IL VOLO DI DARIO. UNA STORIA AVVOLTA DAL MISTERO, NELLA CHIETI DEGLI ANNI ’50.

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Sotto gli ombrelloni dell’estate francavillese del 1953, i teatini, spulciando qua e là i vari rotocalchi della bella stagione, tra quelli che fanno sold out in edicola nel periodo delle ferie, si accorsero che Alba, un settimanale femminile di moda, aveva dedicato un articolo ad un fatto, quanto meno sconvolgente, accaduto a fine luglio di quell’anno proprio a Chieti ma rimasto stranamente sconosciuto negli anni successivi fino ad oggi.

La prima metà del 1953 è ricca di avvenimenti eclatanti che riempiono le cronache dei giornali: si parte con la nascita dell’Eni, poi a Mosca muore Stalin, In Italia viene approvata la cosiddetta legge truffa ma le elezioni politiche dello stesso anno non danno i risultati sperati dalla coalizione di centro sfiorati per un misero 0,15% mancante, le indagini sull’omicidio di Wilma Montesi scoperchiano un vaso di Pandora fatto di scandali che riguardano noti politici capitolini ed esponenti della Roma bene, viene rivelata al mondo la scoperta della struttura del DNA, Roma inaugura lo Stadio Olimpico, la vetta dell’Everest viene finalmente scalata, Elisabetta II d’Inghilterra è incoronata regina del Regno Unito, Fidel Castro dà il via alla rivoluzione cubana, termina la guerra di Corea, ma i lettori teatini sono letteralmente rapiti da un fatto inspiegabile accaduto a luglio di quell’anno, quando a Chieti, presso la caserma Spinucci, nell’alloggio di servizio del sottufficiale Fulvio Guerrini, dove erano rimasti Adriana, moglie del militare, la suocera ed i figli Dario di quattro anni e Wanda di un anno e mezzo, si consumava quello che potremmo definire un autentico miracolo.

Come ogni mattina la signora Guerrini si apprestava ad uscire dall’appartamento per andare a fare la spesa ed il piccolo Dario, che aveva l’abitudine di affacciarsi alla finestra per salutare la mamma, quel mattino, per salire sul davanzale, non avendo a disposizione la consueta sedia, si era pericolosamente arrampicato per raggiungere la finestra ma sfortunatamente era caduto, precipitando da 16 metri sulla sottostante strada pavimentata che fa da cornice a piazza Garibaldi.

La mamma, che nel frattempo era uscita dal portone, si era accorta che Goffredo Pierdomenico, la sentinella di guardia all’ingresso della Spinucci, armata di fucile in spalla con la baionetta innestata, si era voltato di scatto verso la sua sinistra ed istintivamente anche lei aveva guardato nella medesima direzione, constatando che suo figlio era appena precipitato da quell’altezza ed era riuscita a vedere la scena proprio nel momento in cui un altro bambino, un po’ più grande di Dario, lo sorreggeva dalle ascelle, per poi adagiarlo delicatamente sul selciato.

Nella confusione del momento, la madre urlando si era gettata sul corpo del piccolo e, ritenendolo agonizzante, era riuscita ad allontanare la guardia ed i militari della caserma, nel frattempo accorsi, richiamati dalle urla disperate della signora Adriana. Intanto si era formato un capannello di cittadini che si adoperavano per prestare soccorso al piccolo, aiutando la madre ad accompagnare Dario nel vicino Ospedale Santissima Annunziata.

Qui i sanitari avevano constatato che Dario non presentava nemmeno un’ammaccatura, né un graffio, con le radiografie che confermavano l’assoluta assenza di qualsiasi danno o lesione e stentavano a credere al racconto della madre che affermava che il bambino fosse precipitato da una simile altezza.

A questo punto si verificò un fatto strano, anzi inconcepibile: il bambino che, prima di tutti, aveva soccorso Dario era nel frattempo sparito e la guardia che per primo aveva notato il piccolo esanime a terra, affermava di essere certo di non aver rilevato la presenza di alcun altro bambino all’infuori di Dario, nonostante le insistenze della madre che giurava di aver chiaramente visto un ragazzino biondo soccorrere suo figlio, prendendolo in braccio.

Va peraltro detto che, solo il giorno prima, Dario, recatosi in chiesa, aveva donato alla statua del Gesù Bambino un giglio ed interrogato all’ospedale sulle circostanze della caduta, lo stesso aveva detto qualcosa di sconcertante: <Sono caduto ma il bambino del giglio era lì e mi ha preso in braccio>.

Sulle prime, l’unico a credere al racconto della madre parve essere proprio Pierdomenico che non riusciva a capacitarsi di come il bambino, precipitato dall’ultimo piano della Spinucci, dalla finestra a perpendicolo sulla sua testa, anziché piombare dritto verso il basso, probabilmente infilzato dalla baionetta, si fosse trovato a terra ad un paio di metri da lui, come se la traiettoria della caduta avesse seguito una inspiegabile linea diagonale. A Chieti la notizia fece gridare al miracolo ma c’è un antefatto che val la pena raccontare.

Quella dei Guerrini è sempre stata una famiglia estremamente religiosa e la coppia, sposata da cinque anni, era vissuta coi due figli nella pace e nell’armonia di un nucleo veramente felice, fin quando una serie di eventi tragici aveva funestato la loro serenità.

I coniugi Guerrini avevano appena perduto un figlio alla nascita, con la stessa madre che aveva rischiato di morire di parto. Poi era toccato a Dario e Wanda, ammalatisi entrambi della stessa malattia ed il maschietto aveva lottato tra la vita e la morte riuscendo a scamparla. In quei giorni quel gramo destino aveva continuato ad accanirsi sulla famiglia, stavolta nei confronti della madre di Fulvio ricoverata in ospedale a Perugia, in preda ad atroci sofferenze che la inchiodavano a letto, facendo temere il peggio per lei e da un paio di mesi anche Fulvio era stato aggredito da un’altissima febbre che aveva consigliato l’immediato ricovero all’ospedale militare di Chieti.

La guerra era finita da meno di dieci anni e per Fulvio, già militare del Regio Esercito, che dopo l’8 settembre ’43 aveva partecipato alla resistenza in Umbria ed era miracolosamente scampato alla cattura da parte dei tedeschi, non era del tutto lenita la terribile ferita che gli aveva procurato la barbara uccisione di Dario, suo fratello ventenne, che aveva poi inteso “rinnovare” nel nome, alla nascita del proprio primogenito. 

In poco tempo, quella che era una famiglia religiosissima, quella che ogni sera recitava il rosario e leggeva passi del vangelo, provò un fortissimo sconforto, tale da mettere in dubbio la fede in Dio. Fulvio, poco prima di essere ricoverato, in balia della disperazione, in lacrime aveva gridato: <Dio ci perseguita! Ci odia! Cosa gli abbiamo fatto di male?>

E così Adriana in un drammatico lunedì di luglio, in preda a mille pensieri e altrettante

Dario Guerrini insieme alla madre e alla sorella ritratti alla finestra dalla quale era precipitato alcuni giorni prima.

 

preoccupazioni, mentre nervosamente stava fumando una sigaretta, l’aveva spenta a metà, pur senza gettarla ma riponendola nel posacenere, decidendo di uscire di casa prima del previsto per recarsi in ospedale dal marito, per poi andare a fare la spesa ed era accaduto ciò che sarebbe stato oggettivamente irreparabile.  

Improvvisamente le nubi oscure che avevano offuscato la quiete di casa Guerrini, in quella prima metà del ’53, sembrarono diradarsi per dar finalmente spazio al sereno: a distanza di pochi giorni il sottufficiale era uscito dall’ospedale militare e la malattia, che sin da subito si preannunciava estremamente grave, era stata vinta con relativa felicità ed anche da Perugia erano arrivate quasi contemporaneamente buone nuove, con la nonna paterna che aveva visto scomparire gli atroci dolori che l’assillavano.

Non è agevole dare una spiegazione logica a questo fatto inconcepibile e forse l’unica plausibile interpretazione è quella fornita dallo stesso Fulvio Guerrini al settimanale Oggi che pure si occupò della vicenda nel numero che celebrava la fine dell’incubo della guerra coreana: <Ho avuto una meritata lezione. É come se il Signore mi avesse detto “Tu un giorno mi hai accusato di perseguitarti: è stata una bestemmia e ci sono rimasto male. Io non perseguito nessuno, avrei potuto ridurre tuo figlio ad un mucchietto di carne maciullata; potevo farlo ma non l’ho fatto. Ora non essere un ingrato, non bestemmiare più e ricordati che hai una moglie e dei figli che ti vogliono bene e che sono belli e sani: cosa vuoi di più dalla vita?” Ecco penso che Dio abbia inteso farmi questo discorso.> 

Nel frattempo la moglie Adriana aveva raccolto la mezza sigaretta fumata quel lunedì mattina e l’aveva delicatamente riposta in una teca di vetro, a perenne ricordo della grazia ricevuta, facendo il voto di non fumar più per tutta la sua vita ed insieme a Fulvio, che aveva finalmente ritrovato il messaggio di Dio, decise di perseverare con rinnovato entusiasmo nell’educare i propri figli con cristianità e con quei valori morali che ad essa si ispirano.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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3 risposte a “IL VOLO DI DARIO. UNA STORIA AVVOLTA DAL MISTERO, NELLA CHIETI DEGLI ANNI ’50.”

  1. Il Distrettio militare m negli anni cinquanta , non era comunque alla Caserma Spinucci ma presso l’ex caserma di lArgo S. Maria, quella sotto la cui piazza d’armi sorge oggi la grande autorimessa di via S- Olivieri. Ma questo, forse era già chiaro. Un bimbo che cade da 16 metri e può raccontarlo alla madre ha effettivamente del miracoloso.

  2. Se ce n’era bisogno viene dimostrato la insensatezza della così detta della riservatezza (che viene chiamata non si sa perché privacy in inglese) che offre a tanti burocrati rispettosi
    solo formali delle leggi di far valere un piccolo potere per mettere in difficoltà ricercatori di storia o giornalisti. Buon lavoro. saluti. Mario D’Alessandro

    1. Hai ragione Mario. Gli ultimi 50 anni sono stati caratterizzati da leggi sempre più in contrasto con l’esigenza di conoscenza, come pure la rigorosa secretazione di atti in Italia che appaiono in controtendenza rispetto a ciò che accade nel resto del mondo con la pubblicazione di archivi rimasti segreti per tanti anni. Tutto ciò impedisce all’opinione pubblica ed agli storici in particolare, la perfetta comprensione di tanti accadimenti italiani che restano ancora avvolti nel mistero. E’ forse un caso se la storia che si studia nelle scuole italiane si fermi, da tempo immemore, alla seconda guerra mondiale?

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