STORIA DI ENZINO

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Era mattina quando la notizia piombò sulla città. All’ora di pranzo, attoniti, lo sapevano proprio tutti che Enzino Cipolla se n’era andato e nessuno ci voleva credere. In molti continuarono a sperare  fosse uno dei suoi soliti scherzi. Ma non era così. Se n’era proprio andato, Enzino, di notte, per un infarto o chissà quale accidente, dopo che una tosse terribile non gli aveva dato tregua per ore.  Si stava vestendo per l’ ospedale, fra un’imprecazione e una preghiera al Padreterno, ché l’Aulin non gli aveva fatto nulla e insomma era il caso di  capire da dove venisse quella tossaccia, lì in Val d’Aosta, ospite degli unici parenti rimasti:  il tempo di infilarsi i pantaloni e amen, non c’era più.

Tornò due giorni dopo a casa, jeans, t-shirt azzurra e infradito ai piedi, ma dentro una cassa: ad aspettarlo c’era tutto il suo mondo, dentro e fuori la chiesa del quartiere in cui era nato. Una folla incredibile, i manifesti di amici  – e di manifesti se ne contarono a bizzeffe –  a tappezzare i muri, due strade chiuse al traffico dai vigili, 10 sacerdoti ad officiare la messa – il suo parroco però no, non c’era proprio riuscito, la voce gli si era incrinata  per la commozione… Infine, dal dedalo di vicoli e vicoletti che circondavano la chiesa si disperse nel cielo la canzone Con te partirò come fosse una preghiera, mentre  uno sventolio di bandiere sportive accompagnava il suo ultimo viaggio. Dietro, centinaia di persone che non si vedevano da anni e ora erano corse lì. Tutto per Enzino Cipolla. Che poi non si chiamava neanche così, ma Enzo De Iuliis, De Iuliis proprio con due i, e sarebbe stato un cognome elegante il suo, da tenersi stretto. Avresti detto che gli cadeva a pennello, a lui bello e fiero come un gentiluomo d’altri tempi, il naso regale, gli occhi di velluto, folti i capelli da ragazzo senza tempo e baffi su un sorriso spalancato alla vita. Però, era conosciuto nell’altro modo.

E se gli chiedevi il perché, mica ti diceva che la madre era una Cipollone e di lei soprattutto si sentiva il frutto, non del padre che era sparito dalla loro vita quando era piccolo, ma gli veniva una piega sorniona all’angolo della bocca e rispondeva che la cipolla è buona con ogni cosa, ha tanti strati sottili e un cuore verde come la speranza e quindi quel soprannome gli andava benissimo.  Per farla breve, nessuno se lo ricordava o lo conosceva, il suo vero cognome, e per ognuno era solo Cipolla.  Un figlio del popolo, Enzino, del quartiere Santa Maria, cresciuto a carezze e scapaccioni dalla madre Sinetta, pure lei molto bella, come la protagonista di un quadro di Michetti. L’aveva fatta disperare da ragazzo, quella povera mamma, a scuola non ci voleva proprio andare e di regole non ne voleva sapere anche se era stato spedito a frequentare gli scout e a servire messa “Perché l’educazione e il rispetto sono la prima cosa, figlio mio”, ma neanche la chiesa gli aveva messo il guinzaglio tant’è che un giorno cacciò la fionda dalla tasca e colpì per un rimprovero ingiusto un prete, proprio là sulla sua zucca pelata…. Robin Hood a Enzino gli faceva un baffo: scorrazzava in mezzo alle campagne appena poteva  – se lo immaginava così il paradiso, un posto dove correre in libertà, in mezzo a fiori di campo e grilli – s’era costruito da solo un rifugio sopra un albero dove  con le sue mani lavorava  e intagliava pezzi di legno, s’arrampicava a piedi nudi  su ciliegi  peschi meli e mandorli facendosi delle scorpacciate pazzesche da lupacchiotto affamato  e praticava la giustizia a modo suo, difendendo i deboli e dandole di santa ragione ai prepotenti, come quella volta che picchiò un bambino cattivo: aveva gettato una manciata di polvere e ghiaia negli occhi di un compagno – non lo voleva, no, a giocare con sé – e allora Enzino gliele aveva date da ricordarsene a vita .

