IL PALAZZO DE MAJO

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Uno dei palazzi più caratteristici e originali della città è senza alcun dubbio il Palazzo de Majo. Tipica testimonianza dello stile barocco, esso in realtà è il prodotto di un insieme di edifici costruiti in epoche diverse.

Il Palazzo nei primi anni del XX secolo

Il nucleo originario del palazzo risale al XVI secolo quando esso consisteva di due piani e un cortile porticato, come risulta da antiche piante. Nel XVIII secolo la proprietà è della famiglia Costanzo che acquista dal duca Giuseppe Valignani di Vacri un altro edificio che si estendeva fino agli Scolopi (l’attuale complesso del G.B. Vico).

Il Palazzo ai tempi della II Guerra Mondiale

I Costanzo ne avviarono una complessa ristrutturazione realizzando dal 1789 al 1795 l’attuale edificio e dotandolo di uno scalone monumentale. Complesse vicende di debiti tra la famiglia Costanzo e la famiglia Farina di Napoli portarono alla cessione del Palazzo nel 1825 a Levino Majo (o de Majo: la questione sul corretto nome di questa famiglia risulta piuttosto complessa). Nel 1854 la proprietà fu ereditata dal figlio Acindino che, tra il 1884 e il 1886, lo restaurò completamente. Nel 1907 l’edificio ospitò il Comando Divisione “Pinerolo” e nel 1943 il Comando Divisione “Gran Sasso”. Nel 1977 Laura Majo vendette la proprietà alla Cassa di Risparmio di Chieti.

La facciata è caratterizzata da un ampio portale in pietra aperto su un avancorpo decorato da busti marmorei classicheggianti. Sui due piani e sulla facciata lungo il Corso si notano finestre e balconi con timpani triangolari e curvilinei. Una caratteristica singolare è data dall’altana a pagoda dalle forme orientaleggianti. Nell’interno si susseguono cortili e vaste sale che, nel piano nobile, sono affrescate con gusto ottocentesco.

Il de Majo prima dei restauri

Uno degli aspetti più singolari di questo splendido edificio si trova però nascosto agli occhi del passante. Ci riferiamo alla Via Tecta. Questa struttura, di epoca romana, rappresenta un mirabile esempio dell’architettura di epoca antica. Essa assolveva a molteplici funzioni: permetteva il deflusso delle acque attraverso il condotto sottostante, sosteneva il declivio della collina in quella zona, rappresentava un comodo accesso alla zona termale. I vari interventi che la rete delle strutture ipogee ha subito nel corso dei secoli ci permettono solo in parte di ricostruirne la complessità, le diramazioni e gli usi.

Possiamo aggiungere che la presenza di questo palazzo, così come di quello degli Scolopi, ha imposto in qualche maniera la scelta operata, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, di allargamento di quello che era il Corso Galiani. Infatti questi due edifici sono stati in pratica gli unici a non essere trasformati e rettificati nelle facciate, determinando così il tracciato del nuovo Corso Marrucino su quel lato.

Il restauro operato a cura della Fondazione Cassa di Risparmio ha restituito, a partire dall’inizio del III millennio, il Palazzo alla cittadinanza che ha potuto così godere di una ricca pinacoteca, di una biblioteca, di due sale per conferenze, di un teatro giardino e di altri spazi destinati a varie iniziative culturali. Speriamo vivamente che tutto questo importantissimo patrimonio edilizio possa continuare ad essere utilizzato e ancor di più valorizzato dall’attuale proprietà.

Paolo Rapposelli

Paolo Rapposelli
Nasce nel quartiere storico di Santa Maria a Chieti nel 1957. Studia nel Liceo Classico G.B. Vico e si laurea a pieni voti nella Facoltà di Scienze Politiche a Teramo. In seguito consegue il Diploma in Scienze Religiose presso l’ISSR di Chieti. Vive e lavora a Chieti dove insegna da oltre 30 anni nell’ITCG “Galiani- de Sterlich” presso il quale svolge anche mansioni di collaborazione col Dirigente Scolastico. È sposato e ha tre figli. Fin dall’adolescenza ha coltivato il suo forte interesse per la storia locale, ereditata dal padre, e la passione per l’automobilismo degli anni 60 e 70. Ha pubblicato una parte della sua tesi di laurea su Filippo Masci e ha collaborato con diversi autori nella ricerca del corredo iconografico di alcuni volumi sia di storia locale che di storia dell’automobilismo. Da qualche anno si è impegnato in un lavoro di ricerca delle foto di Chieti e ne ha divulgato i risultati sia attraverso diverse conferenze tenute in città sia attraverso i social network.
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