RITRATTO DI PROVINCIA NELLA CHIETI DEGLI ANNI ’60

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È passato più di mezzo secolo e, a parte le caserme che oggi sono inesorabilmente chiuse, non è che sia cambiato poi molto a Chieti, soprattutto nell’indole dei suoi cittadini, coi modi di esprimersi, nei rapporti interpersonali, nell’affannosa ricerca di migliorare se’ stessi e di progredire facendo un passo avanti ma fatalmente anche due indietro e guardandosi di continuo ad un virtuale specchio per compiacersi in un ingenuo auto consenso.

Chieti negli anni ’60 è la capitale del perbenismo della provincia abruzzese, la sorella più anziana, quella elegante da salotto, anche un po’ snob, che guarda le altre città dall’alto verso il basso, senza rendersi conto che i suoi ritmi sono dannatamente lenti, non più consoni ad una viva dinamicità che ha ormai preso piede nelle città dello Stivale, contestualmente al boom economico del miracolo italiano, soprattutto rispetto alla dirimpettaia Pescara che pare viaggiare ad una velocità doppia, tripla rispetto a Chieti e gioisce nel vedersi progredire e crescere a vista d’occhio.

Questo moralismo un po’ ipocrita, che sembra ricalcare anche una certa definizione da dizionario del termine teatino, riesce altresì a consentire che al suo interno si producano squarci che però si vogliono tenere celati senza mai palesarli, pur di non turbare quell’immagine che lo specchio si vuole che continui a mostrare.

E così in questi anni è un susseguirsi di scandali e scandaletti da Novella 2000 che non risparmiano nessun ceto sociale di quest’angolo della provincia italiana.

Si comincia con la storia di Don T. T. che di professione fa il parroco ma che ama scrivere saggi devozionali, in particolare quelli su San Giustino, finché qualcuno, a cui il molto reverendo sta sui cosiddetti, non inizia una campagna diffamatoria nei suoi confronti, riducendo alla berlina i suoi scritti agiografici ed arrivando anche a mettere in dubbio la sacra esistenza del santo protettore teatino. Il don non ci sta più e manda tutti al diavolo, decidendo di lasciare l’ingrata città per cotanto delitto di lesa maestà. Fin qui i fatti ufficiali ma accanto a questi vi sono pure i controfatti che parlano del religioso che fa le valigie per andare a predicare altrove sì ma accompagnandosi nel viaggio con la bella parrocchiana che quotidianamente frequentava il suo confessionale, non si sa bene per cosa, anche se è facile intuirlo.

E cosa dire poi dell’ufficio postale dove tre impiegati ed una impiegata vennero denunciati perché sorpresi, tra un telegramma ed un altro, in una oscena ammucchiata fra colleghi nella stanzetta della telescrivente. E sempre a Chieti un’altra denuncia colpì un poco nobile signore che vendeva gli intimi servigi di sua moglie e di sua cognata, reclamizzandole con inequivocabili foto dalle pose talmente ammiccanti, che i calendarietti profumati da regalo, in uso ai barbieri dell’epoca, al contrario sembravano innocui santini.

Poi c’erano i viziosi da trasferta, quelli che andavano nella moderna Pescara per cercare di soddisfare i repressi istinti di libido; è il caso di un geometra teatino, dalla mania quanto mai singolare, che ogni sera si recava nella città dannunziana a caccia di giovani infermiere: era ossessionato dalle operatrici sanitarie, non si sa per quale rotella malfunzionante che aveva nel cervello ed il massimo della goduria per lui era la ricorrenza del 14 luglio. Ogni anno a Bucchianico si ritrovavano le infermiere di tutta Italia appartenenti all’UCI (Unione Cattolica Infermieri) per l’annuale donazione dell’olio votivo che alimentava la perenne fiaccola della Carità di San Camillo de Lellis, come è noto, protettore di coloro che esercitano la professione sanitaria. Il “malato” si affidava alle preziose cure delle operatrici sanitarie passando e ripassando nel nugolo della folla infermieristica, al solo scopo di strusciarsi contro le gambe ed i glutei delle sue ignare prede. Una sorta di Gerardo Cacchione di fine anni ’60 con il vizio della ciammaichella strusciante tra i camici bianchi: ops, mi scusi, ‘ndanghete, pardon…

Ma a Pescara ci andava anche una apparentemente irreprensibile mogliettina di Chieti, proprio per fare sesso in una casa d’appuntamento, dove venne sorpresa, non senza notevole imbarazzo, da un suo concittadino, anche lui in cerca d’emozioni fuori dalle mura teatine. Si ritiene che la bella di giorno, che si metteva in viaggio di mattina mentre il marito era al lavoro, non lo facesse per soldi ma proprio per diletto, visto che il marito benestante era un affermato medico.
Fu inevitabile l’ignominia avvertita dalla coppia, ogniqualvolta la si vedeva passeggiare lungo il Corso Marrucino, tra i risolini ed i commenti sottovoce della gente.