Poi aveva riportato dai genitori l’altro, tenendolo fra le braccia trasformate in culla e sembrava la Pietà tale e quale, ché anche nel suo sguardo c’era il dolore per la cattiveria del mondo.  Se la voglia di studiare era zero, voglia di fare ne aveva tanta: s’arrangiava con piccole commissioni – un pacchetto di sigarette, una bottiglia di latte da portare a qualcuno in cambio di qualche spicciolo – aiutava la mamma a fare trippa e torcinelli, quelli buoni buoni da acquolina in bocca di cui riforniva un ristorante, non stava mai con le mani in mano e presto sarebbe entrato a lavorare nel Mattatoio, vicino a dove abitava. Nel rione, una coppia senza figli presso cui Sinetta faceva i servizi di casa lo voleva adottare: lei maestra, piccola, rotonda e riccia, con la grazia di una bambola dagli occhi neri, lui un bancario perbene sempre odoroso di fresco, dallo sguardo stretto e lungo e un cuore grande al punto di non saper dove mettere tutto l’amore che aveva dentro, avrebbero fatto carte false per prenderlo con loro e in tutti modi avevano cercato di convincere Sinetta, con la scusa di fare studiare il figlio e di regalargli  una vita facile. Sforzi vani: quei due vivevano l’uno per l’altro, la povertà bastava a entrambi, e allora, dopo gli esami di terza media, per Enzino ci furono solo casa e bottega: caricare e scaricare carne, anche se, a essere sinceri, non è che gli piacesse vedere scannare gli animali. Il fatto è che li amava tutti, pure gli asini vecchi dai dolci occhi che carezzava sul muso; piangeva se ammazzavano gli agnelli, del maiale sgozzato a testa in giù per raccoglierne il sangue e fare il sanguinaccio gli risuonavano di notte nelle orecchie gli strepiti quasi umani.

Anche le pecore gli erano care – Meno stupide di quanto pensate – diceva. Anzi, una s’era innamorata di lui e molti lo ricordano con quella a guinzaglio per la vie della città come se fosse la cosa più naturale del mondo. D’altra parte, che c’era da guardare? Era una creatura di Dio… e lui con gli animali ci parlava, lo capivano, e perfino le galline a sentirsi interpellate da quel ragazzo un po’ strampalato gli si affezionavano in una scintilla d’intelligenza. Una addirittura, d’abitudine risaliva la strada del Mattatoio, lenta lenta s’inerpicava per la vecchia via della Torre de’ Toppi e lo cercava affacciandosi nei bar – la testolina oltre la soglia a muoversi a scatti, destra sinistra e ancora destra –  ed era un tale fremito di coccodè che era impossibile deluderla e non farsi trovare. Così tornavano a casa insieme, il ragazzone e la gallina materna tenuta stretta sotto il braccio mentre parlottavano ciascuno nel proprio linguaggio. Poi c’era stato il pastore abruzzese, una montagna di pelo indolente con cui si tratteneva per ore, il cane disteso accanto al padrone seduto davanti a qualche chiesa, con una radio portatile sopra la spalla, a chiedere l’elemosina.  Ne era orgogliosa Sinetta:  le monete raccolte finivano tutte nelle mani di qualche povero, Che io non chiedo mica per me, le aveva detto Enzino,  ma per poveretti che si vergognano… Lui invece non si vergognava di niente e spariva  dopo aver alleggerito il cappello, col radiolone acceso a tutto volume, e a guardarlo sembrava un figlio dei fiori, sfrontato come un garofano rosso ed elastico  come un giunco. Era capace di dondolare per ore sopra corde tese tra un palazzo e un altro o fili e pali occasionali e la gente si spaventava – ora cade, gridava, miodio, avvisate la madre che questo è matto da legare – ma la madre non si scomponeva neanche un po’ ché tanto lei se lo teneva attaccato al cuore quel suo unico figlio e figuriamoci se cascava, Enzino.

