PROCESSO A D’ANNUNZIO

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Per gli amanti della letteratura l’Abruzzo è una terra ricca di tesori, di luoghi che sono stati Patria e fonte inesauribile d’ispirazione di molti letterati.


Parliamo di Ignazio Silone, John Fante, Ovidio, Benedetto Croce, Ennio Flaiano, Gabriele D’Annunzio.
Quest’ultimo, nato a Pescara nel 1863, è stato uno dei personaggi più rappresentativi della cultura sia nazionale che europea.
Potremmo azzardare che D’Annunzio ha rappresentato per la letteratura quello che i Beatles sono stati per la musica; così come i quattro ragazzi di Liverpool negli anni ’60 sono riusciti a sconvolgere e rivoluzionare le mode e la storia della musica, così D’Annunzio negli anni a cavallo tra l’ ‘800 ed il ‘900 è stato un uomo che ha saputo imporre i propri sogni trasformando la figura dell’intellettuale, a cui fino ad allora si era abituati, facendo della sua vita un’opera d’arte (come gli rammentava sempre il padre) ed influenzando più generazioni nel gusto e nella visione del mondo.

Certamente D’Annunzio uomo può essere discusso per le passioni ed avventure  che hanno caratterizzato la sua vita; vita che egli considerava unica nel suo ardore, nella sua sensualità, nel suo eroismo ed attraversata da mille esperienze tutte vissute e nessuna lasciata intentata.
Celebri i suoi motti :
” Memento audere semper “
” Ardisco ma non ordisco “
” Tutto fu ambito e tutto fu tentato “
E come non ricordare ciò che scriveva in poesia:
“Ama il tuo sogno se pur ti tormenta

Amalo come se fosse l’unico
amalo come se avesse l’anima
amalo e raccontagli di te
amalo e ricordalo in te
amane il suo passato
amane il suo presente
ora.
La mia anima visse come diecimila.”
(Maia, Laus Vitae).
L’Italia del dopoguerra ha cercato in tutti i modi di sbarazzarsi di lui, alternando condanna ed indifferenza, ricordando sempre e solo le indecenze, i grandi appetiti sessuali non sempre accompagnati da un’altrettanta stima per le donne, l’arditismo pronto a svanire dietro lauti compensi .
Generazioni di insegnanti  hanno  demonizzato D’Annunzio sminuendone il valore a semplice esercizio stilistico, privo di poesia, seguendo solo l’eco dei suoi scandali e dei suoi presunti plagi con giudizi a volte miopi ed accecati da ideologia.
Ma di D’Annunzio ci sarebbe anche altro da ricordare, a cominciare dalla sua genialità che gli ha permesso fin da giovinetto tra le mura del collegio Cicognini di scrivere arabeschi letterari in tutte le principali lingue europee.
D’Annunzio è stato anche un uomo generoso e lo ha dimostrato allorquando fece esordire Giovanni Pascoli nella “sua” rivista Il Convito: questo accadeva per puro amore della poesia, lontano da invidie e rivalità quando il Pascoli era un uomo pressoché disperato e cirrotico, schedato dalla polizia e prossimo alla galera.
D’Annunzio è stato anche un uomo dotato di un eccelso narcisismo che gli permise di architettare l’entrata nel suo studio al Vittoriale, appositamente più bassa del normale,  in modo che le persone per entrarvi dovessero istintivamente inchinarsi, chinandosi così anche a lui che le attendeva all’interno.

E come non ricordare lo scherzo ai danni di Mussolini sempre al Vittoriale? Il Vate lo aveva fatto attendere in una cella fatta appositamente costruire come la Porziuncola di San Francesco senza sedie e con solo un inginocchiatoio al suo interno; D’Annunzio, che tutto vedeva attraverso la serratura, entrò nella stanza solo quando il duce, esausto, si era appoggiato su quel simbolo di prostrazione con le ginocchia stanche.  A Mussolini non restò che fare buon viso a cattivo gioco  e ricordando i trascorsi aviatori di D’Annunzio, lo salutò cosi: «Salve, o alato fante» e il sommo poeta abruzzese, che ricordava Mussolini combattente della Grande Guerra nei Bersaglieri, incalzò: «Salve, o lesto fante». Verrebbe da pensare all’idea nietzschiana del superuomo e di come sadicamente potesse venir ridimensionata la figura del creatore del fascismo da parte del poeta solo per soddisfare l’esigenza di evidenziare la vanesia ostentazione di una presunta superiorità dello stesso, in qualsiasi ambito ed il conseguente distacco dalla massa, anche di fronte al duce.