Ma in città e fuori Chieti, i teatini non coltivavano i loro hobby solo col sesso, visto che, sulla falsariga del cenacolo michettiano, in quegli anni nella città di Achille veniva fondato un circolo che scimmiottava un’accademia di artisti e letterati: un coacervo di soggetti fra loro del tutto eterogenei, che si ritenevano scienziati, poeti, letterati, inventori, geni di qualsivoglia branca, che avevano in comune la volontà e la sedicente capacità di cambiare il mondo intero. A capeggiarli era una mente sublime dal talento geniale e che genio! Il personaggio aveva partecipato ad un concorso per essere assunto come bidello dell’Istituto Tecnico Industriale di Chieti ma era stato inesorabilmente bocciato e per rifarsi aveva deciso di fondare l’accademia teatina che via via inseriva nuovi adepti e personaggi singolarissimi.

Insomma si aveva l’impressione che la gente che si riuniva nello studio fotografico del Corso per partecipare a queste riunioni del sabato sera, lo faceva solo per divertirsi a sentire le gesta di cotanta scienza e letteratura. C’era un matematico che diceva di aver inventato la pila termica, la luce nera ed un metodo di calcolo per i numeri primi, poi c’era il muratore che si credeva Gabriele D’Annunzio ed ogni sabato declamava i suoi versi: <Mezzodì rintocca tutti i dì, par che suoni a festa e la gente si ridesta. È un rintocco che si ripete ogni dì al solo rintoccar del mezzodì>, oppure:  <Due lagrime mi sgorgarono sulla fronte…> Gli astanti erano piegati a fisarmonica per trattenersi a stento dal ridere ma non lo davano a vedere per non rovinare l’arcadica atmosfera, così come non si permettevano di chiedere all’edil Vate come fosse possibile far sgorgare le lacrime sulla fronte: manco la Madonna di Siracusa sarebbe riuscita in tale prodigio. Lo stesso muratore si innamorò poi di una studentessa dello Scalo, alla quale regalava versi d’amore ma la relazione si interruppe quando il muratore, per darsi un tono da aedo, si ostinò a chiamarla ripetutamente ed in presenza di altri con il nome di Saffo, solo perché l’aveva letto su uno sgualcito Bignami e suonava bene all’orecchio, però non aveva colpevolmente approfondito l’esatto significato dell’epiteto.

All’interno del simposio teatino c’erano altri due personaggi che animavano la monotonia dei sabato sera chietini e si distinguevano per le loro frequentazioni con gli extra terrestri: un pittore, peraltro bravo, che nelle sue tele dipingeva sotto l’influsso ispiratore di un marziano e poi il presidente di un movimento di fraternità universale, titolare di diversi diritti araldici e nobiliari da far invidia alle case regnanti europee, che affermava di essere vissuto quattro volte e di recare messaggi da civiltà di altre galassie. Di certo in quei tempi a Chieti non ci si annoiava.

Com’era lecito aspettarsi, il simposio in breve tempo chiuse i battenti, onde evitare che si scatenasse una pandemia di disgregazioni famigliari per le giuste aspettative delle mogli dei soci che auspicavano di passare il sabato sera in maniera diversa, piuttosto che rintanarsi in casa, mentre i mariti erano affaccendati nelle amenità del sottobosco teatino. Pertanto i reduci del cenacolo, almeno quelli che non avevano una fissa occupazione, si ritrovavano nelle ore ante meridiane seduti come dei vitelloni davanti al Caffè Vittoria, separati tra loro in singoli tavolini che occupavano individualmente, non per consumare, bensì per risolvere schemi di parole crociate, in una sorta di certame enigmistico dove chi trovava per primo la soluzione doveva gridare: <Ho finito!> per guadagnarsi l’astiosa invidia degli avversari.

In questi anni anche la politica mostrava il suo volto più stravagante; erano i tempi del dualismo democristiano tra Remo Gaspari, all’epoca viceministro agli Interni e Lorenzo Natali, ministro dei Lavori Pubblici.

Chieti, da sempre roccaforte gaspariana, aveva inopinatamente espresso un sindaco nataliano come Fulvio Di Bernardo, salito a palazzo d’Achille grazie agli scontenti che non avevano ottenuto i “legittimi” favori da zio Remo. La guerra tra i due leader abruzzesi della DC era di natura diplomatica: non si sopportavano ma neanche potevano palesare questa reciproca antipatia ed era raro, se non impossibile, vederli assieme nello stesso posto e nello stesso momento. Così accadeva che mentre un sindaco invitava Natali all’inaugurazione della scuola di un comune, in quel momento Gaspari si trovava in un altro paese a tagliare il nastro per un’altra opera pubblica. Un lavoro extra, quello delle segreterie dei due leader scudocrociati abruzzesi, finalizzato a creare opportune sovrapposizioni onde evitare imbarazzi all’uno e all’altro. Poi c’erano quegli amministratori furbi che ora si mostravano gaspariani mentre il giorno dopo diventavano improvvisamente nataliani, per non far torto a nessuno dei due ma soprattutto a se’ stessi. Non era di questo avviso don Saverio Di Renzo, parroco di Brecciarola che non ci pensava proprio di stare coi piedi in due staffe, come tanti camaleonti abruzzesi, ostentando invece la propria fiera appartenenza al Gaspari Fan Club.

