STORIA DI SINETTA

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Racconto su Sinetta, personaggio leggendario del quartiere Santa Maria, madre di Enzino Cipolla, altra pietra miliare di Chieti (brano tratto dal romanzo La Besa di Lucia Vaccarella)

Sinetta era per tutti la custode della via dove abitavo, ma anche dell’intero quartiere Santa Maria. Alta, splendente, con un che di aristocratico nei lineamenti che ti faceva pensare fosse nata dall’amore segreto fra un gentiluomo e una delle donne della nostra terra dipinte da Michetti, aveva sposato un bell’uomo del popolo, titolare di un negozio di fiori, che se l’era portata a Pescara, ragazzina fresca come una prugna e dalla bocca di rosa. Ma il matrimonio era naufragato nel giro di pochi anni, perché lui da subito aveva alzato le mani e s’era perso dietro il demone delle carte; s’era giocato tutto, negozio e casa e aveva imboccato una strada che dritta non era, eppure lei non si lamentava e lo difendeva davanti al loro bambino dicendogli che papà non era cattivo e non era vero che la picchiava, solo qualche spintone, a volte, quasi per gioco… Ma il suo, di padre, alto come la statua di un santo, forte come il David di Michelangelo e che tutte le lavandaie si mangiavano con gli occhi quando al rientro dal lavoro di carpentiere si fermava alla fonte del Tricalle per sciacquarsi via il sudore del giorno, se l’era andata a riprendere, quella povera figlia che soffriva e non diceva niente, perché tanto le notizie brutte circolano subito e a Chieti lo sapevano tutti che non aveva neanche da mangiare per sé, figuriamoci per il bambino…

Il marito non s’era azzardato a dire una parola di fronte a quel pezzo di sacramento del suocero e l’aveva lasciata andare, e così Sinetta era tornata a vivere come se fosse una ragazza, sola col suo Enzino, nella casetta vicino al Mattatoio, di fronte a suo padre e a sua madre. Il matrimonio andato in malora non l’aveva prostrata, no, non era tornata con la coda fra le gambe e la testa abbassata. Sinetta camminava fiera e gli occhi ti guardavano fisso, sempre ridenti; era energia allo stato puro e ti chiedevi come fosse possibile che tanta vita fosse in una vita sola. S’alzava la mattina al canto del gallo, andava a far erba in campagna quando era stagione, poi entrava in servizio a casa del padrino e della madrina. Portava i capelli raccolti in una crocchia o in una lunga treccia che poi arrotolava e chiudeva in un cerchio perfetto dietro la testa – una sola volta li ho visti sciolti ed erano una cascata di miele d’acacia – odorava sempre di pane fresco, e non sapeva che farsene del tempo libero. Aveva una forza straordinaria, era capace di smontare stanze intere pur di dare la caccia alla polvere e si capiva che lavorare le dava una grande soddisfazione, le piaceva farlo con tutti i santi crismi. Se l’incontravi ti diceva che stava andando dai padroni, o che tornava a casa sua a cucire trapunte di lana, e di trapunte ne riusciva a fare per settimana due o anche tre se lavorava di lena; le cuciva tutte a mano con dei bellissimi disegni geometrici sopra, perché le sarebbe piaciuto dipingere, ma siccome non erano quelli i tempi per fare solo quello che piace, si sfogava perlomeno così, con ago e filo in mano…

Aveva altro per la testa lei, che perdere tempo; dal marito non aveva voluto nemmeno una lira, e doveva tirar su da sola il figlio Enzino, un monello di strada sempre affamato come un branco di lupacchiotti e che era il capobanda di tutti noi bambini del palazzo e di quelli vicini… D’inverno se nevicava – e le nevicate di allora me le ricordo anche oggi, belle da morire per noi piccoli con tutta quella neve accovacciata sui tetti della città, ma che bloccava le strade per giorni ed erano guai per i grandi – Sinetta si prendeva la briga di spalare davanti le case e i cortili per qualche regalia e la vedevi bardata come una bambola russa, con un fazzolettone in testa e gli alti stivali di gomma sotto la tormenta di fiocchi che diventavano spilli per il vento gelato ad usare il badile come un uomo di fatica e ogni colpo era dato con forza, quasi con furia, a voler dire: questo è per i pantaloni nuovi di Enzino, questo è per la lana delle trapunte e quest’ancora per comprare la carne…

