SIMBOLOGIA ALCHEMICA NELLE CHIESE TEATINE: SANT’ANTONIO ABATE (PARTE PRIMA)

Tempo di lettura: 4 minuti

Non ci si stupisca dell’accostamento, solo in apparenza ardito, fra religione ed alchimia: si tratta in fondo di due discipline dello spirito, con visioni cosmogoniche se non sovrapponibili, decisamente con moltissimi punti in comune. D’altra parte entrambe affondano le loro origini nella notte dei tempi, e fra la religione cristiana e l’alchimia è quest’ultima ad averle più antiche.

In passato, è vero, a volte la Chiesa ha preso decisamente posizione contro la pratica alchemica, ma curiosamente il Papa più intransigente, Giovanni XXII, è stato anche autore di un trattato sulla pietra filosofale, ed un altro prelato molto ortodosso come Pierre de Corbeil, arcivescovo di Sens nel XIII secolo, che storicamente perseguì a volte fino al rogo presunti alchimisti, scrisse anche il testo della ‘Festa dell’Asino’, indubbiamente “profano“ e denso di simboli alchemici, oltre a testi e melodie quali ad esempio “Patrem Parit Filia“, fortemente allegorico ed ancora oggi cantato in Carola a Natale nel Regno Unito.

E’ peraltro in evitabile che una comune storia millenaria condivida culture e linguaggi comuni, prendendoli vicendevolmente a prestito l’una dall’altra e viceversa. Per chi volesse approfondire, c’è un bel libro, documentato e scorrevole, “La via dell’Alchimia Cristiana“, scritto da Severin Batfroi ed edito in Italia da Arkeios.

Con tali premesse, capita a chi ha letto qualche libro di alchimia (ed io confesso di averlo fatto) di ritrovarsi occasionalmente ad ammirare un simbolo, un quadro, uno stucco, che dall’interno di una chiesa ci parli in qualche modo d’altro. Non capita spesso, invece, di trovare una così grande concentrazione di tali simboli in una chiesa sola, come nel caso di Sant’Antonio Abate a Chieti.

Il primo rimando potrebbe benissimo essere casuale ed anche piuttosto fragile, trattandosi della scritta posta sopra la croce sull’altare maggiore: “O Crux Ave spes unica”, se non fosse che questa scritta campeggi (in un cartiglio posto sul braccio di vertice) sulla croce di Hendaye, in Francia, cui l’alchimista francese Fulcanelli dedicò un intero capitolo di un libro che alla fine decise di non pubblicare, ma del quale il suo discepolo Canseliet incluse, a partire dalla seconda edizione (Fulcanelli era ormai scomparso) del Mistero delle Cattedrali, il pilastro fondamentale del sapere alchemico del XX secolo, il relativo capitolo. Senza potersi soffermare troppo, la parola ‘croce’ ha etimologia comune con crogiolo (crux e crucibulum) ed in alchimia il simbolo + indica sia il crogiolo sia il cosiddetto “fuoco segreto“.

Così ben predisposti, girando lo sguardo sulla destra incontriamo una statua lignea, policroma, di San Giorgio che uccide il drago con una lunga spada. E’ questa immagine una delle allegorie predilette dagli alchimisti per indicare un’operazione fondamentale in cui si fa penetrare (tramite la spada) all’interno di una materia prima impura e velenosa (il drago) qualcosa di sovrannaturale (di santo, qui in questo caso, abbiamo l’eroico San Giorgio). Si dice infatti che in Prima Opera si debba “uccidere il drago“. In effetti, quella materia iniziale, venefica e terrificante, dopo tale operazione “muore“, e si trasforma in una terra più pura e feconda. Quella stessa, descritta nel Cantico dei Cantici, in cui cresceranno candidi “gigli delle convalli”.

Non finisce qui: nella nicchia proprio dietro al San Giorgio una decorazione a ghirigori incornicia un medaglione che mostra un pellicano intento a ferirsi affinché il proprio sangue possa nutrire i suoi piccoli affamati. Immagine piuttosto cruenta, essa viene spiegata come allegoria della carità, dell’amore materno e financo con il simbolo di Cristo, immolatosi sulla croce per la redenzione di tutti. Il pellicano, però, è anche uno strumento utilizzato nella “via umida“ (quella che usa alambicchi in vetro e basse temperature) per operazioni di “circolazione“: è infatti un alambicco di vetro il cui collo torna all’interno della pancia ricondensando così, in cicli, il liquido fatto evaporare dal fondo tramite il fuoco. Ulteriori significati sono il passaggio dal bianco del piumaggio (Albedo, seconda opera) al rosso del sangue (Rubedo, terza opera), ma anche dell’estrazione dello zolfo (il sangue) dal mercurio che lo veicola (un volatile).

Ce ne sarebbe già abbastanza così, ma procedendo ancora all’indietro, sulla parete opposta troviamo uno stucco in bassorilievo che rappresenta una mano che regge tre gigli. E’ questo un simbolo ricchissimo di molteplici significati in alchimia, fra cui posso citare il numero di reiterazioni di un’operazione particolare, del prodotto (di precedenti passaggi) su cui compierlo e anche del suo risultato.

Proprio di fronte, quasi a confermarci di aver ben compreso, una mano che scaturisce dalle nubi punta sulla pagina sinistra di un libro aperto: insegnamento divino trascritto sulla Bibbia? Sicuramente sì, ma anche il raggiungimento di una conoscenza che non è di questo mondo e che si consegue – si te Fata vocant, per dirla con Virgilio – solo con un aiuto dall’alto.

Per il momento ci fermiamo, ma non finisce qui: mancano ancora uno stucco e le vetrate di questa bella chiesa a parlarci della cosiddetta “Arte Sacra“.

Alla prossima…

di: Noldor
“Noldor è uno pseudonimo. La Tradizione Alchemica ne consiglia l’uso, in passato per motivi di sicurezza, oggi di privacy, ma è anche un modo per fare apostolato rinunciando alla propria identità. Noldor è teatino, anche se non lavora nella sua città, ed il nickname tradisce la sua passione per le opere di Tolkien: guarda caso, i Noldor erano gli Elfi in grado di incastonare la Luce nelle gemme.”

Big8 Friends

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *