I TESORI TEATINI ED ABRUZZESI, TRA SACCHEGGI E INTERRAMENTI

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Dalla lettura della maggiore opera di Girolamo Nicolino, storico teatino vissuto nel 17° secolo, si rileva che a Chieti, nella piazza maggiore, accanto alla cattedrale, faceva bella mostra di se’ un monumento di pregiatissimo candido marmo consistente in una colonna con la sovrastante statua di altissima architettura, recante il mezzo busto di Achille.

Sotto la statua erano incisi i seguenti versi in latino:
Sum caput Achillis quondam dominantis in Urbe Thetis; in Villis hominum me publico turbe Achillem magnum testatur imago fuisse, Quem Thetis genuit Troianos edomuisse Achillis magni si vis cognoscere vultum, Quem Thetis genuit, videas hoc marmorem sculptum.
L’opera marmorea, come detto di finissima fattura, fu trafugata nel 1559 da Diego de Alarçon e Mendoza, allora Preside delle Province d’Abruzzo, per ordine del Viceré del Regno, il Duca di Alcalà, il quale, tenendo fede ad una tradizione ed una moda sempre valida ad ogni latitudine dove è in atto una occupazione in territorio straniero, non si fece scrupolo di trafugare il busto di Achille per portarselo in Spagna nel suo palazzo ducale a Siviglia, a far compagnia alle altre statue, pure sottratte qua e là nel mondo. Tale fatto venne poi confermato al Nicolino da Antonio Acosta che, al tempo dello storico teatino era il Regio Giustiziere di Chieti che vide coi propri occhi la statua teatina conservata nel palazzo ispanico.
Oggi dopo cinque secoli, non è dato  sapere se tale statua esiste ancora nel palazzo ducale degli eredi del predatore iberico o in altri ma nemmeno è certo che quanto scritto dal Nicolino sia rispondente al vero.

Un secolo dopo è la volta del mosaico di epoca romana (datazione al primo secolo a.C) rinvenuto in una domus romana nei pressi di Largo Mercatello.

Mosaico raffigurante Teseo e il Minotauro rinvenuto a Chieti.

Il mosaico rappresenta Teseo in lotta contro il Minotauro nel labirinto. Nel ‘600 Chieti era già soggetta ad un processo di urbanizzazione che comportava la demolizione dell’antico abitato di Teate, per far spazio agli erigendi palazzi signorili delle nobili famiglie che popolavano la città. Quando saltò fuori questo antico manufatto, si pensò bene di inviarlo a Napoli, capitale dell’omonimo Regno, di cui faceva parte Chieti. Oggi il mosaico è conservato all’interno del Museo Archeologico Nazionale napoletano, già Regio Museo Borbonico ma nel 1854 l’opera conobbe un tentativo di trafugamento concretatosi col successivo sequestro da parte delle autorità borboniche, proprio al confine con lo Stato Pontificio alla dogana di Fondi.

Chieti o meglio Teate, fu capitale del popolo marrucino e la testimonianza più importante del passato dei Marrucini è la Tabula Rapinensis, una piccola tavoletta in bronzo, circa 15×15 cm, rinvenuta nell’Ottocento nella Grotta del Colle, nei pressi di Rapino.

Tabula Rapinensis.

Trattasi della trascrizione di una legge sacra (lex rogata), ossia una proposta del magistrato votata dal popolo, riferita al culto di Giove e diretta alla popolazione Marrucina (Touta Marouca), dove si istituisce ufficialmente la prostituzione sacra per incrementare le finanze del santuario di Giove; all’uopo viene preposta una sacerdotessa che dovrebbe assolvere a compiti di “maitresse” ed istitutrice delle giovani ancelle (probabilmente schiave) da avviare al sacro meretricio. La tavola scritta in dialetto marrucino antico (una sorta di lingua osco-umbra) riporta le seguenti note:

Oh dei benevoli
per legge del popolo marrucino:
le ancelle giovie assegnate a servizio
nell’arce Tarincra di Giove padre,
dopo che il popolo marrucino avrà preso gli auspici su di esse,
siano assegnate al nuovo servizio sacro,
la sacerdotessa giovia
le assegni al giusto rito di Ceria giovia
per accrescerne la gloria.
Gli dei benevoli hanno stabilito
che nessuno tocchi l’offerta dello scambio
se non alla fine del giusto rito.

Di questa tavola, acquistata dal Mommsen per il museo di Berlino, si erano perdute le tracce nel corso della seconda guerra mondiale, ma si è poi accertato che la stessa attualmente dovrebbe trovarsi nel museo Puskin di Mosca, predato dall’Armata Rossa nell’ultimo conflitto come bottino di guerra. D’altronde la razzia di opere d’arte come bottino di guerra è una pratica che risale all’inizio della civiltà e non è mai cessata, creando nel vincitore del conflitto una certa consapevolezza di essere legittimato al diritto della depredazione verso lo sconfitto.

L’immagine che segue rappresenta l’idolo egizio Harsiesi, una statua in basalto rinvenuta durante uno scavo sotto una palazzetto nei pressi dei templi romani.

Statua di Harsiesi

Anche in tal caso il prezioso reperto è stato lasciato andar via da Chieti per far bella mostra di se’ in un museo romano. Al museo chietino risulta esserci una sezione egizia con reperti di fattura egittologa, rinvenuti a Chieti e nei dintorni e questo pezzo di misteriosa storia teatina avrebbe dovuto trovare una più che degna accoglienza nella stessa città.

Il busto apparteneva a una statua di un personaggio maschile rappresentato in posizione stante, con una parrucca corta e liscia. Il volto ovale è caratterizzato da occhi di forma allungata, un tempo realizzati a intarsio in pasta vitrea. La scultura era dotata di un pilastro dorsale con la sommità arrotondata e decorato da un’iscrizione in geroglifici incisi; il testo, oggi frammentario, recita:

1-“il nobile, il conte, generalissimo, Harsiesi. Egli dice “Oh[……]

2- egli porga delle offerte per mano tua. Le strade sono davanti a voi. Una è davanti ai figli […..]

3 – per voi in ogni tempo. Sia protesa la mano verso di me con acqua lustrale, incenso e […..] nel nostro tempo per l’eternità […]”

Fronte / retro della statua in basalto.

Dal sito web del museo romano si legge:

Stato di conservazione: frammentario. Si conserva il busto, privo delle braccia; la statua è priva del naso e presenta ampie scheggiature.

Il museo romano omette incredibilmente la zona di rinvenimento del manufatto, ritenendolo di provenienza ignota.

la statua in un’immagine riprodotta al momento del rinvenimento.

Dall’illustrazione, tratta da un giornale risalente alla prima metà del ‘900, si evince che il bene era in stato di conservazione accettabile (almeno nella parte facciale) ed è presumibile che le scheggiature e la rimozione del naso siano dovute all’incuria di chi, in tutti questi anni, avrebbe dovuto preservarlo ma è solo un’ipotesi. Una copia della statua è conservata presso il Museo teatino della Civitella.

Va altresì rammentato che in un altro museo capitolino è presente la ghigliottina di Chieti, uno strumento di morte previsto nel capoluogo dell’Abruzzo Citeriore, per l’esecuzione delle condanne capitali. Forse in tal caso è bene che la macchina letale abbia lasciato la città teatina, intanto per mostrarsi in un museo tematico invece inesistente a Chieti ma anche per il fatto che la ghigliottina teatina forse non venne mai effettivamente impiegata.

Prova ne è che la ghigliottina di Chieti, conservata nel museo criminologico di Roma, è, tra quelle esposte, senz’altro la meglio conservata, proprio perché è quasi certo che non venne mai messa in funzione nella nostra città (il boia non sapeva forse usarla?). Di sicuro va detto che nella Chieti dell’ottocento, le sentenze capitali venivano eseguite mediante impiccagione a Porta Reale (chiamata anche Porta ‘mbisa proprio perché lì veniva utilizzata la forca), come nel caso del processo Feraiorni che, per l’efferato delitto ai danni di Pasquale Orsini, vennero riconosciuti colpevoli di omicidio i fratelli Eugenio e Giulio Feraiorni, Acentino Falcone e Daniele Bucci. Tutti e quattro vennero giustiziati col cappio, al Capocroce verso la fine del 1866, mentre è certo che nel 1869, a Chieti la pena di morte era eseguita mediante decapitazione per mezzo di scure. Pertanto, è presumibile che nella nostra città, si usassero metodi più sbrigativi per condurre a morte i condannati, anziché predisporre la ghigliottina che comunque presupponeva anche una certa pratica ed il boia di Chieti non era certo l’occupatissimo Mastro Titta di Trastevere.

Infine come non ricordare pure la testa in bronzo a grandezza naturale, raffigurante Gavio Ponzio, l’eroe delle Forche Caudine che si trova oggi nel Cabinet des Médailles della Bibliothèque Nationale a Parigi.

Statua di Gavio Ponzio (circa III secolo a.C.)

Cosa c’è di strano? Anche questa è proveniente dalla provincia di Chieti, per l’esattezza nella zona di San Giovanni Lipioni nell’Alto Vastese, dove è stata rinvenuta nel 1847 ed è tra i bronzi sanniti più tardi (circa III secolo a.C.).

Pure in tal caso c’è da chiedersi come mai un reperto così antico, facente parte della storia di questo territorio, sia conservato in un museo parigino e non in uno del nostro Paese, magari proprio in quello di Chieti. Ciò che di archeologico viene scoperto nel nostro territorio e riportato alla luce, non è forse di proprietà dello Stato o questa regola vale solo per gli altri? E’ possibile che noi siamo tenuti a restituire obelischi, statue ed altre testimonianze storiche del passato che non appartengono alla nostra penisola ed è giusto che sia così, mentre ciò che appartiene a noi non viene minimamente rivendicato. Lo stesso discorso vale per la tavola bronzea di Rapino, attualmente esposta al museo russo, senza dimenticare, naturalmente, il monumento ad Achille trafugato nel 16° secolo dalla nostra piazza principale e condotta nel palazzo ducale degli Alcalà a Siviglia in Spagna. Non riesco poi a capire come la città di Chieti abbia lasciato andar via, a vantaggio di un museo romano, un monumento rarissimo di cultura egizia con lastra di basalto scura su cui c’era un’iscrizione in geroglifici egizi.

Va peraltro ricordato che nei pochi casi in cui siamo stati noi italiani ad aver “prelevato” vestigia storiche altrui, abbiamo a nostre spese restituito tutto con i pazienti lavori di recupero ma spesso dietro tali scelte si celano anche opportunità di carattere ideologico come a cancellare il nostro passato coloniale ed è il caso dell’obelisco di Axum, portato a Roma da Mussolini nel 1937 e rispedito in Etiopia nel 2005 oppure la “Venere di Cirene”, la celebre scultura marmorea acefala rappresentante Afrodite che venne trovata nel 1913 da truppe italiane in territorio libico e portata al Museo nazionale romano nelle Terme di Diocleziano, che è stata restituita a Gheddafi nel 2008. Che dire, due pesi e due misure ma noi siamo sempre quelli che per la stessa situazione devono pagare e mai passare all’incasso mentre agli altri, il trafugamento, od in forma eufemistica, il bottino di guerra, è qualcosa che è dovuto in ogni caso ed in ogni tempo. Le argomentazioni sulle dispute tra paesi sulla restituzioni di vestigia del passato peraltro non riguarda solo il nostro paese ed è annosa la questione che interessa Grecia e Regno Unito, in cui la prima rivendica la restituzione dei fregi del Partenone conservati nel British Museum: Atene al momento deve accontentarsi di esporre delle mere copie.

Per quanto riguarda Chieti poi, va ancora ricordata la quarantina di preziosi reperti venuti alla luce dagli scavi eseguiti nel centro storico della nostra città tra la fine dell’800 ed inizio ‘900 che sono tuttora conservati ad Ancona. Tra questi anche una piccola statua in marmo di pregevole fattura, raffigurante Venere, rinvenuta coi lavori di sbancamento per la realizzazione del palazzo della Provincia. Non si capisce come mai la Soprintendenza di Chieti, in tanti anni, non abbia fatto granché per assicurare il ritorno di tali tesori nella città teatina. E’ pur vero che i reperti che arricchiscono i musei teatini non provengono solo da Chieti ma anche da altre località dell’Abruzzo ma nemmeno possiamo pretendere di erigere un museo in ogni comune di ritrovamento.

Stando così le cose, verrebbe da dire che è proprio vero che la città teatina è stata da sempre depredata ma non solo di testimonianze storiche del passato e di beni archeologici che erano da tenersi stretti ma accanto alla depredazione, occorre fare i conti con un’altra perniciosa e non rara prassi: l’interramento. Spesso da lavori stradali, salta fuori un pavimento sottostante, un mosaico, un selciato dell’antichità, un arco del passato, financo una domus romana o preromana e, anziché riportare i tesori alla luce, magari proteggendoli da uno spesso vetro che sostituisca l’asfalto, preferiamo interrare il tutto perché, anche il lastrone di vetro su cui passeggiare non esimerebbe dall’eseguire una adeguata e periodica manutenzione del manufatto sottostante.

Un mosaico di epoca romana rinvenuto al di sotto di Piazza Valignani e poi reinterrato.

A questo punto sorgono problematiche connesse alla competenza di chi o di quale istituzione (Soprintendenza o ente comunale o altro) debba farsi carico di tali incombenze, oltre alla sua tutela ed alla valorizzazione ma la cronica mancanza di fondi da destinare ai tesori archeologici in generale e quelli teatini in particolare, mette tutti d’accordo con una paio di vangate di terra a ricoprire il sito, in attesa di tempi economici migliori. Una prassi che ha interessato anche le faccende del clero se è vero che la cattedrale di San Giustino è stata eretta sui resti di un tempio pagano dedicato a Ercole, del quale ci sono importanti reperti, purtroppo reinterrati dai lavori di consolidamento disposti negli anni 70 dall’allora arcivescovo Loris Capovilla, proprio sotto il prezioso fonte battesimale di fine ‘500.

Se poi diamo uno sguardo alle aree archeologiche cittadine ci accorgiamo quanta incuria agli stessi riserviamo, praticamente lo stesso disinteresse e la stessa indifferenza mostrati verso quei tesori che giacciono sotto le vie della città e che inconsapevolmente i chietini calpestano ogni giorno. Ma perché ciò che altrove è considerato patrimonio storico da tutelare, da noi viene di fatto giudicato come un fastidioso oggetto impolverato, noioso da custodire? Forse allora il problema risiede proprio in noi stessi, più che nei predatori, visto che non siamo colpevolmente in grado di opporci a trafugamenti vari e nemmeno a preservare ciò che ci è stato tramandato da chi ci ha preceduto. Messo da parte il discorso sulle razzie dei beni del passato e delle opere d’arte, anche coloro poco sensibili all’arte alla storia ed alla cultura, hanno capito che Chieti è una città che oppone poca, se non nulla resistenza al furto e, data la sua inclinazione a lasciarsi facilmente saccheggiare, stanno, un po’ per volta, sottraendo la un tempo gloriosa Teate, di quelle prerogative pazientemente costruite nel corso dei secoli in questa città, quelle qualità che stiamo perdendo giorno dopo giorno e che pensavamo che mai potessero essere minimamente intaccate.

Le istituzioni locali, senza già darsi per vinte, in ossequio ad un odioso complesso d’inferiorità che sta caratterizzando sempre più la filosofia teatina, dovrebbero invece farsi carico, da un lato, di rivendicare queste nostre testimonianze, facendole tornare a casa ed interrompere lo scempio perpetrato ai danni di Chieti, oggetto di continuo sciacallaggio e, dall’altro, di prendere contezza che la ricchezza di questa città, quella su cui investire, è proprio la sua storia e la stessa non può essere calpestata, in senso tanto materiale quanto morale.

Si spera che qualcuno raccolga l’invito per continuare ad assicurare la preservazione della dignità di questa città.

Marino Valentini

Marino Valentini
Nato nel 1961, sposato, due figli, per circa venticinque anni ha lavorato presso una locale banca dove ha rivestito il ruolo di Direttore di Filiale. Attualmente è libero professionista quale consulente in materia bancaria, specialmente per l'emersione di abusi in danno dei cittadini, come anatocismo ed usura. E' l’ideatore del Marrucinum, il progetto di moneta complementare nella città di Chieti. Ha scritto gli inediti “Onirica” e “Accordo suicida” ed i saggi “La Congiunzione perfetta”, “Il Patto tradito” e “Il Naufragio dell’Utopia”, con il quale nel 2015 ha vinto il premio nazionale “La valigia di cartone”, mentre, al momento, è in procinto di ultimare la dissacrante “Storia semiseria della Città di Chieti”.
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4 risposte a “I TESORI TEATINI ED ABRUZZESI, TRA SACCHEGGI E INTERRAMENTI”

  1. tutto interessante ed istruttivo per noi . Bravo e complimenti Marino Valentini , già direttore della banca da me frequentata in piazza Garibaldi .

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