PORTICI

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Oggi siamo abituati a vedere il nostro Corso fiancheggiato da lunghi portici di cui, fino ad un secolo fa, la nostra strada principale era sprovvista. Come anche ricordato nel mio precedente articolo Passeggiata sul Corso Galiani, solo dopo l’Unità d’Italia si pensò ad un abbellimento della principale arteria cittadina con la realizzazione di ampi portici.

Tuttavia con molta probabilità i primi portici ad apparire in città sono stati quelli del Palazzo del Seminario Diocesano che vennero realizzati in occasione del rifacimento della facciata su Via Arniense. I lavori furono effettuati tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del secolo successivo per volontà dell’Arcivescovo Mons. Saggese.

Portici del Seminario Diocesano

Anche in Piazza Grande, diventata Piazza Vittorio Emanuele II, si pensò ai portici. Per questo motivo sia il nuovo Palazzo di Giustizia sia Palazzo Mezzanotte, riedificati a cavallo dei secoli XIX e XX, ne furono dotati.

Sul finire dell’Ottocento, in occasione dei lavori dell’apertura della via Ulpia, si approntarono diversi progetti che prevedevano la realizzazione di porticati nei palazzi Francese e Valignani che avrebbero fatto da ala al nuovo passaggio da Largo del Pozzo a Largo Mercatello, di fronte a Palazzo Henrici. Addirittura ci fu chi si spinse a progettare anche una galleria commerciale coperta che congiungesse i due larghi. Sarebbe stata una realizzazione che avrebbe cambiato in modo radicale l’aspetto architettonico del centro storico e avrebbe dato uno sviluppo diverso al commercio cittadino.

In realtà l’idea rimase viva ugualmente ma si tentò di realizzarla attraverso la trasformazione o la nuova edificazione di diversi palazzi che si affacciavano sul Corso, molti dei quali dotati di ampi portici che potevano ospitare negozi e uffici.

Portici del Palazzo della Provincia

I primi ad essere realizzati furono quelli del Palazzo della Provincia, nel 1914, seguiti da quelli del Banco di Napoli, ad inizi anni 20. Si decise poi di proseguire con l’allargamento del Corso costruendo porticati sotto i palazzi Sanità, De Felice e Croce. In questo modo gran parte del lato destro della principale via cittadina si dotò di portici. Ad interrompere il passaggio porticale tra Piazza Valignani e Largo G.B. Vico era rimasto solo Palazzo Lepri, che fu abbattuto ad inizio anni 60 per far posto al cosiddetto “Palazzo Upim”. Molte voci si levarono contro questo progetto che però realizzava la vecchia idea, risalente all’età umbertina, di creare un centro cittadino sullo stile di Torino. Sicuramente si perse un palazzo di pregio ma quanta felicità hanno dato quei portici che accoglievano UPIM, meta preferita per intere generazioni di ragazzini, adolescenti e adulti che vi si recavano non solo per acquistare ma per incontrarsi, riscaldarsi d’inverno e rinfrescarsi d’estate? Pochi sanno, inoltre, che i mattoni del palazzo abbattuto furono riutilizzati per la facciata del nuovo edificio.

Il Corso visto da Piazza Valignani

A quel periodo risalgono anche i portici del Palazzo “Menna”, realizzato al posto dell’abbattuto Palazzo Ciavolich, quelli del Palazzo Inail, nella nuova via Spaventa, e quelli del contestatissimo Palazzo Verlengia, segno che si voleva continuare a proporre questo tipo di scelta che poteva garantire anche una rivitalizzazione del commercio.

Sicuramente dal punto di vista estetico, architettonico ed urbanistico alcune di queste decisioni sono state discutibili, tuttavia hanno mostrato un coraggio nell’operare scelte che avrebbero unito l’aspetto estetico con quello dell’utilità commerciale. Forse si sarebbe potuto addirittura osare di più e dotarsi di una vera e propria galleria commerciale. È tardi ora per rimediare? Io penso che se ritrovassimo il coraggio di pensare in grande per progettare la città del futuro, avvalendoci delle idee di tanti giovani architetti che con passione si impegnano per il bene della città e non ci limitassimo all’<<ordinaria amministrazione>>, allora la speranza di avere un <<centro commerciale esteso>> lungo l’asse centrale cittadino forse non è così impossibile da realizzare.

 

Recuperare tutto il patrimonio edilizio ormai vuoto e progettare tenendo presente non solo il fine dell’utilità ma anche quello della bellezza: questa è la sfida che, a mio avviso, potremmo e dovremmo affrontare.

Paolo Rapposelli

 

 

Paolo Rapposelli
Nasce nel quartiere storico di Santa Maria a Chieti nel 1957. Studia nel Liceo Classico G.B. Vico e si laurea a pieni voti nella Facoltà di Scienze Politiche a Teramo. In seguito consegue il Diploma in Scienze Religiose presso l’ISSR di Chieti. Vive e lavora a Chieti dove insegna da oltre 30 anni nell’ITCG “Galiani- de Sterlich” presso il quale svolge anche mansioni di collaborazione col Dirigente Scolastico. È sposato e ha tre figli. Fin dall’adolescenza ha coltivato il suo forte interesse per la storia locale, ereditata dal padre, e la passione per l’automobilismo degli anni 60 e 70. Ha pubblicato una parte della sua tesi di laurea su Filippo Masci e ha collaborato con diversi autori nella ricerca del corredo iconografico di alcuni volumi sia di storia locale che di storia dell’automobilismo. Da qualche anno si è impegnato in un lavoro di ricerca delle foto di Chieti e ne ha divulgato i risultati sia attraverso diverse conferenze tenute in città sia attraverso i social network.
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