TEORIA DELLA RELATIVITA’ URBANA

Tempo di lettura: 7 minuti

La teoria della Relatività generale elaborata da A. Einstein e pubblicata nel 1915, è l’attuale teoria fisica della gravitazione. Essa descrive l’interazione gravitazionale non più come azione a distanza fra corpi massivi, come accade nella teoria newtoniana, ma come effetto di una legge fisica che lega la geometria (più specificamente la curvatura) dello spazio-tempo con la distribuzione e il flusso in esso di massa, energia e impulso.

E=mc2

E=energia cinetica, espressa in joule (N x m)

M=massa, espressa in chilogrammi (Kg)

c=velocità della luce, espressa in m/s

(fonte Wikipedia, 16 agosto 2017)

Ciò ricordato, andiamo al dunque. La città, comunemente intesa come aggregato volumetrico di preesistenze, edifici pubblici, vuoti e assi viari, nonché fabbricati più recenti, deve fare i conti, oggi più che mai, con un mutato sistema di valori. Non si tratta di voler declassare eredità architettoniche più o meno importanti, né di voler tracciare nuovi paradigmi ad uso e consumo della collettività, ma di gridare l’ovvietà di un fenomeno che ci appartiene sempre più giorno dopo giorno.

Una qualsiasi lettura sul tema specifico dei processi economici darà riscontro del fatto che nei paesi industrializzati il secondo ‘900 vede una migrazione dalla produzione di beni e prodotti alla fornitura di servizi. In parole povere, una società la cui crescita si basava sulla produzione materiale, cede il passo a nuovi meccanismi di produzione immateriale, o per l’appunto, di gestione dei processi di produzione. Dalla società moderna si passa, per la strada del benessere economico targato anni 70 e 80, ad una forma di società “postmoderna”. Questo è un iter talmente ovvio e scontato che nella maggior parte dei casi, senza voler fare filosofia gratuita, se ne sottovaluta l’immensa portata. Mentre il moderno, così come codificato e storicamente definito ed inquadrato, è a noi noto, il postmoderno è ancora materia oscura, con tutta probabilità persino per la sottoscritta. Si potrebbe affermare che per certi aspetti il post-moderno sia un ammorbidimento delle tesi moderniste, un rovesciamento del punto di vista in una dimensione di nuovo commisurata all’individuo, slegata dall’etica del progresso tutto novecentesco. Si guarda indietro per poter dare senso, valore alla contemporaneità.

Allungando lo sguardo su un recente rapporto CRESA, qualche tempo fa, presi coscienza che, sorvolando sull’abbandono della città storica di un numero forfettario di 700 unità annue, ciò che sta veramente cambiando è la “geografia funzionale” del nostro territorio. L’Abruzzo, in linea più o meno con il sistema Paese, sta virando anch’esso verso nuove forme economiche. Il comparto ICT, che fino al decennio passato era prossimo allo zero, sta vedendo un’impennata con nuove forme di imprenditoria pressochè sconosciute alle vecchie generazioni.  Siamo figli del nostro tempo. Comunicazioni e alta tecnologia, il tanto abusato “Hi-Tech”, la green economy, le benefit companies & corporations sono l’anima di un futuro che suona parecchio americano e ancora poco italiano per orecchie abituate a ben altri argomenti e fonemi, ma che, malgrado la nostra (scarsa) adattabilità in primo luogo linguistica, è un futuro che sta già accadendo.

Una disciplina di cui oggi più che mai sarebbe utile l’inserimento nel programma di studi delle scuole di ogni ordine e grado, è la geografia urbana. Non entro nel merito di un ulteriore tema complesso. Mi limito ad una considerazione su tutte. Ogni insediamento urbano è la traccia della storia antropica di quei luoghi, dei processi culturali, economici, politici, industriali che lì si sono verificati. Come insegnava un illustre prof. Lefebvre, i centri commerciali non producono ricchezza. Come in molti centri storici della provincia italiana, non indulgendo in paragoni fuorvianti verso sistemi reticolari dell’Italia padana, o all’inverso, dei centri urbani puntuali e distanti del meridione, la nostra “città”, realisticamente diffusa ma essenzialmente isolata, è figlia anch’essa di una stratificazione secolare, ha visto la sua massima “crescita” all’epoca delle successive industrializzazioni, colonizzando territori dapprima rurali, attraverso le maggiori vie di comunicazione,  come da manuale di disciplina specifica. Da utilizzatore compulsivo di Wikipedia, alla voce “Economia” del vocabolo “Chieti” leggo:

Industria_ ”Hanno sede principale a Chieti alcune grandi realtà produttive sviluppatesi in Abruzzo, soprattutto nei settori metalmeccanico, alimentare, tessile e delle costruzioni…”

Territorio e servizi_ “Sono presenti due centri commerciali, il Centauro e Megalò… il più grande d’Abruzzo, tra i più grandi d’Italia con alcune delle insegne più prestigiose dello shopping internazionale”.