Era il suo modo di divertirsi, scandalizzare gli altri, mettersi al centro dell’attenzione e magari della piazza, seduto a un tavolino rubato al bar per imitare Calindri e gridare al traffico impazzito “Contro il logorio della vita moderna datevi una calmata, alla salute!” alzando il bicchiere. La gente imprecava, ma poi scoppiava a ridere e scuoteva la testa pensando che era pazzo sì, ma simpatico. Metteva di buonumore guardarlo: vestito d’inverno con il cappotto dal bavero rialzato e dalla cui tasca una volta spuntò per un mese buono una copia de Le Figaro, per imitare un attore bello e dannato; o con lo stesso cappotto, cappello e sciarpa ma zoccoli ai piedi, in piena estate – Sempre a lamentarvi tutti, state, d’inverno che fa freddo, d’estate che fa caldo! E allora prendetele con leggerezza, le stagioni della vita…- Saggio a modo suo, sapeva che non c’è saggezza senza un pizzico di follia ed era il primo a non prendersi sul serio, Cipolla, quando si presentava alle partite di calcio in limousine travestito da sceicco miliardario – tunica bianca occhiali neri sotto il copricapo da beduino -, col sombrero a sgolarsi per la felicità di aver vinto ai Mondiali o fingendosi cieco con occhi chiusi e bastone a tentoni sotto i portici e poi, zac!  Una bella legnata sulla schiena del primo malcapitato a tiro… Si mascherava quando gli veniva l’uzzolo, lui, per allegria, non come gli altri che le maschere le portano sempre, nel grigio della loro esistenza, e sono anche tristi.

Cantava per cacciarla, Enzino, la tristezza, e cantava spesso per le strade della città svegliate dal suo passaggio e avresti detto che sorridevano anche loro quando lo sentivano arrivare. Perché era rumoroso pure senza canzoni e lo precedeva di parecchio la voce tonante con cui abbracciava chi incontrava prima di farlo davvero.  Dio ti ama!  e poi abbracci robusti, schietti e senza malizia, i suoi, cui aggiungeva baci con lo schiocco. Con le donne si comportava allo stesso modo, ma stringeva forte forte solo alcune – quelle di cui intercettava la corteccia viva, sotto le croste di trucchi abiti alla moda e profumi, e solo se l’anima odorava di sapone di Marsiglia e aria fresca. Poi sparava un Come stai? con lo sguardo profondo. Gli si inumidivano gli occhi se capiva che no, le cose non andavano proprio… Perché lui il dolore lo conosceva e sapeva riconoscerlo e rimboccava le coperte a quello degli altri, stringendolo dentro di sé come un fratello più grande. Enzino invece non aveva neppure una donna vicino, a consolarlo quando si sentiva giù, anche se il pensiero di un amore lo portava dentro, gli aveva fatto il nido nell’animo. Così. Spesso era triste e si sentiva terribilmente solo. Abbandonato da Dio. Allora lo vedevi girare a vuoto – lo sguardo malinconico che s’addensava all’improvviso, scontroso, ed era pronto alla lite, sigaretta o sigaro in bocca – e il fumo dentro cui camminava dava l’idea dei pensieri che gli turbinavano dentro.

Era intelligente, Enzino, e perciò era triste: gli stupidi non si fanno domande, lui s’interrogava sulla vita, sul senso, sul perché, e i conti non gli tornavano mai. Riandava agli anni dell’infanzia e giovinezza, a Sinetta sempre sorridente e dotata di saggezza che sapeva prenderlo  per il verso giusto e riempiva l’assenza del padre che aveva scavato vuoti senza fondo. Era lei il suo Paradiso perduto, l’equilibrio prima di un’inquietudine perenne, la persona che gli aveva insegnato a perdonare, anche un padre latitante a cui aveva finito per riavvicinarsi nel tempo. Ma la madre ora non c’era e gli mancava, anche se si affannava a farla rifiorire nelle parole. E quel dolore, mai sopito, tornava a ruggirgli dentro certe sere come il vento nelle carcasse di case abbandonate in montagna. Dio, Dio, Dio dov’era se gliel’aveva portata via? Il dolore l’aveva annichilito, era stato sul punto di perdere il senno, e il cuore s’era seccato, rimpicciolito, indurito: una noce che avrebbe voluto stritolare per farne uscire il succo amaro. Certe sere andava così, si sentiva come allora e vacillava dentro un tempo rimbalzato all’indietro. E gli venivano in mente gli amori perduti, gli affetti mancati, il suo pastore compagno di giochi e soprattutto Kim, la cockerina della sua stagione adulta. Gli occhi allora, da dolci si riempivano di lampi, schegge infuocate dentro nuvole brune. Si rivedeva sotto i portici, piegato in ginocchio per il dolore, la creatura con cui aveva vissuto in simbiosi morta fra le braccia. Le sue grida si scontravano con un cielo chiuso, ostile, e c’era chi passava di lì e affrettava il passo, facendo finta di non conoscerlo e incassando la testa fra le spalle quasi a voler scomparire davanti quello strazio che prendeva allo stomaco chiunque.

Altri, gli amici, la scuotevano, la testa, e non sapevano come consolarlo; ma lui non li sentiva proprio, né li vedeva, gli amici, perché era solo un fantasma che aveva il suo aspetto a urlare. Lui se ne stava giù, al centro di un nero  disperato, un nero di inchiostro, ed era un pozzo da cui non riusciva ad uscire,  voleva morire  – lasciatemi, ululava, c’ho un dolore che adesso me lo strappo da solo, il cuore dal petto!-   Dopo che gli aveva tolto la madre, maciullata sotto un treno mentre ritornava dalla Val d’Aosta,  almeno il conforto della cagnolina il Padreterno glielo doveva lasciare… Era stata dura rimettersi in piedi, le ossa gli si erano infragilite sotto quei colpi, eppure la fede piano piano lo aveva aiutato. Ma l’ultimo era stato il colpo d’accetta sul capo: quando se n’era andato pure Alfredo, il fratello che non aveva mai avuto, la terra gli era franata sotto i piedi. Spezzato, in frantumi, si sentiva senza riferimenti. Perché erano così diversi – un signore dai modi riservati e gentili e un ragazzo del popolo, dall’animo guascone, dalle espressioni colorite e spesso triviali – ma almeno, con lui, la leggenda oscura della solitudine l’aveva fregata alla grande. E ora Dio, il Dio dell’infanzia che sapeva d’incenso e di cose buone, non lo sentiva per nulla vicino. Questo rimuginava Enzino certe sere mentre andava rasente i muri e non guardava in faccia nessuno e la gente si scansava al suo passaggio che era meglio. Poi quando le vele del dolore e dell’ira gonfiate dalla bufera dei ricordi si afflosciavano all’improvviso, tornava ad essere il solito Cipolla, seppur venato di malinconia, dietro l’allegria apparente, alla ricerca di compagnia. Da solo non ci voleva stare e così come la sua casa si apriva a tutti, la città diventava la sua casa: le stanze i vicoli, il salone di rappresentanza i portici davanti al gran Caffè, il lavandino in tutte le fontanelle dove metteva a mollo piedi e testa per rinfrescare i pensieri e se uno gli diceva che era uno zozzone gli scoccava un sorriso irresistibile dedicandogli con voce scanzonata Rose rosse per te… Eppure l’inquietudine lo coglieva  a ondate improvvise,  e il vuoto dentro era come se in alcuni giorni s’ingigantisse:  si sentiva come una canna al vento, una di quelle canne a cui gli piaceva fare punte acuminate che se l’avesse rivolta contro di sé sarebbe morto all’istante.

I gerani di Sinetta

Ci aveva anche pensato, forse, a quanto sarebbe stato bello morire per ritrovare chi non c’era più. Anche se, nel silenzio delle sue passeggiate solitarie nella natura, quando cresceva la marea dei pensieri negativi gli pareva che i suoi dolori non sarebbero mai invecchiati, ci sprofondava dentro, quei dolori, il suo perpetuo presente. Seduto sotto un albero, senza nessuno accanto, andavano e tornavano, le sue malinconie, e lo coglieva uno struggimento infinito.  Pesante vivere appoggiato al davanzale dei ricordi. Era così solo, Enzino… Però trovava sempre la via per rasserenarsi: desiderava visceralmente Dio. Di forza allora scacciava il pensiero che la solitudine della montagna o quella del mare, le immense solitudini amate, erano un niente di fronte alla solitudine del suo animo. Diventava foglio bianco davanti allo spettacolo della creazione e aspettava di essere scritto di nuovo. Cercava con lo sguardo, si poneva in ascolto. Bastava il mormorio di un ruscello o il rumore della risacca, il fremito degli alberi, il caldo che esalava la terra o la sabbia, il ronzio di un’ape, la visione di una vetta o di fasci di luce sul mare a farsi scala per il cielo: benedetti quei momenti, quelle vite, quelle minuscole o immense cose. Se esisteva quella meraviglia di natura non poteva non esistere Altro… Così la sua solitudine profonda diventava pace profonda. Perché Dio era tornato e gli stava accanto. Soffriva l’assenza del padre e l’aveva cercato, un padre, nella parrocchia. Aveva trovato tanti padri spirituali e soprattutto il Cristo. Ci parlava, ci litigava come suo solito e avrebbe voluto farsi frate missionario (chi l’avrebbe detto a vederlo così bello e maschio),  partire per dove c’era povertà, sofferenza, mancanza d’affetto.  Trasformare i suoi vuoti in ricchezze da offrire.  Ma Sinetta l’aveva pregato – No, non farlo, ho solo te, figlio, appassirei come un fiore senza acqua –  e allora aveva rinunciato, perché prima di Dio c’era la mamma. La sua fede prima o poi avrebbe dato frutti trasformando il monello capobanda impegnato in risse con altri ragazzi di strada, il giovane lesto di mani e iroso quando gli saltava la mosca al naso, in un uomo addolcito dai colpi come l’albero robusto pronto a rifiorire malgrado la grandine. Enzino cercava di amare gli altri per amare se stesso, facendo cose semplici, ma tanto difficili ai più.

In realtà prima di entrare nell’orfanotrofio vicino alla chiesa di San Francesco, era stato titubante. Temeva quei bambini, sarebbe stato doloroso rivedersi nei loro sguardi assetati d’affetto. Presto però quelle visite diventarono un appuntamento fisso: saliva le rampe di scale col cuore in festa e festa era davvero, con tutti i regali che portava per far comprendere a quei bambini abbandonati quanto fossero, loro, un dono del cielo. Aiutava come poteva, come sapeva: i frati della chiesa di San Francesco lungo il Corso della città, dovevano a lui un trasloco più leggero grazie ai suoi muscoli; dopo sarebbe bastato il pollo arrosto, cotto da uno di loro e buono da leccarsi baffi e dita, per pareggiare i conti. E poteva mai, Enzino abbandonare i vecchietti suoi amici che non ce la facevano a uscire per spese o commissioni? A disposizione! diceva col suo vocione avvolgente. Ma se qualcuno provava a ordinargli qualcosa, allora no, scartava come un mulo perché Io servo tutti, ma non sono servo di nessuno… Cipolla non sopportava basti sul dorso. Voleva sentirsi libero e in fondo lo era, con i suoi lavori a singhiozzo e una volta se ne andava a Roma a vivere con un amico per un lungo periodo, un’altra addirittura in Tailandia a scaricare e scaricare casse ai mercati: per dormire gli bastava una capanna costruita con le sue mani sulle rive di un fiume, per mangiare un pugno di riso e un pesce appena pescato.

