UN SOLDATINO DI STAGNO

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Quando nel febbraio del 1971 scesi dal treno che da Milano mi portava a Pescara, un lungo viaggio noioso dentro scompartimenti vuoti, la prima cosa che notai fu il tramonto bellissimo dietro la vecchia e piccola stazione, ormai sostituita da quella anonima e moderna.

Subito dopo mi prelevarono su un camion militare e mi portarono a Chieti, non senza un vivace scambio di minacce con alcuni “locali” a cui i soldati promettevano in serata uno scontro a suon di pugni.

La Caserma Berardi era (ed è ancora per me) un grande rettangolo circondato dagli alloggiamenti delle varie compagnie che formavano il B.A.R. (Battaglione Addestramento Reclute), dove, all’alba, correvamo indossando un golfino d’ordinanza e facevamo esercizi ginnici prima della misera colazione.

Scendeva dalla Maiella, che nel ricordo io sposto proprio a ridosso della caserma, un vento gelido che spazzava il cortile e premeva sui vetri appannati. Per due settimane fummo reclusi. Quando finalmente potei usufruire della libera uscita, mi ritrovai con altri a camminare lungo il Corso Marrucino deserto, perché, un po’ per il freddo e un po’ per l’ora, la gente si era già chiusa in casa, e a noi non restava che misurarlo avanti e indietro, più tristi di quando stavamo nelle camerate, dove almeno qualcuno suonava l’armonica o affettava certi bei salami calabresi. Qualche volta con gli amici andavamo in una vecchia osteria, dove divoravamo formaggi e scolavamo bottiglie di rosso, avendo da tempo rinunciato a vedere ragazze, o donne mature, insomma femmine di qualsiasi taglia ed età. Alla fine rinunciai alla libera uscita.

Il Corso Marrucino, fino alla Villa comunale, non era per noi che il prolungamento del lungo corridoio attorno al quale si aprivano le campate, e lungo quel corridoio, un pomeriggio, un soldato siciliano, appena arrivato, mi chiamò spaventato perché nei bagni l’acqua usciva dai muri… Erano i rubinetti, che non aveva mai visto.

Da allora Chieti, che poi avrei conosciuto meglio e con più calma, ha giocato un ruolo, per dirla in modo patetico, centrale nella mia vita, come se il destino proprio lì volesse aspettarmi ogni volta con qualche sorpresa, bella o brutta. E’ diventata così quello che si chiama “un luogo dell’anima”, e ci torno sempre con una leggera ansia, come se dovessi scoprire solo adesso i suoi vicoli, i suoi negozietti, il suo splendido poggio sui monti, il ricco e arcano museo, la felice bomboniera del suo teatro. Città di venti, cieli cristallini, profumi di primavera, belle signore (ma dov’erano in quel freddissimo inverno del ’71? Forse in culla?), mi piace arrivarci con il Bus, assaporare le lunghe giravolte e soste, prima di sbucare a due passi da San Giustino, e tornare a respirare quell’aria frizzante che sa di passato, e che mi riporta i volti degli splendidi ventenni, degli amici che lì ho incontrato, il pittore Bonetti che mi fece conoscere gli scritti di Roberto Longhi, il prode Braccini, fascistissimo e lealissimo, che un anno dopo, a Bologna, si sarebbe schierato con me, ingiustamente accusato di essere un pericoloso estremista di sinistra …

Corso Marrucino 1971

Il tempo, si dice, passa, ma per fortuna non porta via tutto, e quante cose ho ritrovato della bella cittadina nel libro recente di un’amica, come se io potessi tornare a condividere i personaggi che, quasi mezzo secolo fa, avevo sospettato asserragliati nei loro palazzi e condomini, da cui, soldatino di stagno, mi sentivo del tutto escluso …

Bruno Nacci, Milano

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