Aveva sempre qualcosa da fare, Sinetta, e per noi bambini era una maga che stava sempre sveglia, perché se non lavorava a servizio o cuciva, andava a far iniezioni alle persone malate e la si vedeva spesso girare con un recipiente pieno di roba da mangiare, brodo di gallina caldo per l’anziana che viveva da sola ed aveva la tosse, oppure vassoi con dolci, ferratelle imbottite di sanguinaccio o pasta fatta in casa e ci si chiedeva tutti “ma quando le fa queste cose?” e la risposta sussurrata era che non dormiva… Sinetta non si interessava per nulla a ciò che capitava nel mondo, non aveva la tv, la notizia dell’uomo sulla luna non le fece per esempio alcun effetto, non sapeva cos’era Rischiatutto, non capiva di politica, né badava più di tanto ai pettegolezzi o alle beghe di quartiere, ma era sempre allegra ed irradiava una simpatia che spingeva la gente a confidarsi con lei, anche se si dava per scontato che avrebbe risposto con i soliti luoghi comuni. Pure, anche se non aveva studiato, sapeva leggere e scrivere poco, a modo suo applicava la filosofia dei Grandi del passato e se mio padre le chiedeva di dargli una mano per qualcosa, lei con una risata solare gli rispondeva che gli avrebbe dato anche un piede…

A chi le chiedeva perché non si facesse un nuovo fidanzato – la volevano in molti e faceva gola la sua carne fresca e dura come il marmo e quel sorriso che quando s’apriva nel viso sembrava giocare con le sue orecchie minute e delicate e illuminarla tutta -, rispondeva sempre che è solo soltanto chi si sente solo e lei non lo era, perché aveva il suo Enzino. Enzino era l’amore suo e guai a chi glielo toccava, quel figlio che non aveva voglia di studiare e dopo la terza media aveva deciso di lavorare arrangiandosi un po’ qua e un po’ là; una testa matta e un cuore d’oro che sapeva costruire casette di legno alla Robinson Crusoe sopra gli alberi e sembrava, bello d’aspetto tale e quale sua madre com’era, davvero il barone rampante del nostro quartiere a ridosso delle campagne. A Enzino noi bambini volevamo bene, perché aveva il senso della giustizia e quando al Generale di nobile blasone (che abitava nella nostra stessa strada come un cardo se ne sta in mezzo a un campo di papaveri) aveva chiesto di darci qualche pesca di tutte quelle che stavano in cassettine di legno impilate fuori della porta di casa sua e quello l’aveva insultato chiamandolo figlio di serva e pure puttana, lui l’aveva sbalanzate in arie e fatte rotolare per tutta la discesa della via e la mamma l’aveva rimproverato, ma noi sapevamo che era giusto così…

Sinetta l’aveva educato al rispetto degli altri e al rispetto di sé, ma anche alla libertà, e quando il figlio se ne volle andare in Spagna a fare lo stesso lavoro che faceva qui, di caricare e scaricare animali da macello al mattatoio, non gli disse di no. “Va’, ti tengo attaccato con il cuore…” gli aveva detto, ed Enzino era partito, ma poi era tornato perché dalla madre non sapeva starci lontano. Sinetta credeva nel Padreterno, nella Madonna e in tutti i Santi e ci teneva che lui fosse buono; lo aveva mandato, bambino, da Don Alberto a fare il chierichetto e a frequentare gli scouts e per gratitudine puliva in cambio tutta la chiesa e i pavimenti splendevano come se ci battesse sempre il sole. Solo una volta s’era arrabbiata: quando il ragazzino aveva tirato un sasso con una fionda al prete destinato a diventare il vescovo della città di Pescara dopo che, mentre celebrava la messa, gli aveva suonato il campanellino direttamente sulla testa a mo’ di rimprovero per essersi distratto…