Viaggiare gli piaceva, era curioso, e poi, vuoi mettere la gioia di arrivare a Boston dietro la sua squadra di pallacanestro o prendere la macchina, caricarla di ogni bendidio e guidare fino a conventi lontani per salutare fraticelli o suore rubiconde di cui immaginava i candidi mutandoni? Però tornava sempre nella sua terra, non ci sapeva stare lontano e negli ultimi tempi si era organizzato in modo da dividersi in maniera equa tra ciò che più gli premeva: la sua città e il convento dei frati francescani di Tagliacozzo (durante la notte in cui se ne andò, si svegliarono tutti di soprassalto per l’allarme scattato a sirene spiegate. Il suo modo di salutarli dall’Aldilà?). Tre giorni e tre giorni per non fare torto a nessuno. Il convento lo aveva accolto per un mese e mezzo dopo la morte del suo amico fraterno e lì dove  aveva ritrovato la pace perduta, coltivava fiori. L’aveva riempito di calle, rose, tulipani, gerani che sorridevano sfacciati e felici da tutte le finestre, belli come quelli che amava Sinetta. Curava e ordinava anche la dispensa. Cucinava talvolta, di sera; soprattutto certi brodi come li sapeva fare soltanto lui, ché ci metteva la carne e l’amore, sicché brodi del genere nessuno li avrebbe mai più assaggiati… Di notte dormiva in una celletta dei frati, spartana, con la finestra spesso aperta, quando la stagione era mite. Guardava il cielo e comunque gli piaceva respirare il fiato della notte e anche in pieno inverno la lasciava socchiusa, la finestra, così entrava l’aria dei monti suoi amici. Poi, lui, figuriamoci, lasciava aperte anche quelle di casa, quando partiva, per bilanciare il fatto che aveva la porta blindata. Di giorno intagliava rami solidi e spessi facendone bastoni su cui ricamava fiori o dipingeva delfini stilizzati sopra sassi raccolti in montagna e al mare.

La stanza di Enzo a Tagliacozzo

Anche lì in paese s’era fatto voler bene per il suo modo di fare allegro e scanzonato e il suo cuore grande: curava i giardini delle persone anziane, giocava con i bambini a cui insegnava sotto Natale a fare il presepe col muschio fresco e perfino il sindaco sarebbe venuto in lacrime al suo funerale. Mattina e sera pregava, le semplici preghiere che gli aveva insegnato la madre. Gli altri giorni erano invece dedicati al mondo in cui era nato, mangiava nei due ristoranti che l’avevano adottato come parte integrante, dispensava battute e consigli per strada – Enzi’, quanto tempo ci vuole a fare l’uovo alla coque? – Il tempo di un’Avemaria, rispondeva serio. Si tratteneva ore nel suo ufficio all’aperto davanti al Caffè in cui anni prima era entrato direttamente con la 500;  poi,  imperturbabile,  era sceso ordinando un caffè e aveva chiesto perfino un bicchiere d’acqua dove avrebbe intinto il pennello per farsi la barba. A ruota, c’erano le persone da aiutare, la messa della domenica in parrocchia, i lunghi confronti con Don Michelangelo,  il club degli amici ribattezzato Papalla come  il pianeta dei sogni impossibili  di un Carosello di quarant’anni fa. Da tempo immemorabile c’era infine la cena del lunedì sera a cui non poteva mancare: cucinava e urlava improperi irripetibili a chi diceva di saperne più di lui e quei litigi facevano arrossire tutto il verde della campagna intorno, ma sganasciare dalle risate quelli della combriccola. Il martedì ripartiva per il convento dove frate Carmine e frate Attilio lo accoglievano a braccia aperte – quello era davvero loro fratello – e gli dicevano di riposarsi e di non esagerare a fare per loro ché tanto gli volevano bene lo stesso e non c’era proprio bisogno. Talvolta, di sera, spariva. Misterioso. Se qualcuno gli chiedeva dove andasse, rispondeva ironico Vado a fare l’ammore…- diceva proprio così, ammore -. Con chi non è dato saperlo, ma era bello come lo diceva. E forse non gli serviva una donna per avere un po’ di dolcezza e gli bastavano realtà meno complesse, quelle che lo riportavano sempre a un sentimento religioso: un tramonto, un cielo smaltato spolverato di stelle d’estate, un filo d’erba che mordeva con delicatezza attaccando i pensieri ai rami di un albero o ai remi di una barca, disteso su un prato amico o sulle dune della spiaggia morbide come il corpo di una donna per riposare. Appeso al filo di luce della luna, il suo cuore bambino dondolava un po’ da una nuvola all’altra, poi issava la vela e navigava nel silenzio di un cielo buono. Aveva due anime, Enzino Cipolla: quella istrionica che lo portava per strada a gettarsi sulle strisce se vedeva un’amica arrivare e a fingere di essere stato investito da lei, salvo rialzarsi dopo aver bloccato il traffico gridando Lazzaro, alzati e cammina! e una segreta, malinconica e dolce.

Perciò il giorno del suo funerale c’era la città a salutarlo e molti non erano riusciti neppure a entrare in chiesa, ma ognuno l’aveva sentito dentro di sé il cuore di Enzino, battere forte: i semplici gli umili e gli ignoranti con signori, professionisti e santi… e il primo miracolo fu all’uscita quando le persone più diverse si abbracciarono come faceva lui, rese uguali nel dolore, anche quelle che si erano sempre ignorate. Perché lo percepivano tutti anche se in maniera indistinta che era stato un uomo buono come il pane e con l’amore, dentro. La città gli dedicò dopo un po’ un piccolo spazio in uno slargo del suo quartiere: un artista locale forgiò in ferro battuto un tavolino da bar, con un sigaro e una tazzina da caffè poggiati su, un bastone un sasso un rosario sulla sedia. Molti, ma molti anni dopo, anche se della sua storia si erano persi i contorni, consumati dal tempo, sopravviveva la convinzione che toccando quel rosario le proprie preghiere sarebbero state ascoltate. E una madre al bambino che le faceva sempre domande sul tizio il cui nome e soprannome erano incisi su una targa, un giorno non sapendo come rispondergli, inventò una bellissima storia: “Dunque, c’era una volta un tipo strampalato e burlone che molti consideravano il solito mezzo matto, ma matto non lo era per niente. Quando morì, appena arrivato in cielo, San Pietro l’aveva portato a conoscere il Paradiso, ma lui gli aveva detto: Eh, ma tu non hai mai visto la mia, di città! Quello si era offeso, ma Dio ne aveva riso di gusto, gli aveva risparmiato mille anni da passare in Purgatorio perché usava espressioni da scaricatore di porto e le parolacce, ricordati, non si dicono, e gli aveva affidato il compito di piantare qua e là un po’ di gerani rossi per rallegrare l’ambiente. E così, quando i bambini toccano il suo rosario di sera e poi guardano su in cielo con sguardo puro, se lo vedono arrossato è perché i gerani si sono affacciati dalle nuvole sul mondo e questo è un buon segno. Si chiamava Enzino, ma era soprannominato Cipolla. Anzi, molti dicono che era un frate, sì, fra’ Cipolla d’Abruzzo. Qualche volta, sai, pare faccia perfino miracoli…”

 

LUCIA VACCARELLA

Big8 Friends

4 risposte a “STORIA DI ENZINO”

  1. Non ho mai conosciuto Enzino Cipolla, ma la sensibilità e delicatezza con cui viene raccontato mi ha rapita. Complimenti all’autrice che ha saputo cogliere i tratti umani e geniali di un personaggio, così palesemente
    fuori dal coro.

  2. Complimenti alla Professoressa, per questo scritto, in ricordo di Enzo, mio compagno d’infanzia. Leggendo, mi sono rivenute in mente tante cose che forse col passare del tempo mi ero dimenticato, e sono tornato ai tempi della mia gioventù, e non nego che qualche lacrima mi sia sfuggita. Grazie.

  3. Enzo ha amato, per tutta la vita ha solo amato; ha voluto bene a tutti, a chiunque, si è dedicato in modo straordinario per tutta la vita alla più alta dote di cui l’uomo è capace: l’amore.
    Da bambino deve aver un po’ sofferto ed è il dolore che gli ha dato quella sensibilità, quella straordinaria capacità allocentrica che tutti gli invidiavamo e che era la base della sua inarrivabile socialità.
    Come tutti non tollerava le ingiustizie né su di sé né sugli altri; ma lui era anche incapace di subirle e per questo reagiva. Puntualmente reagiva. “Io ho menato tanto, nella vita, perché mi sono dovuto difendere! ” mi diceva.
    In un bar di Feltre, alpino della Julia, scaraventò contro un muro, inchiodò letteralmente ad una parete, un povero commilitone che aveva osato dirgli “Tu non sei un uomo!”. Le parole avevano un peso per Enzo che stava semplicemente bevendo un bicchiere di latte e non di grappa; lui non tollerava la retorica, neanche quella etilica ed ingenua, degli alpini.
    Era fiero di aver cambiato quattordici caserme in dodici mesi di servizio di leva “Perchè menavo agli ufficiali”. Se non conoscete il degrado umano delle caserme dell’Esercito e la decadenza dell’istituzione negli anni ’70 non potete capire quale missione di “giustizia” toccasse a Enzo in quegli anni.

