STRAGE DI BOLOGNA: RITORSIONE PER UNA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI CHIETI?

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Oggi 2 agosto 2017 ricorre il 37° l’anniversario del più grave attentato terroristico compiuto in Italia dal dopoguerra in poi, ossia la strage di Bologna, bollata, fin troppo frettolosamente fascista, visto, come si disse all’epoca, che il capoluogo emiliano è notoriamente rosso.

A parere di chi scrive, come supposto nel proprio libro “Il patto tradito”, la matrice neofascista o pù in generale politica, è stata l’opportuna copertura per celare qualcosa di terrificante che trovò nella città di Bologna il capro espiatorio di un avvertimento dato all’Italia per rispettare in pieno un accordo segretissimo tra Italia ed autorità palestinesi.

Non tutti sanno infatti che, ad accendere la miccia, potrebbe essere stata una decisione giudiziaria presa a Chieti, quando, in occasione del procedimento penale contro un agente palestinese, si ruppero quei sottilissimi equilibri che negli anni ’70 e successivamente negli anni ’80 erano stati concordati con un accordo segreto siglato dal governo italiano col Fronte Popolare per la liberazione della Palestina (il lodo Moro).

Dopo circa mezzo secolo, sull’esistenza di tale accordo, non ci sono ormai dubbi, fugati anche da Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi dal 1994 al 2001: «Quel patto venne stipulato nell’autunno del 1973 durante la Guerra del Kippur, tra il Ministero degli Esteri italiano (Aldo Moro) e l’OLP di Yasser Arafat. Il Patto prevedeva che l’OLP non avrebbe compiuto attentati sul suolo nazionale e noi avremmo consentito la liberazione di guerriglieri palestinesi che venivano catturati sul suolo nazionale».

L’esistenza di tale lodo, nel corso degli anni successivi, verrà ulteriormente confermata attraverso testimonianze di politici e funzionari dell’intelligence italiana. Ma è anche lo stesso Moro che fa riferimento a tale accordo, nelle lettere scritte durante i suoi giorni di prigionia. Inoltre un documento dei nostri servizi segreti, datato 17 febbraio 1978 e trovato solo qualche anno fa, non fa che confermare la sua esistenza.

Sulla strage bolognese, val la pena raccontare l’antefatto avvenuto ai primi di novembre del 1979 quando, a seguito di un controllo del nucleo operativo dei carabinieri, ad Ortona vennero rinvenuti due lanciamissili sovietici in un’auto; le armi furono sequestrate e gli occupanti della macchina, tre autonomi della sinistra romana, Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri, vennero immediatamente interrogati. Va anche detto che, in quei giorni, era attraccata al porto ortonese una nave battente bandiera libanese dove un componente dell’equipaggio (identificato poi nel trafficante di armi Nabil Kaddoura) aveva effettuato il 7 novembre una conversazione telefonica di ben 34 scatti con un numero intestato ad un cittadino giordano che studiava a Bologna, un certo Abu Saleh.

Dall’esame dei documenti in possesso a Nieri risultò che costui aveva il numero di telefono del giordano. Saleh giunse ad Ortona in tarda serata quando i tre erano stati già arrestati per ordine del PM teatino Anton Aldo Abrugiati e la nave nel frattempo era ripartita con il Kaddoura a bordo. Anche Saleh venne arrestato con l’accusa di traffico di armi da guerra ed i quattro furono rinchiusi a Madonna del Freddo. La perquisizione nell’abitazione di Saleh permise agli inquirenti di rinvenire due passaporti (uno libanese ed un altro yemenita) ma soprattutto molta documentazione e gadget riferibili al Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, oltre a diversi numeri di telefono, tra i quali anche quello di Baumgartner. Tra l’altro venne rinvenuto anche il contatto con il terrorista internazionale Carlos.

Il trentenne Saleh era apparentemente uno studente fuori corso che aveva cambiato più volte facoltà e città italiane ma di fatto era l’agente in Italia del Fronte popolare di Habbash. Tra i vari numeri telefonici trovati nella sua casa si rinvenne anche quello del Colonnello Giovannone del Sismi.