Una sorta di sadismo dal quale evidentemente provava un inusitato piacere, come quando nei salotti mondani a cui spesso partecipava, si divertiva a chiedere ai salottieri cosa ne pensassero della sua ultima opera letteraria, precisandone il titolo e gli altri pur di adularlo e compiacere la sua vanità, di quell’opera ne tessevano lodi oltre misura ma entravano in difficoltà nel momento in cui il vate chiedeva agli stessi di entrare più nello specifico: impresa impossibile visto che quell’opera non era mai stata scritta ed il titolo era stato inventato di sana pianta pur di divertirsi con sadismo nel vedere l’imbarazzo dei suoi adulatori.
Il poeta, meglio di qualunque bocconiano laureato in marketing dei giorni attuali, è stato anche un ottimo promotore di se stesso; lo stesso, quando Guido Treves pubblicò la seconda edizione de Il Piacere, riuscì a far vendere l’intera tiratura in un solo pomeriggio divulgando la notizia di essere morto caduto da cavallo lungo la strada per Francavilla.

Non si può non ricordare inoltre l’estate panica e sottile di D’Annunzio che con i suoi profumi di mare, di muschi, di fieni, di erbe in fiore e con i suoi sapori di arance e pesche pervade meravigliosamente le liriche di Alcyone.
Le composizioni delicate e malinconiche del Poema Paradisiaco ci fanno pensare ancora come D’Annunzio ingoi in un sol boccone tutti i dimessi poeti crepuscolari dell’epoca.
Parlando di lui si, potrebbero citare le parole del critico Francesco Flora: “Ognuno di noi…riconosce in D’Annunzio un familiare che arricchì la nostra vita di miti poetici e di alate illusioni“.
Infine, per dirla con il grande Eugenio Montale “non si diventa poeti e non si arriva al Novecento senza aver attraversato D’Annunzio“.
Ed allora attraversiamolo questo poeta nostro conterraneo e cerchiamo di porgerlo con più grazia :  deponiamo le armi , la guerra è finita,  trionfi la poesia.

Lettera che il sedicenne Gabriele scrisse a Giosué Carducci, mentre frequentava il liceo all’istituto Cicognini di Prato, ricordando che allora Carducci era il più rinomato poeta italiano.

Illustre signore, quando ne le passate sere d’inverno leggevo avidamente i suoi bei versi, e gli ammiravo dal profondo dell’animo, e sentivo il cuore battermi forte di affetti nuovi e liberi, mi venne molte volte il desiderio di scriverle una letterina in cui si racchiudessero tutti questi sentimenti e questi palpiti giovanili. Prendevo il foglietto e la penna, ed ascoltando la voce gentile dell’anima tiravo giù le prime righe con una furia e un ardore indicibili; ma nel voltar pagina mi assalivano a un tratto cento curiosi pensieri che mi costringevano a smettere, ed a scuotere la testa come per dire: che gran sciocco son io!… Mi pareva infatti una solenne sciocchezza che un giovinetto di sedici anni come me, oscuro alunno di liceo, scrivesse a un poeta come lei, già famoso in tutta l’Italia, soltanto per fargli sapere che l’ama, lo riverisce e l’ammira. […]
Io le parlo co’l cuore su le labbra, e sento dentro di me una commozione strana e vivissima, e mi trema la mano nel vergar queste righe. Io voglio seguire le sue orme: voglio anch’io combattere coraggiosamente per questa scuola che chiamano nuova, e che è destinata a vedere trionfi ben diversi da quelli della chiesa e della scuola di Manzoni; anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne; anch’io voglio consacrare a l’arte vera i baleni più fulgidi del mio ingegno, le forze più potenti della mia vita, i palpiti più santi del mio cuore, i miei sogni d’oro, le mie aspirazioni giovanili, le tremende amarezze, le gioie supreme… E voglio combattere al suo fianco, o Poeta! Ma dove mi trasporta l’ardore?… Mi perdoni Signore, e pensi che io ho sedici anni e che son nato sotto il sole degli Abruzzi.”

L’11 aprile 1901, Gabriele D’Annunzio coronò il suo sogno di incontrare Carducci  e i due si trovarono a pranzo assieme, nella redazione del Resto del Carlino. Va però detto che l’incontro tra i due poeti non suscitò quell’entusiasmo che ci si poteva aspettare e questo perché il poeta toscano non è che fosse un campione di intrattenimento. A testimonianza di tutto ciò va ricordato che uno dei dialoghi più lunghi tra i due fosse il seguente. D’Annunzio, porgendo un frutto a Carducci, esclamò: <Offro questo divino pomo al vate eterno della nostra Italia.> L’imperturbabile risposta di Giosuè Carducci fu: <A me sembra una mela!>.

Rita Valente

Rita Valente
Nasce nel 1960 a Chieti nel rione Sant'Anna dove da sempre risiede.
Già nell'infanzia manifesta interesse per il corpo umano divertendosi a sventrare bambole e pupazzi di pezza per cui, nonostante la passione per lo sport ed un discreto successo adolescenziale nell'atletica leggera che la portano a diventare campionessa regionale di salto in lungo, decide di intraprendere gli studi in medicina e di dedicarsi in seguito alla ricerca genetica. I geni sono la sua passione... e non solo quelli cromosomici!

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