Il nataliano sindaco teatino aveva interpretato questa cosa come un chiaro affronto alla propria persona, prima ancora che a quella del ministro e perciò decideva di fare un dispetto al prevosto; requisiti alcuni locali di proprietà comunale ma da sempre in uso alla parrocchia di San Bartolomeo, aveva di fatto sfrattato Don Saverio. Costui aveva deciso di rispondere con altrettanta fermezza, svuotando i locali e mettendo dapprima in mezzo alla strada le Madonne, i Santi, le suppellettili della canonica ed i paramenti sacri, per poi suonare a distesa le campane al fine di richiamare l’attenzione dei fedeli, destando l’indignazione popolare nei confronti dell’amministrazione comunale. La querelle si era risolta con la mediazione del questore di Chieti che, per evitare problemi di ordine pubblico, aveva disposto che il tutto tornasse come prima, con evidente smacco ai danni della Giunta comunale. E la posizione dell’arcivescovo quale fu? Sulle prime Mons. Capovilla decideva di non compromettersi assumendo le difese dell’uno o dell’altro ma poi aveva scelto una soluzione del tutto opposta, raggiungendo Vasto per officiare la messa funebre di un noto esponente del PCI locale.

Infine c’era lo struscio, che in tempi successivi si chiamerà vasca: un andirivieni continuo e lento lungo il Corso, da Scardapane alla Trinità e ritorno, da ripetere più volte, di tanto in tanto intervallato da una capatina all’Upim, per riempire interi pomeriggi e sere, prima di rientrare a casa per la cena. Lo struscio rappresenta la metafora della flemmatica attività teatina con i suoi ritmi scanditi nella proverbiale lentezza della città della camomilla, dove tutto sembra andare a rilento, anche la vita esistenziale e non è detto che non sia un bene. In questo percorso, che durava anche quattro ore, i giovani della Chieti degli anni ’60 compivano un rituale ben preciso: andavano avanti nella quotidiana passeggiata sul Corso, virando al termine di ogni vasca e ad ogni vasca veniva eseguita la cosiddetta puntata.

Ma cos’era la puntata? Premesso che dovevi accompagnarti a membri del tuo stesso sesso se non volevi essere etichettato come ufficialmente fidanzato, perché un ragazzo ed una ragazza che passeggiavano insieme negli anni ’60, anche a debita distanza laterale, non potevano che essersi fidanzati, i giovani d’opposto sesso che s’incrociavano nella vasca erano soggetti alla puntata dell’uno e/o dell’altra che stava a significare il primo step dell’interessamento verso l’interlocutore visivo: uno dei due piantava gli occhi addosso all’altro dimostrando di piacergli ed in quello sguardo si condensavano mille parole che ci si scambiava virtualmente. La vasca successiva era molto importante perché se nella prima puntata ci si dichiarava a sguardi, nella successiva ci si aspettava la conferma ed eventualmente anche la contro-puntata ed è in questo frangente che si assisteva ad un repertorio di idiozie olimpioniche. Nella conferma della puntata poteva avvenire che l’altro manifestasse il suo assenso in modalità svariate: sorridendo come un ebete, parlando con gli amici stupidamente ad alta voce o anche canticchiando, in modo beota, il tormentone del momento.

Più spesso capitava semplicemente di puntarsi vicendevolmente e di ripetere questa liturgia per tutta la serata, anzi per giorni e financo per mesi interi prima di dichiararsi verbalmente, in occasione di feste a casa di un comune amico. Quanta fatica! A Chieti un tizio del G.B. Vico riuscì a dichiararsi ad una tipa del Masci durante una festicciola studentesca, quando la invitò a ballare uno shake sull’improvvisata pista del salotto di casa, salvo poi estrarre dalla tasca dei pantaloni un plico di migliaia di versi a lei dedicati, composti di straforo al liceo durante le lezioni. La tipa ci mise subito a capire che soggetto aveva davanti e, ritenendolo particolarmente palloso, decise di troncare subito la neanche iniziata relazione, anche perché aveva adocchiato un altro un ragazzo del Galiani più interessante: tre mesi di puntate gettati al vento e tremila versi in trimetri giambici inutilmente prodotti e manco buoni per essere riciclati!

Eravamo verso la fine degli anni ’60 e, tra una vasca e l’altra, gli echi mondiali del movimento sessantottino giungevano anche a Chieti, dove il fenomeno cominciava, pur se lentamente, ad attecchire.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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