Finanza_ “La Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti spA o brevemente CariChieti fondata nel 1862, dal 12 novembre 2015 in liquidazione coatta amministrativa, è stato il principale ente creditizio della città, dove aveva sede legale e della Provincia…”

Artigianato_ “Tra le attività economiche più tradizionali, diffuse e attive vi sono quelle artigianali, come la lavorazione della ceramica e del ferro”.

A meno dell’attualità di terziario e servizi, lo scollamento tra ciò che è stato e ciò che è, pare evidente. La decrescita demografica è strettamente legata a questo aspetto. Ne è la diretta conseguenza, in un territorio che, rispetto al passato, non è appetibile. Le stesse caratteristiche che ne hanno comportato la crescita e che sono state delle risorse nel processo economico del secolo passato non danno luogo oggi a trasformazioni positive, ma rischiano di connotare i nostri luoghi come riserve integrali, per stagnazione di attività e funzioni, conservazionismo e iperburocraticismo. Ecco finalmente accendersi il faro del concetto richiamato nel titolo. Esiste una relatività, ovvero un’indipendenza, del sistema “città” odierno. Ciò che era vero un tempo, almeno quarant’anni fa, non lo è più ai nostri giorni. In maniera spassosamente attinente ai postulati della relatività ristretta diremo:

post.I    le leggi della fisica sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerziali

post. II   la luce si propaga nel vuoto a velocità costante  c indipendente dallo stato di moto della sorgente o dell’osservatore

Le leggi newtoniane e galileiane della fisica classica valgono nei sistemi inerziali, dove il moto è rettilineo uniforme. Ciò vuol dire che, nei sistemi in cui non intervengono forze aggiuntive che interferiscono o rendono complesso il cinematismo di base, sono vere tutte le leggi fisiche storicamente enunciate, e all’interno di questo scenario la velocità a cui la luce viaggia è sempre comunque la stessa. Fin quando la città è cresciuta in maniera lineare secondo il vecchio paradigma, in sistema inerziale per l’appunto, tutte le leggi urbanistiche, geografiche, antropologiche, socioeconomiche hanno trovato validità. La città si è costruita, a volte persino autocostruita tanto il meccanismo era collaudato, in un cinematismo di spazio e tempo, a velocità pressochè costante. Compatibilmente con la legge della domanda e dell’offerta, più spazio veniva costruito, maggiore era il tempo necessario alla sua costruzione, poiché l’edilizia viaggiava ad una velocità rilevante ma costante, per stessi limiti operativi e organizzativi della P.M.I. italiana di quegli anni. Senza accelerazioni né burocratiche inerzie dalla natura preponderante, il territorio della media provincia italiana ha finito per costruirsi secondo schemi tutto sommato lineari che non supportavano inversioni, rotazioni o il cambio del sistema di riferimento.

cupola del Pantheon, Roma – archivio personale

Con una metafora molto ardita ciò che interessa fare è un parallelo tra l’apparato urbano come da noi ereditato, riduzione in scala di un sistema inerziale governato da leggi lineari e il modello urbano futuro, universo discretizzato in piccolo, determinato da leggi relativistiche. Abituàti ormai a sentir parlare dello spazio-tempo, dovremmo una buona volta iniziare ad applicarlo come concetto operativo all’organizzazione dei nostri spazi, determinati relativisticamente dall’attività antropica. Come dire, smettere di guardare alla città come organizzazione fisica di volumetrie e vuoti disseminati nello spazio cartesiano, ma imparare a concepire la città stessa nelle sue quattro dimensioni, un tessuto non lineare di spazio e tempo deformato dalla concentrazione dei flussi e delle attività umane. Se la velocità data per costante in tale sistema è significativamente molto grande, ma in fin dei conti relativa poiché, contrariamente a quanto accade nel sistema tradizionale, non in funzione del tempo, l’energia è influenzata dalla massa.