Ma le altre volte non se la prendeva: amava Enzino per come era, sia che si portasse al guinzaglio la gallina che aveva educato come un cane, sia che si accovacciasse – già adulto – per terra a chiedere l’elemosina come un barbone, con la radio accesa a tutto volume e il pastore abruzzese a fargli compagnia, davanti la chiesa di San Domenico (ma fuori dall’orario delle messe, perché al Padreterno ci credeva anche lui) e anzi gli infilava pure cento lire dentro il cappello teso – le lasciava ai poveri, figuriamoci se non le lasciava a suo figlio!; e quando Enzino s’era messo a fare il funambolo da una finestra all’altra di due palazzi di fronte lungo il Corso Marrucino, e tutti stavano col naso in su a guardarlo e dicevano in coro di avvisare la mamma – che corresse per carità e gli dicesse di scendere giù! – di fronte ai carabinieri che si presentarono alla porta non si scompose per nulla e disse “State tranquilli, deve scendere per forza; per cena torna sempre a casa” e offrì perfino un liquore alla genziana che aveva fatto con le sue mani. La generosità di Sinetta d’altra parte era cosa nota e ne parlano ancora quelli che si sono fatti grandi e anche importanti – il notaio, l’avvocato, il comandante dei vigili e il primario – e non hanno voluto dimenticare l’infanzia in cui si è tutti uguali e si ride allo stesso modo.

Sinetta ha accompagnato la vita di tante persone amiche del figlio con cene straordinarie nella sua casa linda e profumata di sapone scodellando, sempre di buonumore, su tavole enormi pasta e ceci o pasta e fagioli e una trippa da far parlare i morti; ha accompagnato la madrina ed il padrino accudendo la loro casa e proteggendo le confidenze di chi le ha voluto bene come fosse una figlia, ha risposto al telefono, cucinato, tenuto in custodia soldi e innaffiato i gerani sul balcone – grassi e felici perché era lei a curarsi di loro; ha regalato a noi bambini scappellotti e carezze con le sue lunghe, bellissime mani rovinate dal troppo lavoro e parole buone e sagge a tante persone malate di solitudine e di problemi; ha curato, massaggiato e alleviato i dolori di persone anziane, ha perdonato il marito e gli è stata fedele malgrado il divorzio – forse il primo della città – perché ci si sposa solo una volta e davanti a Dio; ha lavorato, ramazzato furiosamente per strada e dentro casa; Sinetta avresti detto che si sarebbe intristita e afflosciata come un girasole senz’acqua se non avesse potuto rendersi utile agli altri, come se la sua ragione d’essere fosse solo quella lì, di aiutare il prossimo, perché era buona come il pane…

E non si è fermata mai, Sinetta, con una dolce rassegnazione alla vita e una naturale fierezza, perfino l’ultimo giorno quando è scesa per sbaglio dal treno che la riportava a casa dopo una visita al fratello in Val d’Aosta. Intontita dal sonno, svegliata di soprassalto, ha confuso di notte una sosta con l’arrivo alla stazione. È scesa di fretta, ha cominciato a camminare in mezzo alle rotaie, con gli occhi ancora pieni di semplici sogni e nel cuore – ne sono sicura – il suo Enzino e le mille cose tutte ancora da fare. Non ha visto il treno che arrivava dalla direzione opposta e gli è andata incontro contenta, come una sposa pronta a farsi portare lontano…

Lucia Vaccarella

Big8 Friends

4 risposte a “STORIA DI SINETTA”

  1. Ti ringrazio per questo bellissimo racconto di una vita vissuta alla grande e intensamente, una volta le persone della nostra città erano così, spontaneee e generose e come si direbbe : “nze faceene guardà a rete da nisciune”.

    1. Grazie Enio, continua a seguirci; qui sopra troverai, di tanto in tanto, altre belle storia di teatinità, molte non conosciute.

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