Cosa c’entrano i servizi segreti italiani con Saleh? A proposito dell’accordo segreto di cui sopra, lo stesso, da un lato consentiva il transito di armi e terroristi palestinesi sul territorio italiano, dall’altro lo stesso territorio veniva risparmiato da atti terroristici di matrice araba che all’epoca (stiamo parlando degli anni Settanta) erano molto frequenti in tutt’Europa. Negli anni ‘70 furono innumerevoli gli inspiegabili episodi di indulgenza italiana applicati nei confronti di terroristi palestinesi arrestati perché trovati in possesso di armi o in procinto di commettere atti criminosi.

Val la pena, al riguardo, ricordare l’episodio del 5 settembre 1973, quando in un appartamento di Ostia occupato da cinque arabi, di due missili Strela pronti all’uso. A processo in corso, il 17 dicembre 1973, avvenne l’orrenda strage all’aeroporto di Fiumicino dove morirono 32 persone in seguito all’attacco di un commando palestinese.

Nel febbraio 1974, tre degli arrestati, vennero rilasciati dietro cauzione (60 milioni di lire pagati dai Servizi italiani) e fecero perdere le loro tracce, mentre gli altri due erano stati quasi subito messi in libertà provvisoria e tornati in Medio Oriente, con la complicità dei nostri agenti segreti che li rispedirono a casa in modo occulto a bordo dell’Argo 16, un velivolo dell’Aeronautica Militare Italiana che, subito dopo questa missione, misteriosamente precipiterà nei pressi di Porto Marghera.

Ma dopo tale ampio antefatto, che c’azzecca questa storia con la nostra città? A Chieti si celebrò il processo per direttissima contro i tre autonomi italiani, e contro i mediorientali Saleh e Kaddoura per i missili di Ortona, davanti al Tribunale penale teatino il 17 dicembre 1979. Nel corso del dibattimento il Comitato Centrale del Fronte popolare di George Habbash, inviò una lettera al presidente del Tribunale di Chieti, dott. Federico Pizzuto, con la quale l’FPLP, rivendicando la liberazione degli imputati e la restituzione delle armi, ricordava al governo italiano il rispetto degli accordi bilaterali.

Vi risparmio il testo integrale della lettera, ma in pratica la stessa diceva che i tre autonomi italiani erano conosciuti dal popolo palestinese perché più volte si erano adoperati per inviare vestiario, viveri e medicinali al popolo stesso, i lanciamissili erano rotti e mai sarebbero stati usati in Italia ma si trovavano sul suolo italico solo per puro transito; si leggeva inoltre che le armi erano contenute dentro una cassa chiusa di cui i tre non erano a conoscenza dell’esatto contenuto ma avrebbero dovuto solo consegnare la scatola di legno ad un palestinese che sarebbe giunto ad Ortona per poi ripartire immediatamente dall’Italia. La lettera terminava con una sorta di chiosa che oserei definire di avvertimento, se non di minaccia per noi: «Desideriamo confermare che noi siamo e vogliamo restare amici del Popolo Italiano.»

Va detto che la difesa chiese a testimoniare il premier dell’epoca Cossiga, dirigenti ed esponenti dei servizi segreti italiani e pure l’ambasciatore italiano a Beirut. Il tribunale respinse le istanze e la presidenza del Consiglio dei Ministri, dopo una intensa nottata a palazzo Chigi su come affrontare la crisi, inviò una nota al Tribunale di Chieti dove si negava l’esistenza di un accordo segreto (se è segreto, è naturale che si neghi la sua esistenza). La sensazione è che la corte penale di Chieti avesse in mano qualcosa molto ma molto più grande di lei e non poteva rendersi conto che i servizi segreti a Roma stavano febbrilmente cercando di ricucire lo strappo di un accordo che, da parte italiana, era stato improvvisamente tradito.

Perciò il Tribunale di Chieti, come nella migliore tradizione abruzzese del “nen sacce nè legge, nè scrive”, in merito ai presunti accordi bilaterali, rigettava tutte le istanze degli imputati e li condannava a sette anni di detenzione. A questo punto c’era veramente da preoccuparsi, perché lo Stato italiano, uno dei principali amici occidentali del popolo palestinese, aveva incarcerato un agente dell’FPLP, tuttavia si nutriva una certa fiducia sull’esito del processo di appello che si sarebbe tenuto a L’Aquila il 2 luglio 1980 (un mese esatto prima della strage alla stazione di Bologna).

Contrariamente a tali fiduciose attese, l’orientamento dei giudici aquilani pareva però propendere contro le aspettative degli imputati e ciò è dimostrato in alcune note riservate inviate in quei giorni tra l’intelligence militare italiana ed i servizi segreti italiani in cui si comunicavano le preoccupazioni che la conferma della condanna ad Abu Saleh avrebbe potuto determinare reazioni assai negative nell’ambiente dell’FPLP e che non veniva escluso che la stessa organizzazione potesse tentare un’azione di ritorsione nei confronti dell’Italia ovvero altra azione diretta in ogni modo alla liberazione del giordano: d’altronde era già accaduto sette anni prima come triste esito della strage di Fiumicino.

Tale scambio di comunicazioni si protrasse fino al 1° agosto 1980 ed il giorno successivo la stazione bolognese saltò in aria; il fatto che non sia stato dato seguito a tali note tra i nostri servizi dell’intelligence, la dice lunga sulla effettiva matrice della strage. Va anche detto che, su testimonianza del procuratore generale della Corte d’Appello dell’Aquila, dott. Vincenzo Basile, un capitano dei servizi di sicurezza, appena qualche giorno prima della strage  si presentò in borghese ai magistrati della Corte d’Appello dell’Aquila, “chiedendo indulgenza per i quattro detenuti, al fine di non provocare rappresaglie sanguinose in Italia”. Fu tutto vano perché la corte de L’Aquila decise di confermare la colpevolezza dell’agente segreto palestinese.

L’imputato Saleh restò in stato detentivo fino al 14 agosto 1981, giorno in cui venne scarcerato con ordinanza della Corte di Appello dell’Aquila, a seguito di pronuncia della Corte di Cassazione dell’8 agosto 1981, in accoglimento del ricorso presentato dal difensore del cittadino giordano.

Negli anni ’90 saltarono fuori le schede del dossier Mitrokhin e molti dei nodi segreti italiani vennero al pettine, al punto che qualcuno molto in alto, come l’ex Presidente della Repubblica Cossiga, deviò completamente il proprio iniziale parere, cominciando ad ammettere che si era presa una cantonata, parlando di matrice neofascista, nonostante le condanne definitive dei neri Luigi Ciavardini, Giusva Fioraventi e della teatina Francesca Mambro.

Va ancora detto che, in quegli anni, lo stragista internazionale per eccellenza era il venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, ai più noto come  Carlos lo Sciacallo e il 2 agosto 1980 era presente a Bologna proprio un uomo della sua

organizzazione, Thomas Kram. Il fatto che Carlos lavorasse poi per il Fronte Palestinese di Habbash e che tra le sue fila avesse assoldato anche lo stesso Abu Saleh, quale contatto in Italia del suo gruppo Separat, porterebbe a ritenere che i giudici del processo per la strage di Bologna abbiano fin troppo sbrigativamente accantonato la pista palestinese.

Ancora oggi, a processi conclusi, si fanno tante ipotesi sui mandanti e sulle reali finalità dell’attentato terroristico, dove s’intreccia pure l’immancabile presenza di Licio Gelli ma personalmente, tra le varie piste seguite, sono portato a ritenere che la strage della stazione di Bologna non abbia una matrice di natura politica ma è più convincente l’idea della ritorsione terroristica per “colpa” di una sentenza, peraltro ineccepibile, emessa nella città teatina che segnò il tradimento dell’accordo italo-palestinese.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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