storici ed archivistici, ormai dimentico del Nicolino.
I suoi scritti sono tutt’ora considerati un punto di riferimento per lo studio della storiografia meridionale.

Amati concittadini, fate come me: quando vi dicono che abitate nella città della camomilla, sorridete ed offrite a quegli ignari, fautori del ma che ne vu sapè tu, un buon ginseng e, sorseggiandolo compiaciuti, chiedete loro se hanno mai sentito parlare di un certo Roccioletti detto “lu gallucce ” . . .

Rita Valente

 

Rita Valente
Nasce nel 1960 a Chieti nel rione Sant'Anna dove da sempre risiede.
Già nell'infanzia manifesta interesse per il corpo umano divertendosi a sventrare bambole e pupazzi di pezza per cui, nonostante la passione per lo sport ed un discreto successo adolescenziale nell'atletica leggera che la portano a diventare campionessa regionale di salto in lungo, decide di intraprendere gli studi in medicina e di dedicarsi in seguito alla ricerca genetica. I geni sono la sua passione... e non solo quelli cromosomici!

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