Più il corpo delle città è grande, più l’energia coinvolta è grande. Non importa a che velocità viaggi quel sistema, né dove mi trovo io che lo osservo. Più la sua massa sarà importante, più energia sarà coinvolta, tanto da deformare il tessuto dello spazio-tempo, tanto da generare fenomeni paradossali per la geometria euclidea, come la contrazione delle distanze e la dilatazione dei tempi. Le città, viste in una logica quadridimensionale avverano tutti questi fenomeni già quotidianamente. Il territorio, persino quello storico italiano, frutto di trasformazioni urbanistiche tra le più complesse che in altri Paesi, si rivela un insieme di cluster storici dai quali sono partite le ultime espansioni novecentesche, che oggi fanno i conti con variati equilibri economici locali e nazionali. Mentre una parte del mondo viaggia alla velocità della luce, la percezione che noi abbiamo delle nostre città è ancora quella dei borghi autentici da difendere, di un patrimonio immobiliare perlopiù da salvaguardare, della corrispondenza tra territorio attuale e funzioni, famiglie, residenze, cognomi, attività di chi quel territorio l’ha vissuto e posseduto.

No Stop City © Archizoom (1970-71)

Gli stessi settori della menzionata economia nascente dovrebbero trainare una nuova visione del territorio. Su quelle basi si dovrebbero creare dei poli, come scienza insegna, supermassivi, in cui converga nuova imprenditoria e si programmi il management di interi territori. L’energia e la massa einsteiniani non hanno qui a che fare con densità edilizia, volumetrie e denaro per finanziarli, al contrario non sono altro che flussi di attività e funzioni in grado di orientare, influenzare, dettare il passo del contesto di riferimento. La città stessa diventa una deformata di spazio-tempo, così come il quartiere, così come il singolo edificio. Non è più progettabile nulla che non sia a misura d’uomo nello spazio-tempo della sua vita attiva. Non è più sostenibile nulla che non sia a misura della società che ha obblighi ambientali, economici, etici già stringenti verso se stessa. L’errore più grande è stato investire di un senso di eterno e di immutabile ogni grande concetto che l’uomo contemporaneo si sia trovato a rendere operativo, o come piace dire, esecutivo. E’ un bagaglio culturale dovuto forse alla presenza dell’arte in ogni dove della nostra vita, ma è un alibi non più consegnabile a ragionamenti spessi.

La città è ora. Il clima è ora. La vita economica del Paese è ora. La storia è ora. La deformata spazio-tempo è qui ed ora in funzione di questa attività che mi porterà ad altri risultati tra un anno. Il cittadino contemporaneo è investito di un ruolo storico, fantascientifico. Egli è inserito, pur senza averlo scelto, in un sistema che si muove ad enorme velocità. Egli può arrivare a deformare lo spazio-tempo per sua utilità, progettandolo, o essere fatalmente inghiottito in logiche supermassive da lui non scelte.

Edifici, quartieri, città, visti anticamente come organizzazione formale e funzionale di pieni e vuoti, vanno ragionati allora secondo altra fattispecie. Occorre che siano la valida execution di un programma strategico attuale, riferito al contesto, dove i costi siano minori dei benefici, dove l’obiettivo sia l’eccellenza, dove gli statuti impongano il contributo positivo alla società, quella di oggi, non di domani.

Perché quando nessun sistema di riferimento è più assoluto, la vita stessa, nelle sue istanze più vere, delle persone e delle città, diventa relativa.

annalisa di luzio

Annalisa Di Luzio
Cittadina del mondo nell'anima, nasce a Chieti nel 1980. Immersa nel mondo di libri, quadri e stelle dalla giovane età, si laurea cum laude in architettura a Pescara nel 2007, una volta conclusa la borsa di studio Erasmus presso l'Ecole Nationale d'Architecture de Paris-Belleville. Avvia con il marito il connubio 'progetto vs cantiere', studio professionale ed impresa edile nel 2008. Fondatrice di associazione culturale, collabora con enti pubblici e promuove progetti inter-istituzionali volti alla connessione di persone e luoghi. Sine qua non: la bellezza resa concreta.
Annalisa Di Luzio on Facebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *