TIGLI, JUKE BOX E PANNA MONTATA.

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…il fatto è che Chieti, purtroppo, da Pescara NON si vede, quindi bisogna andare, come faccio io, a cercarla. Se se ne ha il tempo, ma soprattutto il motivo. “Maometto”, da Chieti, davanti a un caffè e a un museo, (termine a Pescara quantomeno inconsueto), è venuto “alla montagna”, nelle persone di Dario, Annalisa e un amico comune.

È stata dura non scoppiare a ridere ogni due righe del “meeting”, il caffè era ottimo e anche l’argomento, ma noi facciamo così, passiamo attraverso il buonumore e se nessuno si offende, affrontiamo l’argomento. “…e io che c’entro?” è stata la risposta sostanziale del sottoscritto.

Nessuno si è offeso, quindi eccomi qui a proporre, indegnamente e da par mio, una paginetta, in questo pregevole, intelligente, interessante contesto. Saltando a piè pari le “normative vigenti”, mi sfilo le scarpe e mi “sorprendo” in uno di quei riti di “violazione” che attuo, o mi piacerebbe attuare in tutti i posti che amo conoscere nella loro intimità. Una passeggiata notturna.

Amo Chieti, l’ho sempre, inspiegabilmente amata. Inspiegabilmente, perché, da Pescarese, pur amando la riviera, non amo la confusione e detesto la “movida” che di solito finisce a botte e sputi e mi rifugio, o in casa mia o nelle pieghe della storia. E Chieti, come del resto Pescara (a chi sa cercarla e “violarla” come il sottoscritto) ne è piena. Ed è anche un po’ la mia, la nostra storia. Io ho cominciato a collezionare capitoli di “storia” già in verde età.

Quando adolescente guardavo le foto della mia infanzia con nostalgia, ed erano passati solo pochi anni. In quella scatola di “Etichetta nera” (se dire si può), tra gli immensi pacchi di foto, alcune risalgono ai “giorni di Chieti”. Giorni speciali, dato che di solito eravamo orientati verso la direzionale “Aprutina”.

Sono originario di Loreto Aprutino, altro “scrigno” nei cui vicoli vuoti, profondi, echeggianti, ho imparato ad amare solitudine e socialità. Ed è stata una buona, ottima scuola. La Villa. E il bar della Villa. Il gelato della Villa, e il juke box del bar della Villa, un padiglione luminoso e ampio attraverso cui si vedevano platani e fontane e dentro cui suonava “Ti voglio cullare…” o “Non essere geloso…”.

Io, segretamente equipaggiato, prendevo già nota sul blocco e ancora oggi le immagini non mi si staccano di dosso, anzi da dentro, e c’era il tubo luminescente verde al neon sopra il bancone con la marca del caffè, che non posso riferire e se non erro, una mensola, che percorreva perimetralmente l’interno al di sopra delle vetrate, su cui erano poggiate delle piante verdi, se non ricordo male, non vere, che è diverso da “finte”. E c’era luce, e fuori c’era spazio e gli angolini adesivi delle foto nell’album tengono ancora tenacemente e mi ricordo il mio vestitino bianco e nero “pied de poule”, ed ero perfettamente Chietino, in quella specialissima, elegante e sommessa bellezza che non era ancora Roma e non era più Pescara.

Le due conche con gli zampilli sopra le colonne ai due ingressi laterali della Villa. E gli animali, e le corse, e la ghiaia. Non ho mai realmente capito dove mi trovavo. Ma un cosa è rimasta insoluta e mi ha lasciato una punta di malinconia e nostalgia. Sistemarono un trenino in miniatura, con tanto di motrice, che riproduceva un modello elettrico allora in servizio, i vagoni, dotati di piccoli sedili e…la strada ferrata! Sulla ghiaia, il motore a scoppio, e il sibilo, l’odore di miscela e lo sferragliare. Io ero pazzo per la creatura-treno. Mi fu permesso di fare un giro su quel veicolo fatato, forse due, e papà mi riprese anche, conservo il filmino, mentre mia madre, borsetta e occhiali da sole, mi guardava e aspettava.

Questa per me era l’eleganza e la possibilità. Capii in quel momento e lo penso ancora, dato che quel trenino non l’ho più ritrovato (e lo aspetto ancora) che Chieti era, ed è una città dove essere bambini è bello, al pari di Roma, dove i ruderi sono monoliti simili a frammenti di altri pianeti piovuti qui chissà come. Quel trenino non è più tornato. Io invece vengo frequentemente a Chieti, amando Chieti, violandola, scarpe o non e godendone profondamente, nei discorsi, nelle superfici e nei ricordi, o anche nei visi attoniti di chi vi abita e quasi sempre sentendomi parlare con poesia e rapimento, cambia discorso…

Francesco Paolo Di Falco 

Big8 Friends

Una risposta a “TIGLI, JUKE BOX E PANNA MONTATA.”

  1. “Tigli, juke-box e panna montata” è un delicatissimo tuffo nella memoria, un bellissimo bianco e nero o color seppia, come volete, che rimanda a un passato di cui si erano perse le tracce. La città teatina piace anche a me, con i suoi ritmi blandi e cadenzati, ricalcati su uno stile di vita lontano dai ritmi frenetici della grande città. Il testo è una sorta d’inventario di cose ed oggetti ormai andati in disuso e che andrebbero collocati in una mostra di modernariato degna di questo nome.

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