    E le sue mille donne: Enzo era tutt’altro che il formidabile tombeur de femmes che pareva, non era affatto un patetico “dongiovanni seriale” col catalogo più lungo di quello dell’eroe di Da Ponte. Niente affatto. Lui si faceva carico in cuore di chiunque avesse di fronte, tanto più di una bella donna che lo attraeva. “Mai una donna sposata o già accompagnata” teneva a precisare bene. Ma il legame esclusivo con una donna avrebbe comportato la revoca del bene che voleva a tutte le altre. Sentiva in coscienza di dover …dividere lealmente il suo cuore fra tutte. Per questo, mi diceva, dovette spiegare a più di una le difficili, soggettive ragioni per le quali non potesse legarsi in esclusiva solo a lei; significava tradire tutte le altre…
    Mi raccontò che era di passaggio per la stazione di Padova con uno dei suoi immancabili bastoni decorati (dono per un’amica). Aspettando la coincidenza vide due personaggi che insidiavano una ragazzina. Ne atterò uno e gli strinse il collo tra il pavimento ed il bastone: “Pecchè s’hanna ‘mbarà che le guaglione nen z’ccimendè”. Questo era Enzo, il leale genuino difensore dei giusti e degli oppressi, delle donne, degli amici, dei bambini. Deciso, luminoso, irripetibile Robin Hood.

    “Je so’ ‘nu delinguende !!” spiegava al Direttore generale del Messaggero di sant’Antonio, appena conosciuto a Tagliacozzo. “Je so’ ‘nu dilinguende !!” si affrettava a spiegare a Padre Giancarlo che presto, puntualmente, divenne suo carissimo amico.
    Enzo parlava solo in dialetto chietino e lo parlava con tutti, anche in Germania con i tedeschi. Ti opponeva l’incontrovertibile dato di fatto che tutti lo capivano, ed era vero. Era empatico, profondamente, magistralmente empatico perchè amava, voleva bene a chiunque gli stesse dinanzi; anche se … “gli attoccava” scrociarlo di mazzate.
    Ed è ovvio, è condivisibile, è chiaro che davanti a San Pietro oggi gli stia dicendo: “San Pie’, tu li si che è lu Paradise ma se a Chieti n’gi si state maje, chi ppu sape’ ?” . Cos’altro potrebbe dire a San Pietro?

    Cosa ci lascia Enzino? Ci lascia la tenerezza, si, proprio quello che non ci metteva niente a menare le mani (e peggio ancora la lingua…), quello che menava e mandava affanculo chiunque lo meritasse, resta il nostro più grande maestro di tenerezza. La tenerezza inarrivabile con cui parlava dei “suoi” frati, o di Alfredo Pretaroli , “nu sande” e dei weekend in macchina con lui il giro per l’Abruzzo in cerca dell’umanità semplice; la tenerezza e la gioia con cui si faceva carico delle mamme ultranovantenni degli amici scomparsi prima di lui (chi penserà e loro adesso?); la tenerezza naturale e spontanea con cui giocava con i bambini ed insegnava loro a fare il presepe; la tenerezza di fondo con cui lanciava commenti ed appellativi lusinghieri a quelli che incontrava per il Corso.

    “Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è l’amore (1 Cor. 13). Enzo ci lascia, e si porta in cielo, tutto l’amore, tutto il bene che ci ha voluto: una montagna d’amore alta più di San Giustino.
    Come si fa a dirgli grazie; da dove si comincia? Forse cercando di essere tutti semplici, generosi ed autentici come lui, tanti altri Enzo, ma non è facile… Forse chiedendogli di giudarci da lassù ad essere tutti come lui…
    Roberto di Pietro

  4. Eh si! Lo spirito vitale di Enzino è arrivato anche a Novara. Il miracolo dei suoi bastoni ed i suoi delfini non sono tristezza ma bontà.

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